Ci sono libri il cui valore intrinseco – in questo caso la presentazione dell’opera di un grande poeta contemporaneo – viene caratterizzato anche da elementi extra testuali che ne amplificano la finalità letteraria, rendendola occasione di incontro tra le persone e cassa di risonanza di tante voci e storie.
La curatrice Anna De Simone ha dedicato l’antologia “Alla memoria dei miei genitori, alla loro nostalgia di Marsala”, città dove erano nati ed erano vissuti prima di emigrare, da giovani, a Milano. A Cutusìu, una contrada di Marsala, è nato Nino De Vita e alle case, al paesaggio siciliano, agli abitanti di quei luoghi ha dedicato le sue poesie, fissando con il suo dialetto tutto un mondo vivo e reale ma che si sta sgretolando come le pietre di una vecchia casa.
E non va trascurato l’editore, quel Circolo culturale Menocchio coordinato da Aldo Colonnello che da tanti anni pubblica libri di autori significativi, non solo italiani, non solo friulani, dimostrando che ogni vero spazio culturale è crocevia di comunicazione. In apertura sono riportate alcune frasi di G. Cesare Abba, in cui il giovane scrittore di Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, seduto su un sasso, osserva incantato Marsala, “le sue mura, le sue case bianche, il verde dei suoi giardini”. A indicarci che ogni luogo è un crogiolo di Storia e storie, entrambe destinate a passare e a scomparire se nessuno ne trattiene il ricordo e non lo trasforma in parole da consegnare al futuro.
Il bel volume (in copertina è riprodotto Salina. Notturno, dipinto di Giuseppe Modica) è strutturato in tre parti:l’ampia introduzione di Anna De Simone, scandita in tante sezioni quanti sono i volumi di De Vita, quindi una significativa scelta antologica delle cinque raccolte poetiche di Nino De Vita finora pubblicate, a cui si aggiungono due poemetti inediti; infine dettagliate informazioni bibliografiche e una selezione di testi critici.
Con la consueta precisione, sostenuta da un’intensa lettura dei testi, la De Simone delinea le linee portanti di ciascuna raccolta, spesso adombrate dal titolo scelto per la sezione. “La vita in controluce” presenta Fosse Chiti, pubblicata nel 1984 in versi italiani, che ha per oggetto privilegiato “la natura, nel suo farsi e nel suo disfarsi (…) In un paesaggio fantasmatico”. Terra dove il vento diviene personificazione del poeta che percorre i luoghi della sua infanzia, “In questo borgo / s’aggira – di cortili, / di tetti, lavatoi – in questa casa / aperta, in questa stanza: / sfiora le carte, i libri, / penetra gli scaffali…”. E dove, alla desolazione dei luoghi abbandonati, si contrappone talvolta l’immagine di una nascita, come il pulcino che “con la voce / il seme impara, il giorno, dalla madre / lo spavento / ripara / sotto l’ala”.
“Il nespolo con l’ombra” commenta Cutusìu, la prima raccolta in cui De Vita ha usato il dialetto di Marsala per raccontare l’omonima contrada attraverso “poemetti narrativi dal largo respiro (…) Tutto è misurato e essenziale nei suoi racconti ricchi di cose: ambienti, situazioni e atmosfere, oggettivati con sapienza e con la semplicità apparente che è dei poeti autentici”. Come l’incanto creato dal poeta bambino che descrive la luna a chi non la può vedere ma, dentro le parole, ne percepisce la bellezza.
In “… Sempre con quella luce attorno” viene presentata Cùntura, la seconda parte di quello che Anna De Simone definisce un romanzo in versi in cui il poeta racconta il proprio mondo, a partire dall’infanzia e dall’adolescenza immerse nell’atmosfera arcaica di una civiltà ormai definitivamente trascorsa ma che ha inciso in modo indelebile la visione – profonda e straniante – della vita che il poeta conserva per sempre. Quasi un libro di fiabe metaforiche, una è la vecchia “Casa sull’altura” in cui giunge un ragazzino tredicenne che ne osserva la rovina: “Abbracatu, ntrunatu, si ggirava / p’attornu, comu fussi, / parìa, un pisicutu” (Affranto, intontito, guardava / intorno, come fosse, / così sembrava, uno che fuggiva). Sono storie di dolore e fatica di vivere, che colpiscono soprattutto le creature più deboli. Eppure – scrive la De Simone – qualche volta “inaspettatamente, trascorrono per questo universo primitivo lampi improvvisi che lasciano intravedere strisce di luce in un altrove lontanissimo”. Come la visione di uno splendido pavone che si offre allo sguardo del giovane maiale in Cc’eranu tutti â mmezzu ri l’ariuni (C’erano tutti nella grande aia): “Passava così / lento passava il tempo; / e sembrava non dovesse, / ramingo, cambiare / mai. / Invece accadde un fatto / curioso, una mattina”. Storie di esseri viventi, persone e animali, senza lieto fine ma dove un’improvvisa apparizione, intensa e irreale come un sogno, di tanto in tanto reca un barlume di senso che le rende uniche.
