Il giorno che non sai di Claudio Porena

Recensione di Luigi Spagnolo 

 

Chi ha letto e amato “La Terra Santa” di Alda Merini non potrà non apprezzare questa silloge, Il giorno che non sai, dai toni ispirati, insieme apocalittici e stranamente razionali, in un discorso articolato in otto sezioni ma continuo per forma e contenuto. Prevale l’alternanza di quinario e settenario, combinati in modo da garantire la scansione dell’endecasillabo, che in certi casi (ad es., la poesia “La vacuità”) rivendica piena autonomia e perfino la rima alternata.

Il Giorno del titolo è quello che arriva come un ladro di notte, secondo le Scritture. Ma, a ben vedere, il riferimento religioso, grazie alla musa di Porena, acquista un respiro esistenziale: così il lettore si sente messo con le spalle al muro, inchiodato alla sua stessa ombra e costretto ad affrontare sé stesso.

Tuttavia ciò è possibile solo in una dimensione collettiva, che coinvolga l’intera umanità. Non a caso il pronome di prima persona plurale è l’alfa e l’omega del libro: “Noi siamo qui / chiamati a porre in atto / il senso vero / e proprio di un antico / insegnamento / e di una sacra scienza / universale” (p. 11); “Il mio confine estremo, / il mio traguardo / – essendoci traguardi / in ogni viaggio / e avendo ciascun uomo / il suo traguardo – / è l’Io nell’Altro, il Noi” (p. 286).

Nel mezzo, una sarabanda di allusioni ecumeniche (ivi inclusi il Manvantara e il Tao) e immagini di una bellezza straziante. Si veda questo scorcio di risveglio: “Io sono qui / che aspetto la tempesta / incipïente, / e il cielo delle cinque / antelucane / è nero come il mio / primo caffè” (p. 103).

Peraltro l’io del poeta non fa sconti a sé stesso: “Ho già lasciato / un mare di poesia, / ma resterà / soltanto un solo verso, / un Eldorado / alimentato a stento / in una vita” (p. 117).

Ai versi di Porena non manca l’innocenza e l’incanto di un tempo perduto e ritrovato: è ieri quel domani che annunciano i profeti. Del resto, “in ogni istante / è contenuto / il germe del futuro” (p. 281). E il vate, in ultima analisi, canta un eterno presente.

Claudio Porena, Il giorno che non sai, Roma, Cofine, 2020, pp. 286.