Il dolore del superstite in Finché splendi amore di Anna Buoninsegni

Canzoniere d’amore in memoriam dell’Altro, il compagno di vita la cui presenza prende corpo attraverso i versi struggenti e devozionali che Anna Buoninsegni gli dedica. Finché splendi amore (Edizioni Le Farfalle, 2018) è una plaquette di rara potenza espositiva che tocca l’anima, coinvolgente per la semplice qualità del dire, di scrivere dell’indicibile con un fraseggio lieve e profondo, ché la doglia del superstite è una fitta, una stilettata asciuttamente e quotidianamente inferta quando l’assenza del soggetto d’amore è definitiva, e ci accompagna, ci prende per mano il senso di questa perdita, nella domesticità come in altri luoghi che attraversiamo, soli, monologando con un tu lontano e vicinissimo. Lieve e toccante, la voce poetica pone un inesausto interrogativo sulla vita, e sulla morte generatrice di pena, dolore che si pianta nell’esistenza di chi resta, ed è esso stesso una pianta irrorata da brevi innaffiature//metodiche allo sfinimento.

Una disciplina, la stessa che si attiva avverso il senso di vuoto, il disorientamento esperito sulla pelle di fronte alla consapevolezza della solitudine bianca/di essere solo io a vivere, scrive chi è rimasto nella terra-casa, territorio familiare in cui ogni oggetto guardato, toccato, o usuale gesto che si compie non è più il semplice rituale né rappresenta una condivisa abitudine, ma lancinante ricordo dell’Altro (spengo e accendo/le luci di casa/sollevo e abbasso le tapparelle/nelle stanze dove tutto sei tu/ dove impregni spazi tra sedie e divani/appoggi/dell’amore che chiamiamo morto), l’altro richiamato dal mondo invisibile, che diviene presenza, fattezza, attraverso le parole: un corpo, un’anima, un nome evocati.

Il dialogo poetico dell’autrice con l’ombra che l’accompagna è intriso da analisi, ragionamenti intorno all’Evento per eccellenza, quello che si ripete in luoghi diversi e lontani dal nostro agire quotidiano, tra le tombe nude/ senza fiori/ tra la Medina e il blu cielo d’acqua; che abita lo spazio/tempo terreno, udibile eco, risonante riflesso della Mole Vanvitelliana come del resto accade nel cimitero mussulmano di Rabat.

Alla maniera di una lunga lettera d’amore frazionata da limpidi versi-messaggi da una pagina all’altra, la voce chiama con impazienza colui che ha soltanto cambiato dimora, lo chiama con urgenza pressante, ineludibile, necessaria a tenere l’Amore in vita, a non dimenticare, non fare sfiorire la carezza, ché essa non diventi reliquia in un astuccio disossato. Questa è l’accorata supplica al dio della separazione mentre il ricordo, già vigile al presente, compie un balzo all’indietro tra gli eventi della storia dell’uomo sino a tempi e luoghi lontanissimi, e il pensiero diviene universale, si stacca dalla terrestrità e viaggia verso l’esistenza in nuce: in quale cosmico stelo/ in germoglio eri nel 1184 a. C.?, chiede la poetessa, e dove eri?/e dove sei/mentre recido le ultime rose/appena sotto la fioritura?

Come propiziare il ritorno dell’amato che non è più qui ma ovunque? Non basta il disperato desiderio di diventare ponte di pietra tra qui e l’altrove, solo la sofferenza è reale e onnipresente, acuita dal ricordo – dagli anniversari – della stagione in cui l’evento avvenne, l’estate che ogni anno torna a ripetere la perpetua notizia. La scrittura di Anna Buoninsegni ha la preziosità dell’oro puro, la stessa inossidabile lucentezza; dall’inizio alla fine, questa sorprendente plaquette è esempio di perfetto equilibrio tra ragione e sentimento, tanto più perché affronta, con misura e passione, la conseguenza di un evento definitorio, incontrovertibile. A chiusura del fitto monologo si apre un dialogo tra il mistero della vita e quello della morte; è un canto alternato a due voci, un doppio responsorio; dice la voce di lei: dell’anima/sappiamo solo il dolente passo/ non la parte di uomo/venuto al mondo una sola volta/(…)/ (…) taci e guardami / se un terribile bandito / un bambino solerte ma oggi/sei solo mio marito/ oggi cucino per te; e lui risponde, con incredulità e dispiacere per questa partenza senza abbraccio, costernazione, non posso averti lasciata sola, l’ammissione finale, la lucida constatazione: ma il copione ci supera/non saremo più interpreti insieme; e infine il desiderio di continuare ad esistere in lei, la preghiera a lei rivolta, l’esortazione a non smettere di parlargli: continua (…)/a rapire il mio nome/ dentro la veglia/ e a fare quel gioco di parole che diventano forme/ e quando s’incontrano fanno accadere le cose.

 

 

Maria Gabriella Canfarelli

 

Anna Buoninsegni, giornalista, poeta, critico letterario ed editore di unaluna, vive e lavora a Gubbio. Ha pubblicato i racconti Pagine del mare(1989) e le raccolte di versi Itinera (Arnaud 1992) , La stanza di Anna (Crocetti 1997), Ad occhi aperti (Crocetti, 2005), AnnAlfabeti – Impronte di linguaggi (unaluna 2010, prefazione di Maria Luisa Spaziani). Nel 2000 con la silloge Senza anestesia ha vinto il Premio Internazionale Eugenio Montale. Sue poesie sono uscite su Almanacco dello Specchio 2009. Ha curato per l’Editore Crocetti la collana di CD audio Voci della poesia contemporanea, tra cui Mario Luzi, Alda Merini, Franco Loi, Maria Luisa Spaziani.

 

Pubblicato il 26 giugno 2019