Il neo-volgare. Poeti siciliani contemporanei

Recensione di Maria Gabriella Canfarelli

 

Per la Casa Editrice Carabba, nella Collana Diramazioni diretta da Giovanni Tesio, è stato pubblicato uno studio critico-analitico corredato da schede biobibliografiche inerenti una rosa di autori di poesia contemporanea in dialetto siciliano. Dalle carte dell’isola – Il libro della poesia neo-volgare siciliana oggi (2021), a cura di Gualtiero De Santi e Renato Pennisi, presenta un saggio introduttivo corposo e dettagliato sulla letteratura in Sicilia in uno all’accurata disamina della produzione poetica di autori contemporanei, e sul contributo da essi apportato alla scrittura dialettale tradizionale, come si osserva in queste “carte”, per usare il sottotitolo del volume, ovvero lettere di un alfabeto spesso inquieto, se non epistole in viaggio da una sponda all’altra del mare. Voci diverse, variegate si corrispondono e si riconoscono per quel comune denominatore che è la realtà, l’esperienza indagata all’indietro e in avanti, in un interno ed esterno presente di cui si avvertono le irrisolte contraddizioni; voci che hanno accantonato e superato i tanto praticati temi e stilemi del pittoresco o del folclorico per appressare lo sguardo e la ragione “a un universo sociale ed etnografico”. In prima istanza, con un linguaggio di tipo espressionistico che talora si presenta fratto, talaltra denso di eccessi verbali, in ogni caso reattivo, icastico o appena sfiorato da una malinconia sorvegliatissima; cambio di prospettiva che è anche sguardo a lunga gittata e pure in affondo, in funzione di ricognizione e scandaglio. La scelta degli autori delle carte/pagine di cui questo libro di studio argomenta, sebbene da una parte non esaurisca “il quadro dei valori e delle presenze cernibili in Sicilia”, d’altra parte è dettata da una dichiarata “empatia culturale, in qualche modo da una affinità” con chi “rivive in proprio l’esperienza d’una robusta tradizione di voci antenate, e tuttavia se ne distacca” per dispiegare una testualità composita atta a rimodulare, rivivificare i “tempi dell’esistenza iscritti nello spazio dell’isola” anche per chi fuori dall’isola opera e vive.

Tra questi il sortinese Sebastiano Aglieco (1961), il cui rinvenuto idioma custodito in “una sorta di archivio personale linguistico” mostra le fratture prodotte dall’assenza e dalla perdita, “e collegatamente una sorta di cataclisma nel quale empiricamente collocare il male e (…) il conflitto interiore e lo smarrimento del sacro”; Rino Cavasino (Trapani, 1972), “l’ultimo rilevante acquisto della poesia neo-volgare siciliana”, che intinge la penna nella “memoria selettiva dell’idioma nativo tra parlata popolare e tradizione” per dare vita a una poesia ricca di citazioni e riferimenti culturali, il tutto sorretto da una fervida immaginazione “che è anche esercizio conoscitivo”; Giuseppe Samperi (Castel di Judica-Catania 1969) e la sua poesia evocativa e celebrativa l’umiltà, il mondo contadino, i “viddani amurusi” della terra, Ranni matri, affettiva con cui sanare l’alienazione causata dalla distanza, e per mantenere in sé le origini lungo la duplice linea ascendente-discendente della continuità sanguinea-generazionale. Vive a Torino Dina Basso (Scordia-Catania 1988), i cui versi apodittici, il linguaggio “in versi brevi e concisi”, superano e rinnovano il naturale approdo a un lascito linguistico familiare, segnatamente dello zio paterno, per divenire via via esperienza autonoma e originale, enunciativa le istanze fisiologiche e affettive del corpo e dell’anima. Altro dalla poesia amara, dal doloroso disincanto travestito da assunti ironici quando non malinconici di Salvo Basso (Giarre 1963 – Scordia 2002), che dell’idioma scordiense distilla antichi stilemi e li trasforma, li elabora in costanza di necessità per continuare a scrivere/vivere, malgrado la vita stessa e malgrado la morte. Agile, scorrevole dettato di un “malessere” posto al vaglio della ragione, del dubbio che ne è figlio, fonte di un “esercizio di scrittura in luogo dell’agire o del vivere”.

Si osserva di queste voci una testualità complessa e selettiva rispetto al semplice dato biologico esperienziale, di queste scritture il “processo decostruttivo” della forma pur in presenza di nuclei tematici che riguardano l’uomo e le cose, lo spazio e il tempo, per così dire, motivi universali: nondimeno, è la loro riformulazione in “maniera contrastiva” e appassionata a dare nuova linfa ai linguaggi del mare nostrum, Mediterraneo germinante contaminazioni nate da incroci biologici-linguistici-culturali e storici. Nei versi di Sebastiano Burgaretta (Avola-Siracusa, 1946) si innestano allora “grecismi, latinismi (…) arabismi (…) francesismi ispanismi e catalanismi”, ma sempre limpido ed effusivo è il dettato, e quando assume le “forme del compianto e dell’invocazione”, e quando “racconta l’esistenza con le parole di un popolo e ugualmente con quelle della cultura”.

