Il paese che abbiamo abbandonato di Alessandro Santarelli

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

Alessandro Santarelli è nato nel 1944 a Macchia, una piccola frazione del comune di Accumoli (RI) e vive a Roma. Ha pubblicato nel 1995 la raccolta di poesie in lingua intitolata Senza tempo. Nel 2009 ha ottenuto il primo premio al concorso nazionale Mario dell’Arco – sezione pubblicazione – con il libro Un dramma umano alla corte di Cesare Augusto. Nell’aprile 2011 lo stesso è stato pubblicato per Edizioni Cofine con il titolo L’errore di Ovidio. Nel 2013 ha pubblicato la raccolta di poesie in dialetto romanesco Vento antico (Ed. Cofine).

Già il titolo, che suona come endecasillabo, anticipa i sonetti della raccolta, alternati a composizioni in versi sciolti, e rivela un poeta attento alla costruzione, alle immagini, oltre a comunicare il proprio sentire. Il “paese abbandonato” è certamente il paese dell’infanzia e il “luogo” della giovinezza, ma ancor di più, la terra lasciata in rovina, distrutta dagli eventi naturali e non ancora ricostruita; e perché no, il paese dell’ umanità, della limpidezza, del parlare chiaro.

Il male della terra/ vi ha colpito e a morte ferito/ e se oggi il vostro destino/ è ancora incerto e oscuro/ comune al vostro/ è anche il nostro futuro.” La malinconia che pervade, sul cui orizzonte si intravede quasi sempre la speranza, forse sublima un senso di colpa che ci portiamo dietro, quando “abbandoniamo” – molto più incisivo di “lasciamo” – un luogo, una persona, una condizione di vita. Ecco allora il ritorno: “Son tornato in questa valle/ tra le anse del Tronto/ per rinverdire come le foglie/…riafferrare/ la mia fanciullezza/…Son tornato lungo il Tronto/ perché questo è il mio fiume/…” Più che agli altri, il poeta sta parlando a sé stesso, al soggetto dell’abbandono; ma forse ora è tardi perché questi luoghi appaiono come ”spazi deserti” e le case come “fantasmi vuoti/ che più non nutrono/ la nostra voglia di tornare”.

Conservando però, l’attitudine a volare, pur se”in un cielo/ non più caldo e accogliente./…i nostri canti, oggi di dolore,/ muteremo in inni di gioia” come è detto nel bellissimo salmo biblico 125 (126); così, settembre non è solo il ritorno all’autunno e al sonno dell’inverno, ma porta “Un’aria nuova, un’aria settembrina” che “si spande per i vicoli del borgo…e si disperde lieve e cristallina”; anche i fragili velieri dalle vele latine, tornano a riva dalla lunga strada…all’ombra mite e quieta della rada, nell’ora del tramonto, che chiude il giorno, metafora dell’esistenza umana.

Dunque il ritorno, o meglio i tanti ritorni, sia nella memoria che nei passi dell’esistenza, esplicitano e rendono viva la speranza: questo messaggio dà il Santarelli ai suoi lettori; con una raccolta, in cui non mancano notturni, tramonti, dediche ad amori passati o ad affetti familiari, per comporre un insieme onestamente malinconico, a tratti bozzettistico, che una certa autoironia riscatta e rende godibile.

Omnia tempus habent

Un giorno di gennaio,

in bella posa,

vidi su un pesco

tanti fiori rosa,

ma un soffio forte

e gelido di vento

dai rami li staccò

in un momento.

Alla mia tarda età

m’illusi

che fosse vero amore

quando d’una fanciulla in fiore

s’innamorò il mio cuore.

Ma quando lei s’accorse

ch’ero d’amore sperso

scomparve all’improvviso

e ne pagai lo scotto.

Piove sulla città

Piove sulla città,

ma ecco tra le nuvole sparse

uno sguardo di sole

e subito spiove.

Poi le nuvole si rigonfiano,

s’infittiscono e di nuovo piove.

Il cielo poi poco a poco s’allarga,

lentamente sbiadisce,

si sfrangia, riapre le porte al sole

e ogni nube svanisce.

È Aprile il cielo si colora d’azzurro

e un’aria mite, un’aria cristallina

di nuovo fa fiorire i terrazzi e i balconi,

di nuovo inebria i cuori,

fa sbocciare amori.

Ma tra tanti fiori,

più non gioisce il mio cuore,

che estraneo ad ogni colore,

più non sogna e spera

in quest’autunno che è la primavera.

L’uguaglianza

Come tanti gomitoli di lana

e ciascuno secondo la grandezza

a poco a poco lento si dipana

finché si snoda in tutta la lunghezza,

così è la vita che è una strada piana,

per chi vive tra onori e tra ricchezza,

mentre pe raltri no è affatto umana,

irta di spine e colma di tristezza.

Ma quando accomunati dalla sorte,

ciascuno avrà finito la partita,

saremo tutti uguali nella morte.

Poi giunti al cospetto del Creatore

per dare conto della propria vita

non avremo più un volto né un colore.

Vecchiaia

Mai più vi rivedrò e il cuore duole,

cime distese come onde marine,

monti innevati, scintillanti al sole,

acque sorgive fresche e cristalline.

Più non udrò del vento le parole

lungo i fianchi delle mie colline;

più non udrò il canto delle allodole,

messaggere delle ore mattutine.

Mai più lieta vedrò la vita mia

che del color si tinge delle foglie

che l’autunno distacca e porta via,

e già sento che presto verrà il giorno

che la speranza, perse le sue spoglie,

in cuor mio più non farà ritorno.

Alessandro Santarelli, Il paese che abbiamo abbandonato, Edizioni Cofine, Roma, 2019

Maurizio Rossi

Pubblicato il 24/9/2019