Ho un conto aperto con la mia memoria:
pavida, boccheggiante, si vergogna;
a sprazzi solo trova fiato e storia.
Se dico ‘spaesamento’ è già menzogna.
pavida, boccheggiante, si vergogna;
a sprazzi solo trova fiato e storia.
Se dico ‘spaesamento’ è già menzogna.
Anna Maria Curci
U
Lavoro linguistico di ampia portata, nutrito di familiarità e consuetudine con classici e contemporanei: poesia e filosofia, testimonianza e storiografia convivono e agiscono in un continuo “ringen”, dibattersi, lottare, boccheggiare, perfino, contendersi scena, primato, ideologia, dall’esito mai definitivo.
Procediamo allora all’analisi di alcuni esempi nel testo: «il ritmo dei passi aumenta la frequenza / della falcata», «le scale percorse / a due a due», «Sprofondare nel vortice della città scendendo», e ancora «cos’è quel montare / improvviso… », «La folla si avvolge in spire attorno», «La folla avanza travolge, la zona rossa è lì». Aumentare la frequenza, accelerare, percorrere, sprofondare, scendere, montare, avvolgersi, avanzare, travolgere: la ricorrenza di alcuni verbi di moto è un basso ostinato che dà corpo e consistenza a ciò che è accaduto quel giorno nei luoghi menzionati e, ancor più profondamente, nella coscienza».
«Andare incontro al proprio domandare»: in questo verso c’è il principio dal quale prendono le mosse tutti i testi che compongono il poemetto; in questo verso si chiarisce come il cammino e la resa descritti, cammino e resa che, con un rovesciamento rispetto alla solennità biblica volutamente riecheggiata e, in particolare, rispetto allo spirito gioiosamente sovversivo delMagnificat, si perpetueranno «di generazione in generazione», come questo cammino e questa resa non abbiano senso se non come una risposta alla domanda pressante che pone la coscienza nella storia.
Sì, è «la gloria di una resa», da intendersi qui con il duplice significato di sconfitta e restituzione. In questa restituzione alla memoria, nella precisione della ricostruzione del contesto e dei luoghi – Napoli, strade, piazze, vicoli, interni –, nella caparbietà controcorrente della memoria, nella resistenza al tentativo di annegamento e annacquamento quotidiano, nella creazione poetica che riunisce e dà forma “bella e vera” a intenti, ribellioni e (ri)costruzioni, sta il valore, alto, de La zona rossa.
“Né eroina né polizia.” Contro
cosa protestiamo contro chi
urliamo il nostro disprezzo
di generazione in generazione?
Il fallimento dei padri – le loro
nevrosi cadute su di noi
come una colpa – che hanno
perso e barato che hanno spergiurato
e credono di essere esempio.
Non c’è un ordine contro cui
lottare ma un’anarchia del potere
che ci fa fare ciò che vogliamo,
non desiderarlo. Memorie
di una nazione morta
diciamo tra noi ridendo
giocando un gioco di ruoli: l’artista,
il nichilista, l’impegnato, la giornalista
ma ognuno è di meno di più di una
forma rinsecchita. È la gloria di una resa.
di teste e corpi tra cantieri infiniti
della metro e cespugli radi di birra e piscio,
l’umanità di tossici e barboni è scomparsa
– per quest’evento di inferriate e plexiglas
proiettili che rimbalzano sull’asfalto
e strie di gas e lacrime nell’aria –
come testimoni non graditi, occhi
che non vedono nel loro estremo
gran rifiuto se non il cuore
di ogni gesto, l’essenzialità di ogni
rapporto la catena
che ci tiene in vita, in morte. Dall’alto
di quest’impalcatura tutto è più vero
necessario come lo stormo di rondini
che ogni sera volteggia sulla piazza,
ogni singolo movimento atomo di un istinto
ancestrale tassello di necessità rivela
ciò che siamo: frazione di tempo ingoiata.
è vero, ognuno di noi assiderato
in questo crepaccio di piazze e tempo
in un mutismo attonito, occhi
sbarrati che scrutano dal nulla.
Un rimorso, il soffio di un’altra vita
sfuggente, sfumata. L’artiglio dei giorni
che implodono uno sull’altro. Sembra vero
il brulichio di corpi nelle strade,
cataste senza nome di desideri e grida,
anche le nostre ombre, tra le infinite altre
scivolarono su questi ciottoli di pietra lavica.
Non rimarrà traccia del filo di luce
amore bellezza furore – non so
ancora come chiamarlo – che ci ha legati
l’uno negli occhi degli altri per un attimo,
per quella gioia mozzafiato. Ognuno
tradito, da se stesso e dagli altri. Ora
con devozione e calma non resta
che allargare i labbri della ferita
che ci tiene in vita, non resta
che inoltrarsi, silenti, nella resa.