Osservatore attento della realtà, Renato Pennisi (Catania 1957) elabora concettualmente ed empaticamente gli umori e i sentimenti di un mondo, d’una comunità ai margini dell’attenzione storico-sociale; di tale umanità raccoglie i frammenti polverizzati, dispersi o in atto di scomparire, per restituirla inverata, intatta, e darle voce con la sua propria nettissima voce; quella con cui si rivolge quasi sommessamente, con rispettoso pudore alle criature che lui tramite “assumono per ciò stesso una loro autonomia anche sul piano linguistico” oltre che squisitamente umano. Di presenze tratte dall’ombra, recuperate per mare e per terra, si sostanzia la poesia di Salvatore Bommarito (Balestrate- Palermo 1952), messaggera di un “universo arcaico e mitico”, portatrice di memorie e anche di “racconti di tradizioni magiche e favole”, insieme a nenie e ballate, con un lessico “sopra le righe, a tratti inusuale e raro”, per lo più “intonato a forme di compressione e fratture ruvide”. Dettato lirico-narrativo delle identità di un luogo “intriso di memorie d’infanzia e d’adolescenza”, d’uno spazio circoscritto, la natìa contrada Cutusìu nei testi di Nino De Vita (Marsala-Trapani 1950), che della parlata locale afferra, trattiene e mantiene la radice di antichi lemmi, facendo ricorso anche a una ricca e indimenticata aneddotica orale sfaccettata, “improntata sui più diversi colori, con episodi e caratteristiche desunte dalle esistenze”. Del catanese poeta-performer Biagio Guerrera (1961), l’oralità percussiva, e mimica e gesto, rappresentazione “semovente e metamorfica, dissolta e dissolvitrice dei significati più immediati”. Scritta “per essere recitata e portata su un palcoscenico “, è poesia che si dà in voce e corpo d’una parola animata da iterazioni e anafore, da “una ritmica e prosodia singolari”. Si ravvisa della produzione poetica degli autori presenti in questo volume, “l’ancora marcata contemperanza con i riflessi di un temperamento forte e eccessivo”, cioè a dire il carattere sanguigno mutuato in scrittura, e scrittura determinata e secca, di lingua d’urto, di azione e reazione è quella che Angela Bonanno (Catania, 1962) adopera avverso l’ordine costituito dalle convenzioni e dalla ipocrisia dei “poteri patriarcali”. Lingua usata a mo’ di scudiscio o grimaldello per scardinare la realtà asfittica e falsa con cui quotidianamente l’io femminile si confronta, e contro la quale realtà l’autrice lancia il proprio guanto di sfida.

I curatori

Gualtiero De Santi, saggista, critico letterario e cinematografico, si è occupato anche di teatro, filosofia e arti figurative. Ha insegnato Letterature comparate presso l’Università degli Studi di Urbino e nell’ambito dell’attività di ricerca si richiama all’orizzonte critico e metodologico della comparatistica. Tra i suoi libri: Sandro Penna (La Nuova Italia 1982), L’Angelo della Storia (Cappelli 1988), Lo spazio della dispersione (Acropolis 1988), I sentieri della notte (Crocetti 1996), Teresa de Jesùs ed altri mistici (Pazzini, 2002), Le stagioni francesi di Marino Piazzolla (Fermenti, 2002), Montale Tedesco. Giancarlo Scorza traduce Montale (Archinto 2018); sul versante cinematografico: Louis Malle (La Nuova Italia 1987), Sidney Lumet (ivi,1987), Carlo Lizzani (Gremese, 2001), Vittorio De Sica (Il Castoro 2003), Maria Mercader (Liguori 2007), Zavattini e la radio (Bulzoni 2012) e Ritratto di Zavattini scrittore (Imprimatur 2014). Per Editoriale Pantheon ha curato nel 1999 i volumi Miracolo a Milano e I bambini ci guardano; nel 2001 Il tetto. Nel 2007, Il giudizio universale (Associazione Amici di Vittorio De Sica) e Ladri di biciclette (Quaderni di Cinema Sud 2009). Per i tipi di Pazzini dirige la rivista “Il parlar franco”, dedicata alla letteratura dialettale italiana, e i “Nuovi Quaderni Reboriani” per Marsilio. Nel 2001 ha ottenuto il Premio “Dario Bellezza” per la saggistica e nel 2004 il Premio “Vittorio De Sica” per la storiografia cinematografica.

Renato Pennisi (Catania, 1957), di professione avvocato, ha scritto in dialetto i volumi Allancallaria (premessa di Corrado Peligra, Catania, Prova d’Autore 2001), La cumeta (premessa di Franco Loi, Brescia, Edizioni l’Obliquo, 2009), e Pruvulazzu (nota di Giovanni Tesio, Novara, Interlinea 2016). È anche autore dei libri di poesia in italiano La correzione del saggio (Catania, Tringale, 1990), Mai più e ancora (Brescia, Edizioni l’Obliquo 2003), La notte (Novara, Interlinea, 2011) e L’impazienza (Novara, Interlinea 2019); dei romanzi Libro dell’amore profondo (Catania, Prova d’Autore 1999), La prigione di ghiaccio (ivi, 2002), e Romanzo (ivi, 2006), e dei testi teatrali Oratorio di Resurrezione (Mascalucia- Catania, Edizioni Novecento 2015) e Alcibiade (ivi, 2019). Collabora dal 1985 alle pagine culturali del quotidiano La Sicilia, e dirige dal 2007 la rivista di letteratura La Terrazza. Collabora inoltre alle riviste Il parlar franco, Fermenti e Letteratura e dialetti.