Il coltello che ricorda di Hilde Domin

Recensione e testi scelti da Anna Maria Curci

 

Oggi, 4 febbraio 2016, Il coltello che ricorda di Hilde Domin è nelle librerie. Si tratta del terzo volume di un ampio progetto, che si propone di pubblicare la produzione lirica e saggistica dell’autrice tedesca, ideato e coordinato da Paola del Zoppo, cofinanziato dalla Kunststiftung Nordrhein Westfalen e accolto dalla casa editrice Del Vecchio, che già nel 2011, grazie alla segnalazione di Ondina Granato, aveva pubblicato Con l’avallo delle nuvole. Poesie scelte, di Hilde Domin. Dopo i due volumi dedicati al progetto, Alla fine è la parola/Am Ende ist das Wort(2012) e Lettera su un altro continente (2014), arriva il terzo, Il coltello che ricorda. Anche in questo caso l’edizione italiana fa riferimento a quella del 2009, pubblicata da Fischer curata da Nikola Herweg e Melanie Reinold, Sämtliche Gedichte.

Il coltello che ricorda raccoglie una parte delle poesie che Hilde Domin stessa aveva scelto per un’inusuale e fervida auto-antologia, Gesammelte GedichtePoesie in raccolta, del 1987, così come le liriche raccolte nel volume Der Baum blüht trotzdemEppure l’albero fiorisce, del 1999, alcune poesie non apparse precedentemente in antologie e poesie dal lascito.

Il volume presenta, inoltre, dopo l’ampia introduzione di Paola Del Zoppo, che porta il titolo La pelle del pianeta e che collega la scelta delle liriche qui raccolte con l’attività della scrittrice come saggista, docente di poetica e curatrice di antologie di autori a lei coevi, tre testi in prosa nei quali chi legge sente vibrare la voce di Hilde Domin: Vita come Odissea linguistica, insieme resoconto autobiografico, testimonianza e atto di impegno, Fermare tempo e scopo – Le fasi della poesia tedesca del dopoguerra viste dal Paese e da chi vi ritorno, la prima delle lezioni tenute nell’anno accademico 1987-1988 a Francoforte, e Libertà nella scrittura, un’intervista a Hilde Domin. I prime due testi in prosa appaiono nella traduzione di Paola Del Zoppo, il terzo in quella di Valentina Carmela Alù.
Mi sembra opportuno soffermarmi qui su alcuni punti di Vita come Odissea linguistica, appassionata dichiarazione di poetica e, insieme, impegno rinnovato ogni giorno. Il resoconto di anni di peregrinazioni da un luogo all’altro del globo, in esilio volontario e forzato, a partire dal soggiorno in Italia, dove Hilde Löwenstein, allora ventitreenne, si reca con Erwin Palm, che poi avrebbe sposato a Roma nel 1936, per proseguire a Londra e poi nella Repubblica Dominicana, che darà il nome d’arte alla poetessa Hilde Domin, è costantemente attraversato da una educazione plurilingue che prende le mosse dalla familiarità con il testo poetico letto nell’originale: «Vi ho presentato qui», scrive Domin, «la fuga permanente come permanente sfida linguistica». Dopo la morte della madre, evento che la scuote profondamente e che la fa sprofondare in un abisso dal quale è la poesia, vero e proprio atto di grazia (“Gnade”, dirà in un’intervista del 1991), a salvarla, Hilde scrive nel 1951 il primo componimento poetico. Ella nasce dunque alla poesia e prende il nome di Domin per distinguersi da Hilde Löwenstein, che nel 1935 aveva conseguito all’università di Firenze il dottorato di ricerca in scienze politiche con Armando Sapori, futuro senatore della Repubblica italiana, con una tesi su Pontano predecessore di Machiavelli, così come da Hilde Palm, che alla carriera universitaria aveva rinunciato e che aveva scelto di essere l’assistente del marito archeologo.

Domin nasce alla poesia, è bene sottolinearlo, già provvista della sola libertà della quale possiamo disporre, quella di muoverci in più lingue, quella di far scaturire senso dall’incontro di una lingua con l’altra. E non solo questo: si tratta di quella libertà autentica, che sola aiuta, che sola salva. Hilde Domin crede nel potere salvifico della poesia – non certo per “salvarsi l’anima”, su questo punto concorda con Marie Luise Kaschnitz («Non si può scrivere per salvarsi l’anima»), ma per salvarsi dall’abisso dell’autodistruzione – e ribadirà questo concetto proprio nella prima lezione di Francoforte, quando sottolineerà la propria vicinanza alle posizioni di Adolph Muschg e di Günter Kunert a tal proposito. Quella libertà è anche impegno, quotidiano mettersi alla prova e mettere alla prova la propria creazione poetica: «Se non mi fossi liberata, non sarei sopravvissuta. Scrivevo poesie. Scrivevo in tedesco, ovviamente. Ma le poesie avevano appena visto la luce che le traducevo in spagnolo per vedere come reggevano in quanto testi».

