…l’onda te trascina / a i melenéjje stréuse ’jj’abbisse / e cumma ne scartocce va je funne
(…l’onda ti trascina / al mulinello matto dell’abisso, / e come un cartoccio vai a fondo)
Esce postuma la raccolta L’ore pe je sogne del poeta abruzzese Luigi Susi (Roma, Edizioni Cofine, 2012), curata dal critico Nicola Fiorentino, profondo e sensibile conoscitore della letteratura dialettale abruzzese.
Luigi Susi era nato a Trasacco (AQ) nel 1926. Topografo e disegnatore, ha vissuto undici anni in Venezuela per lo studio e la costruzione di ferrovie e di dighe. Fin dalla giovinezza si è dedicato intensamente alla pittura con composizioni dapprima semi-astratte e più tardi vicine a uno stile figurativo-moderno, ricevendo significativi riconoscimenti tra cui il Premio Internazionale “Ignazio Silone”, conferitogli nel 2001 per la pittura e la poesia. Sebbene impegnato da lungo tempo nella scrittura poetica, premiata in molti concorsi letterari, ha pubblicato la sua prima raccolta, I péndele ’je témpe (Foggia, Bastogi), solo nel 2002.
Susi nella poesia Paura così sintetizza il suo percorso interiore e poetico: Jére raccuntéva stòrje de bbergate, / e vita d’armonìje;/ mó racconte cumma fèrne i témpe, / quande j’ammesure a passe d’òme […] / sempre cchiù ’nceppàte (ieri raccontavo storie di borgate / e vita di armonie; ora racconto come finisce il tempo, / quando lo misuri a passo d’uomo […] / sempre più azzoppato). Sembra, dunque, che dalla memoria di un mondo arcaico Susi giunga a una riflessione sui grandi temi dell’esistere; ma già nella prima raccolta è presente un’intensa riflessione sulla vita, che come il pendolo “stride oscillando dal bene al male, dalla speranza allo sconforto, senza che si intraveda mai una certezza definitiva se non nel tramonto” (N. Fiorentino).
Luigi Susi così si esprimeva sul dialetto che aveva scelto “per impulso naturale e non per un atto di deliberazione programmatica” (V. Esposito): «Per me l’uso del dialetto in poesia è dovuto a una scelta letteraria con l’impulso, però, di una necessità interiore»; e poi: «Nel dialetto esprimo tutto ciò che provo, le mie origini contadine mi portano ad apprezzare e valorizzare una lingua che sento mia e che mi permette di esternare le mie passioni». La sua poesia si colloca così nel solco della neo-dialettalità, lontano da tentazioni vernacolari, in una dimensione intensamente espressionistica.
L’ore pe je sógne si articola in quattro sezioni, introdotte da eserghi che sono frammenti di liriche scelti con sensibilità dal curatore. Nella prima sezione (…cumma la rosa che chiama da lla fratta) l’Autore insiste sul tema dell’amore – da intendersi estensivamente anche come amore della vita – in una dimensione introspettiva in cui domina il disinganno e torna insistita l’incolmabile antinomia vita-morte. Nella seconda sezione (storie e cante de sirene) la prospettiva si allarga sino a riflettere sui destini dell’umanità in un chiaroscuro in cui alla speranza, come sogno di possibile realtà, si alterna a tratti un “cupio dissolvi” o, al tempo stesso, il desiderio di fuga. Il senso della fine domina nella terza sezione (… mma i pàssare che spicca i vòle) in cui, movendo da convinzioni laiche che non contemplano premi e castighi, Susi insiste sul tema della morte, il lungo tempo nero del silenzio, che càla lutte e ombre, / i non perdona e lèva sógne i rrealtà (cala lutti e ombre, / e non perdona e cancella sogni e realtà). Nella quarta sezione, infine, tutta in lingua italiana, (… tra mille pioppi e salici d’argento), l’angoscia si stempera a tratti in malinconia sullo sfondo di un paesaggio che, seppur venato di echi petrarcheschi, è tuttavia specchio dell’angoscia esistenziale dell’Autore.
E… me ne vaje, e lasse pàggine mmaldétte, / e sére che se fràcijane a lla ripa (io me ne vado e lascio pagine maledette / e sere che marciscono alla riva): sono versi tratti da una delle liriche più intense della raccolta, Cùnnija de luna (Culla di luna), in cui si esprime il dolore e la rabbia per l’incombere della morte. Un tema che punteggia la raccolta attraverso similitudini e metafore di grande efficacia, a volte anche in una dimensione onirica, come nella poesia Incubo, in cui le immagini, dense di tensione espressionistica, richiamano con crudezza la morte che tutto abbraccia, in un doppio che oppone implacabilmente la luminosità della vita al baratro della fine. Nutrirsi di illusioni è come ccercà le lustre a i céle senza stelle (cercare la luce nel cielo senza stelle). Ma come non abbandonarsi ai sogni, come non lasciare che illusioni e speranze allignino nel nostro cuore? L’Autore sembra ricercarle per dolersi al tempo stesso dell’ingannevole malia del labirinte matte de je sógne (labirinto matto dei sogni), perché si può reggere al dolore, al male ma… nen me vénga i sógne de le spighe (che non tornino i sogni delle spighe).
