Il mio ricordo di Pietro Stragapede

di Vincenzo Luciani

 

Domani 30 maggio 2024 era prevista la mia presenza a Ruvo di Puglia per rendere omaggio al poeta e maestro di vita Pietro Stragapede. Purtroppo sono stato costretto a rimanere a Roma per motivi personali e di famiglia. Mi piace ad ogni buon conto esternare ai lettori il testo del mio intervento che, mi è stato assicurato sarà letto in questo importante iniziativa.

Eccolo, qui di seguito

Avevo promesso a Rocco Auciello, presidente della Pro Loco Puglia (che nel 2016 mi ha fatto conoscere ed apprezzare la poesia e l’uomo Stragapede) che sarei stato qui a Ruvo con tutti voi. Purtropposono costretto ad essere presente solo con questo mio scritto.

Sono molto dispiaciuto di non poter essere qui, oggi, in una giornata speciale in cui un’intera comunità si riunisce per tributare un omaggio permanente al suo poeta-maestro e genius loci, nella scuola in cui ha insegnato per moltissimi anni.

Una vita ben spesa ad educare poeticamente tanti ragazzi e ad abitare poeticamente la sua amatissima terra natale.

Mi spiace molto di non poter riabbracciare la sua adorata Angela e i suoi figli. Ad Angela che egli amava di un’amore speciale, Pietro dedicò, in occasione del suo settentesimo compleanno, questa poesia straordinaria:

Ad Angela

Settanta primavere

settanta inverni

settanta autunni

settanta estati.

Le stagioni della vita

si avvicendano

e passano.

Restano

l’espressività

dei tuoi occhi,

la dolcezza

del tuo sguardo,

la generosità

dei tuoi gesti,

Il tuo modo unico

di essere

mamma, moglie, nonna.

Grazie

Piero

Di questa poesia mi limiterò a sottolineare quel “grazie” ad Angela, al suo essere moglie, mamma, nonna.

Molti di noi abbiamo disimparato il valore di un grazie, della gratitudine quotidiana per tutto ciò che riceviamo dagli altri. 

Il poeta-maestro Pietro Stragapede ci insegna a non dare per scontato quel grazie:

Un grazie per essere vivi

Un grazie a chi giornalmente ci offre il suo aiuto

Un grazie per essere in pace e non in guerra

Un grazie per tutto il bello che ci circonda: il cielo, il sole, la luna, le nuvole, gli ulivi, il mare, la Murgia, la nostra Puglia, la nostra Italia.

E… via ringraziando

Quando i poeti se ne vanno non ci lasciano soli, ci offrono in dono le loro poesie. 

Leggiamo quelle di Pietro e lui sarà ancora, mirabilmente, con noi.

Invece degli ansiolitici acquistate l’ultimo suo libro di poesie in vernacolo La Gammiètte (L’ulivo). Le poesie, declamate da Stragapede, possono essere ascoltate dalla viva voce del poeta, con grande delizia sfogliando il libro attraverso il “Qr Code

Quando penso a Pietro mi succede quello che descrivo in questa mia poesia

A manganze

Quanne che sente a manganze

di Petre Stragapede

ji grape na pàggene a case

e gghjsse è pròpete nnanze a mme

che ce facime na bella raggiunate

e tante che parlame

de tutte e de nente

che allassacrese ce scappe 

na rise longa e sckette.

E ’o statte bbone mije

jsse pronte responne: 

“Preste o tarde

quanne che sciusce u vente

ce vedìme, Vengè!”

L’ASSENZA – Quando sento l’assenza / di Pietro Stragapede / apro una padina a caso / e lui è qui davanti a me / che si facciamo una bella ragionata / e così tanto parliamo / di tutto e di niente / che all’improvviso ci scappa / una risata lunga e schietta. // E al mio arrivederci / lui pronto risponde: / “Presto o tardi, / quando soffierà il vento / ci vediamo, Vincenzo”

Vi consiglio infine di leggere e rileggere un’altra importante poesia di Pietro “NZIA-MÈ”. Voi sapete che questo è un termine (uno scongiuro) particolarmente caro a noi pugliesi che ci riporta all’infanzia quando abbiamo iniziato a pronunciarlo solennemente per allontanare ogni negatività e per troncare le controversie negli accaniti giochi di strada. 

Ed ecco ciò che il poeta vuole fugare definitivamente da sé e da noi tutti: 

un bambino senza pallone, 

una bimba che perde il padre, 

un arcobaleno senza colori, 

un giorno tutto buio, 

la morte del dialetto, 

la nostra terra senza ulivi, 

un anno senza gli otto santi, 

il diserbante sulla Murgia, 

un’altra guerra mondiale, 

un bambino senza scuola, 

malati senza medicine. 

Tra le cose che Pietro Stragapede si augurava di più era “che il nostro dialetto non scompaia”, con tutto ciò che esso racchiude: “storia, cultura, filosofia di vita, enogastronomia, sintesi delle civiltà che si sono avvicendate sul nostro territorio e, sono parole di Stragapede:  “non accada mai che vadano dispersi i valori più importanti che, attraverso la lingua paterna e materna, le generazioni passate hanno via via tramandati”. A questi il nostro poeta ha continuato ad abbeverarsi componendo poesie nel dialetto ereditato ed ha voluto tenacemente trasmetterle con la diligenza e l’insistenza paterna del maestro. Un maestro attaccato alla sua terra come i zappatori nostri che non muoiono mai e

quanne achiudene re d-uocchiere 

la passiaune e la gendeilièzze 

se’ngarnièscene ind-a l-arue. 

E ne condinuene a parlò 

cu le fi/iure de fore 

I nostri contadini / non muoiono mai: / quando chiudono gli occhi / la passione e la gentilezza / si incarnano negli alberi. // E continuano a parlarci / con i fiori di campo. 

Non riesco a scacciare il rammarico di non poter compiere un pellegrinaggio che Pietro mi ha fatto provare conducendomi nel percorso descritto dalla sua poesia “Ralliènde u passe”: Quando cammino/sulla strada con le ‘chianche’/che da via Sant’Arcangelo/mi porta/verso la Cattedrale/rallento il passo/di proposito/mi concedo un tempo lungo/cerco ogni pretesto/per non arrivare alla punta./E mi rivedo/davanti agli occhi/in quel momento/il regalo che mi aspetta/alla girata dell’angolo./Appena alla fine/si apre la piazza/e la Cattedrale/seduta al centro/allarga le braccia/e mi rinchiude/nel bianco della pietra”.