Le poesie che compongono la raccolta Il coltello che ricorda reggono, eccome. A differenza di ciò che è accaduto per i volumi precedenti, le traduzioni delle poesie non sono qui soltanto di Ondina Granato. È un gruppo piuttosto nutrito di lettori, traduttori, scrittori a cimentarsi con la resa dei testi di Hilde Domin, della quale troviamo qui anche retroversioni in tedesco di componimenti originariamente redatti in spagnolo. Domin stessa ha tradotto molti poeti e amava ricordare le proprie traduzioni di poesie di Ungaretti.

Il tema della fuga permanente, intimamente legato al tema del nostos, del ritorno, ricorre qui in maniera esplicita, con riferimenti autobiografici, biblici e mitologici. In quest’ultimo caso, come è facile immaginare, i riferimenti all’Odissea sono frequenti e carichi di una valenza simbolica che diventa cifra dell’esistenza. Ruth Klüger lo ha sottolineato nell’edizione delle poesie pubblicate da Fischer nel 2009, in occasione del centenario della nascita di Hilde Domin. Tra le poesie tratte daIl coltello che ricorda e proposte qui di seguito, c’è Nell’antro di Polifemo, a proposito della quale ripropongo alcune mie considerazioni.

Nella personalissima mitopoiesi di Domin, Ulisse che fugge con i suoi compagni si affianca a Sisifo che si oppone alla coazione e ad Abele invitato a rialzarsi dopo essere stato ucciso da Caino. È la dimensione plurale della fuga che emerge chiaramente nelle tre quartine di Nell’antro di Polifemo, precedute, a loro volta, da un distico che fa invece preciso riferimento all’io lirico: “Der blinde Riese greift wieder nach mir”, “Il gigante cieco torna a ghermirmi”. Lo scenario torna a essere una Höhle, un antro, una caverna, una cavità – come era già stato nella poesia In der Höhle meiner Angst (tradotta da Ondina Granato con il titolo Nell’antro della mia paura), e, in generale, in tutto il volumetto apparso nell’edizione a tiratura limitata – cento esemplari – Höhlenbilder(Pitture rupestri). Le immagini proposte attingono a quanto narrato nell’Odissea: Ulisse e i suoi compagni sono aggrappati al vello dei capi del gregge del ciclope, che, oramai accecato, ne tasta il ventre man mano che questi, varcando l’ingresso, si recano al pascolo. Il verbo “fortgehen”, che ricorre, sempre nella grafia “fortgehn”, per ben tre volte nella prima e nella seconda delle tre quartine, la prima volta all’infinito (“Andarsene”) e nelle due ricorrenze successive, in una anafora, alla terza persona plurale (“se ne vanno”), lancia la fune allitterativa a “fliehen” (“fuggono”) e “Flucht” (“fuga”) della terza e conclusiva quartina. Il procedere per anafore che caratterizza tutto l’impianto ritorna anche nella conclusione della prima e della seconda delle quartine, “unter der zählenden Hand”, “sotto la mano che conta”. La condanna si ripete, la minaccia della coazione, come per Sisifo, incombe costantemente, la fuga è condizione permanente. Solo la coscienza di tale condizione, sembra suggerire Domin, è antidoto al soccombere, all’essere schiacciati proprio da quell’obbligo alla coazione contro il quale il “suo” Sisifo si era ribellato.

Ancora una volta, «più scettica di Brecht» («la poesia deve cambiare la realtà»),  eppure («dennoch») «più fiduciosa di Benn» («la creazione artistica non ha effetti sul reale»), Hilde Domin riesce a “hochwerfen”, a “lanciare in alto” la parola poetica, a condurla oltre la soglia dell’inerte, dell’inefficace e del manipolabile, a restituirle autonomia e universalità.
 Hilde Domin, Il coltello che ricorda. A cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio editore 2016.Traduzioni di Valentina Carmela Alù, Maurizio Basili, Nadia Centorbi, Chiara Conterno, Anna Maria Curci, Chiara De Luca, Stefania de Lucia, Paola Del Zoppo, Stefania Deon, Roberta Gado, Ondina Granato, Giuliano Lozzi, Francesca Pennacchia, Silvia Scialanca, Beatrice Talamo.
da poetarum silva
© Anna Maria Curci
 
* * *
NELL’ANTRO DI POLIFEMO
Il gigante cieco torna a ghermirmi.

La sua mano conta le pecore.
Andarsene di nuovo

sotto la pancia dell’ariete.