I racconti in versi della terza raccolta Nnòmura (Nomi) hanno “un andamento epico che ben si adatta allo sfondo di un paesaggio astorico, come il mare che s’intravede sempre all’orizzonte”: così la curatrice introduce le poesie “di persone che c’erano e non ci sono più”, di “un luogo abitato da un silenzio, e forse anche da un dolore, senza fine”. Figure descritte con una realistica precisione che le offre nitide allo sguardo della memoria mentre loro già sono scomparse, simili al bambino che accompagna il suonatore di organetto: “Passavanu r’u bbagghiu / e ddoppu si sintia / ’a mùsica, luntanu, / muscia, chi s’astutava.” (Passavano dal baglio / e dopo si sentiva / la musica, lontana, / fiacca, che moriva). Chi, se non un poeta, può prestare ascolto a queste note che si affievoliscono nel silenzio e trasformarle in parole?
Nella poesia di Nino De Vita l’ambiente naturale e umanizzato ha un ruolo fondamentale, perciò ogni elemento – pianta, animale, angolo di terra o paese – ha il proprio nome; ogni gesto umano è delineato, ogni dialogo è essenziale. C’è un nitore espressivo che proietta gli avvenimenti e i personaggi narrati in un’atmosfera avulsa dallo scorrere del tempo, metafisica nel suo isolare un frammento emblematico della vita e della morte dentro la vastità di un paesaggio che si dilata imperturbabile verso l’orizzonte. Come avviene per Giannina, una ragazza che non riusciva a vivere, perciò “se ne andò al fiume / con gli eucaliptus disposti lungo gli argini, / folti, in fila, alti, / scirocco che insisteva; / sui ciottoli, con le bolle, / l’acqua che sciabordava”.
Nella parte dell’introduzione riservata a Òmini, Anna De Simone si sofferma sulla figura di Leonardo Sciascia (“punto di riferimento etico essenziale per il poeta di Cutusio”) e su altre figure di protagonisti e comparse della letteratura e dell’arte del Novecento presenti nei testi. Seguendo un piacevole ricordo giovanile, De Vita ritorna col pensiero a quando, con una piccola cinquecento, “giravo per i paesi; / portavo con me Sciascia, / Buttitta, Vilardo…”. Ben diversa è l’esperienza che riguarda Vincenzo Consolo, ricoverato in ospedale per una grave malattia: “La luce, fuori, a picco, / ha steso come una nebbia / sopra le case e a mare; / si scorgono solo le punte / di Favignana e Levanzo, / Marettimo non si vede… / Penso a questi giorni miei, / a me, a chi ho perduto, / entro nel mio tormento”. Tante figure di artisti non famosi, o che tali non vogliono essere o su cui è sceso il silenzio, sono accolte e trovano voce nei versi del poeta.
Che non dimentica nemmeno la pervasiva presenza mafiosa nella sua terra, dove “cci sunnu cosi ranni / chi ponnu scafazzàrini” (ci sono cose / che possono schiacciarci), e soffre nel partecipare alla pesca nella tonnara, simbolo di una sopravvivenza umana che perpetua un’atavica violenza: “La vidi così / questa cosa. // Dalle barche, a cerchio, / tiravano una rete / ampia, tesa; / tiravano, cantando, / e lo spazio stringeva.” Al tragico rito della mattanza si può contrapporre l’immagine più aperta alla speranza che chiude il primo inedito, dove un bambino fa scivolare di nuovo in acqua lo scorfano preso all’amo dal compagno e il pesce riprende “a mòvisi, a nnatari, / a zichiniari, araciu / si nni scinniu pi ddintra / ’u mari” (ad avanzare, a nuotare, / a muovere la coda, lento / se ne scese nel fondo / del mare). Umanissima proiezione del desiderio di percorrere in libertà spazi infiniti, immersi nello sciabordio sonoro delle parole dialettali.
In questa importante antologia Anna De Simone guida il lettore con passo sicuro e sguardo amico attraverso cinque raccolte poetiche pubblicate in un lungo arco di tempo. Tuttavia non si tratta solo di un “viaggio nella poesia di Nino De Vita”: è un percorso – condotto con una analisi critica approfondita e ben circostanziati riferimenti alla letteratura novecentesca – dentro “la” poesia nel suo incessante rapportarsi alla vita di ciascuno, di tutti.
Anna De Simone, Il cielo sull’altura. Viaggio nella poesia di Nino De Vita, Circolo culturale Menocchio, Montereale Valcellina (PN), 2013
Nelvia Di Monte
27 giugno 2013