Alcuni testi di Susi ricordano il pessimismo leopardiano: Or poserai per sempre, / stanco mio cor [...] Ben sento, / in noi di cari inganni, non che la speme, il desiderio è spento. E così è per l’inganno dell’amore: cumma la rosa, che chiama da lla fratta, / e… quande va la mane, la prónceca, la raschja (come la rosa che chiama dalla fratta / e… quando va la mano, la punge, la graffia). E l’eternità, la ’nzégna che m’attòcca de lle bóne, sfila ’nnante, / cumma nna sgualdrina retenuta, che nen ze dà a chinunca (quel tanto che mi spetta del bene, mi sfila davanti, / come una sgualdrina riservata, che non si dà a chiunque); in una poesia del 2008, un anno prima della morte, così scriveva: sto in guerra con l’eternità, / in guerra con la mia vita, / e… odio le radici marce, velenose, / e l’arrogante minaccioso andare / del mio fratello boia.
È con rabbiosa dignità che Susi chiude la sua partita con i sogni e le illusioni, come una roccia di burrone, come un passero che règge ancóra a i vole, / pure se i céle ormai… nn’è cchiù i sì (che regge ancora il volo, / pure se il cielo ormai… non è più suo), nell’affanno di cercare il bbàndele ’ncipate ’lla matassa (il bandolo imbrigliato della matassa), quasi a ricordare i versi di Eugenio Montale: sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, versi che denunciano i limiti della condizione umana.
Nelle liriche di Susi sono presenti i temi propri della filosofia: il senso del vivere, il tempo, sulla morte… L’Autore, con un procedere argomentativo e con gli strumenti propri del linguaggio poetico, disvela impietosamente il senso dell’essere, del tempo, il bboja che llógora gne ccósa (il boia che logora ogni cosa) e della vita che è allógge de delóre mai spiegate (alloggio del dolore mai spiegato) in cui dura póche le bbéne che tenéme, / cresce i se moltìplica i delóre. (dura poco il bene che abbiamo, / cresce e si moltiplica il dolore). Se la filosofia si fonda sulla logica, la poesia del nostro Autore cerca nelle metafore, nei simboli, nelle allegorie gli strumenti del disvelamento della verità, in un linguaggio capace di esprimere anche attraverso suggestioni foniche e sospensioni i lati più profondi della realtà e della dimensione esistenziale.
La riflessione di Susi si allarga sino a considerare i destini dell’uomo e a farsi intensa poesia civile. Nel parlare delle sue esperienze in Venezuela diceva: «ho vissuto da vicino le incredibili sofferenze di tanti emigranti italiani […] che dovevano sopportare le difficoltà climatiche del tropico, di un ambiente spesso ostile» e nella lirica L’alba ’je pòvere scrive: C’è chi tèsse i jòmmere pe filegrane, / chi ’nfila l’aghe pe rratteppà (chi tesse il gomitolo d’oro per filigrane, / chi infila l’ago per rattoppare) e l’alba, nel suo sfavillio di colori, fa ne ggiardine de fiore i prefume… / pe cchi gode […] la fa na palude de vérme i zanzare / pe cchi sòffre i spèra (fa un giardino di fiori e profumi… / per chi gode […] ne fa una palude di vermi e zanzare per chi soffre e spera) e dà ’nciàlefe e frasche a chi nasce scinciàte (e dà fango e fascine di giunchi a chi nasce per pochi brandelli).
L’Autore attinge immagini cariche di significato da un paesaggio ricco di note cromatiche e sonore. La sua è una natura materica, corposa, che richiama la pittura: “ut pictura poësis”. Nel suo paesaggio dell’anima ci sono ruscelli, passerotti, c’è il vento, ci sono le onde, c’è spesso la luna… ma tutto è specchio del disinganno e, anche quando i toni cromatici e musicali sembrano ricordare un “locus amoenus”, tutto è avvolto di ingannevole malia, come l’arcobaleno più volte ricordato per la sua effimera bellezza, per l’impalpabile e irraggiungibile armonia.
La notte è quasi foscoliana: cchiù cara, cchiù ddóce è la notte, / c’arròpre i ventajje ’lla pace, ’lla quiète (più cara e più dolce la notte / che apre il ventaglio della pace e della quiete). La luna, anch’essa, è ingannevole, è un’amica fattucchiera che continuerà a solcare il cielo quando lui dovrà andarsene, illuminando impietosa la sua agonia.
Sono versi liberi, a volte con andamento prosastico, ricchi di figure, allitterazioni, anafore, carichi di pause, marcate dal frequente uso dei puntini di sospensione, a dare voce al dolore che Luigi Susi con dignitosa fierezza, lontano dalle tentazioni dell’illusione, scioglie in un canto straziato.
Ombretta Ciurnelli