Il conforto dell’ombra (Giulio Einaudi Editore, 2025, pp. 115 € 11,50) è l’ultimo libro di poesia di Giancarlo Consonni, che sa trovare una fonte limpida di ispirazione da uno sguardo rinnovato su scene di vita quotidiana e lo fa con una levità e con una semplicità che consente ad ognuno di noi di ritrovarvisi compartecipe: “Alzi gli occhi dal libro / mi guardi / ma non mi vedi. / Sei soprappensiero. / Vorrei essere lì/ nel sogno/ che si fa velo.”
Stupenda è pure la poesia “Ci sono giorni” che dà il titolo al libro: Ci sono giorni / che la luce è scandalosa / e le cose sembrano nude // Come faranno in Paradiso / senza il conforto dell’ombra”. E in pochi versi ci richiama alla mente le immagini dello splendente Paradiso dantesco e al gradimento dell’ombra di Orazio e a quella di Virgilio del “Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi”.
Da segnalare, in un mondo che sempre più le svuota di significato oppure ne abusa la poesia “Parola” che recupera ed elenca in apertura del libro appropriatamente un aggettivo e il suo opposto o contrario che le accompagna. La parola che sa essere colloquiale e coltivare la solitudine del colloquio interiore, che sa essere affabile e farsi da parte, essere prorompente e recuperare il senso della misura, essere stralunata e sobria, avventata e accorta, mondana e raminga, seducente e frugale, coltivata e selvatica, ospitata e ospitante, ammaliante e incantata. E soprattutto c’è la parola che sa stare tra la gente e quella che abita il silenzio.
Il libro è in tre parti: “I gelsi spaesati”, “Babylo minima” e “Dono” e con 6 pagine di note essenziali a corredo delle poesie, in particolare di quelle della prima parte.
Un esempio, in quella riferita alla poesia che racchiude il titolo della prima parte, “I gelsi spaesati”, Consonni preoccupato di “come raccontare questo ai bambini di oggi”, spiega: “negli ultimi anni Quaranta del Novecento, nell’altopiano asciutto milanese, la vicenda della gelsibachicoltura giunge al termine, dopo una lunga agonia. Così i gelsi iniziano ad essere estirpati e ridotti a legname da ardere. Ma anche l’uso del camino è al capolinea. Il muschio era impiegato per allestire i presepi”.
Erano tempi in cui (“Venticinque lire”): “Da come la domenica / spendevi le venticinque lire / dipendeva il sapore della settimana” e le povere opzioni erano il gelato da cinque (lire), una gazzosa, una partita di calciobalilla, un pacchetto di figurine, una stringa di liquirizia.
“Spannocchiare” per: “Bambino o bambina / era un paradiso” farlo “nella pace settembrina” (p. 24). “Granoturco e frumento” sono associati in una poesia sognante che, dopo altri accostamenti fantasiosi, così si conclude: “Il granoturco ha la barba / il frumento lunghe ciglia. // Il granoturco è maschio, il frumento femmina”
In “Maniscalco” torna alla memoria “quell’odore acre e fumante / impresso per sempre / nelle narici” mentre si ferra un asino o un cavallo; la “Mietitrebbia” fa il suo “ingresso trionfale” privando i bambini delle “scorribande tra i mietitori,“
Simpatica è l’evocazione della popolarissima trasmissione televisiva “Lascia o raddoppia” e di quando una risposta esatta del piccolo Consonni, ad una domanda posta ad un concorrente, decretò il suo riscatto nella considerazione di suo padre che “prese a guardarmi in modo diverso”.
La galleria di ricordi in questa prima parte è particolarmente affollata e sorprende la magistrale capacità di richiamare, con poche parole, un mondo fatto di operai e studenti mescolati in un “treno delle sette meno un quarto”, di un San Luigi Gonzaga additato ad esempio “di peccatori in erba”, “i due sessi / tenuti ben distinti” mentre si sfiorano appena durante una processione, e lo sguardo “saettante” delle operaie della Imec.
E, fine di quel mondo piccolo e plurisecolare: “poi venne l’asfalto / praticissimo demone / della dimenticanza”.
In “Babylo minima”, espressione mutuata da Ugo Foscolo, protagonista è la sua Milano (con le sue trasformazioni e deformazioni) che Consonni conosce come pochi per le sue attività e conoscenze urbanistiche (è pur sempre professore emerito del Politecnico della sua città) ma anche artistiche e fotografiche. Molte poesie sono dedicate a personaggi e protagonisti della vita culturale meneghina. Ma ci commuove, in particolare, il suo ricordo incancellabile di Giuseppe Pinelli: “E silenzio nel cortile. / Il sangue scorre senza far rumore. Da quel 19 dicembre / non smette di scorrere”.
La terza parte (una rivisitazione di quadri su scala domestica), ha per titolo “Dono” e “che la vita è un dono” il poeta lo motiva con l’esemplare crescita “sulla modanatura più alta del campanile barocco” di un albero “figlio del vento”.
Colpisce, in questa sezione, l’insistenza sul tema di una donna che legge, in evidenza, lo ricordiamo, nella poesia “Velo” che figura in copertina, prima citata ed anche mirabilmente in “Come pane”: “Entra discreta la luce / a incontrare il silenzio della stanza. // Leggi / appena chinata sul libro. // Luce, silenzio e lettura. / Levita come pane / il sentimento della casa”.
Conclude il libro la poesia“Grembo”, ispirata al dipinto di un allievo di Rembrandt, intitolata “Uomo seduto che legge…: “Si sfa la luce / si sfa l’ombra. // Tornano insieme / nel grembo della parola”. Un libro che mi ripaga e mi offre il conforto della sua lettura, dopo le purtroppo tante e sconfortanti dovute alla mia professione.