Già una volta

sotto la mano che conta.
Quelli che se ne vanno

lasciano indietro tutto

quelli che se ne vanno

sotto la mano che conta.
Quelli che fuggono

dal gigante

non portano con sé null’altro

che la fuga.
(traduzione di Anna Maria Curci)
 
IN DER HÖHLE DES POLYPHEM
Der blinde Riese greift wieder nach mir.

Seine Hand zählt die Schafe.
Fortgehn schon wieder

unter dem Bauch des Widders.

Schon einmal

unter der zählenden Hand.
Die fortgehn

lassen alles zurück

die fortgehn

unter der zählenden Hand.
Die fliehen

vor dem Riesen

nehmen nichts mit

als die Flucht.
 
*
NAPALM – OSPEDALE DA CAMPO

Ai margini del sonno

emergono loro

teste

nuotano

sull’acqua del sogno

sulle coperte

un orizzonte di morenti

teste dai grandi occhi

“le guerre si fanno con gli uomini”

mi guardano

occhi

nessun cielo ha il pallore

di occhi dolenti
 
(traduzione di Ondina Granato)
 
NAPALM–LAZARETT

Am Rande des Schlafs

tauchen sie auf

Köpfe

sie schwimmen

auf dem Traumwasser

auf den Bettdecken

ein Horizont von Sterbenden

Köpfe mit großen Augen

›Kriege werden mit Menschen geführt‹

sie sehen mich an

Augen

Kein Himmel hat die Blässe

klagender Augen
 *
PRENDI IL SECCHIO
Prendi il secchio

porta te stessa

Sappi che ti porti

agli assetati
Sappi che non sei l’acqua

porti soltanto il secchio

Ma comunque abbeverali
Poi riporta indietro

il secchio pieno di te

a te stessa
Il tragitto

avanti e indietro

dura un decennio
(Puoi farlo cinque o sei volte

contate dal ventesimo anno di vita)
(traduzione di Roberta Gado)
*
NIMM DEN EIMER
Nimm den Eimer

trage dich hin

Wisse du trägst dich

zu Dürstenden
Wisse du bist nicht das Wasser

du trägst nur den Eimer

Tränke sie dennoch
Dann trage den Eimer

voll mit dir

zu dir zurück
Der Gang

hin und her

dauert ein Jahrzehnt
(Du kannst es fünf- oder sechsmal tun

vom zwanzigsten Lebensjahr an gerechnet)
 
*
LE ALI DELLE ALLODOLE
Le ali delle allodole

sono inutili

accecate siedono

nella gabbia

prove contro di noi
Le nostre rose

sono annerite

nella pioggia

Il nostro vino diventa aceto

già nel torchio

e le nostre feste

sono giorni d’esame
Dalle cornucopie dorate

salgono i vermi

Nuvole velenose oscurano

il cielo sulle città

Sarebbe vero coraggio

avere paura
(Traduzione di Nadia Centorbi)
DIE FLÜGEL DER LERCHEN
Die Flügel der Lerchen

sind unnütz

sie sitzen geblendet

im Käfig

Beweise gegen uns
Unsre Rosen sind schwarz

geworden

im Regen

Unser Wein wird zu Essig

schon in der Kelter

und unsere Feste

zu Tagen der Prüfung
Aus den goldenen Füllhörnern

steigen die Maden

Giftige Wolken verdunkeln

den Himmel über den Städten

Es wäre Mut

Angst zu haben
*
PARACADUTE
Poesia intrisa di lacrime

della solitudine estrema

tu rete sopra il baratro

bianco paracadute

che si apre sul precipizio
Un angelo avrebbe le ali

sotto di lui

non si sfalderebbe il terreno

un angelo non riceverebbe mai

messaggi confusi

su ciò che lo riguarda
(traduzione di Stefania Deon)
FALLSCHIRM
Tränennasses Gedicht

der äußersten Einsamkeit

du Netz über dem Abgrund

weißer Fallschirm

der sich öffnet im Sturz
Ein Engel hätte Flügel

unter einem Engel

weicht der Boden nicht

Ein Engel erhält nie

verwirrende Botschaft

über sich selbst
*
LACRIME DI RESINA
La ferita dei pini sempre fresca

mai caduta in prescrizione

questo bosco in lacrime

colmo di calici di pianto

Il coltello che ricorda

e mai consente di guarire
Il tempo

asciugherà le verdi chiome

non la ferita
Questi nudi

tronchi

dovrebbero potersi vestire
(Traduzione di Chiara De Luca)
HARZEND
Die immer frische Wunde der Kiefern

die nie verjährt

dieser weinende Wald

voller Tränenbecher

Das Messer das erinnert

und nichts heilen läßt
Die Zeit

wird die grünen Haare trocknen

nicht die Wunde
Diese nackten

Stämme

sollten Kleider tragen dürfen
* * *