Il 12 gennaio 1991 moriva Vasco Pratolini.
Due giorni dopo fu allestita in Campidoglio, a Roma, la camera ardente. Tenni io il breve discorso commemorativo (poche ore prima che tornasse per sempre nella sua Firenze).
Eccone il testo, che si può considerare seminedito: apparve solo, col titolo «Ultimo saluto a Vasco», in una plaquette fuori commercio («Per Vasco», Grafica Campioli, 1993) che curai insieme a Maria Jatosti.
Non voglio dire, poiché appartiene alla storia privata, alla sfera sentimentale che per pudore è sempre meglio tacere, quello che Vasco ha significato per me, per la mia formazione intellettuale e morale. Non lo vorrebbe neanche lui, che il pudore – questo tipo così raro di pudore – lo conosceva bene; che ha saputo starsene in disparte, fuori dalla mischia sempre un po’ oscena della mondanità, quando ha creduto che fosse giusto farlo, per rimanere solo a combattere la sua strenua battaglia con la pagina bianca.
Però, se ripenso a me giovane allora, quando ci conoscemmo, non posso fare a meno di ricordare quello che Vasco ha rappresentato non solo per me ma per molti altri giovani – giovani poeti e scrittori, giovani studenti, o semplicemente giovani lettori dei suoi libri: la sua enorme capacità d’amicizia, la sua tensione costante a capire le ragioni degli altri, la sua disponibilità a un dialogo mai banale, mai corrivo (si parlasse di grande poesia o di avanspettacolo, di romanzi o di calcio, di quadri o di canzonette), la sua ironia, la sua autoironia, la sua vorace curiosità; e il concetto che aveva, e ti insegnava, di letteratura: che per lui non era qualcosa di ideale o di astratto ma, molto più semplicemente, più concretamente, lavoro; lavoro di parole, con le parole, da fare credendoci sul serio, ma anche credendo che oltre quello c’è altro: c’è la vita, c’è la storia, c’è l’uomo con la sua storia e le sue storie; c’è insomma tutto quello che la letteratura cerca in qualche modo di restituire senza però mai riuscirci fino in fondo: per cui c’è sempre uno iato da colmare, un nuovo salto da fare, in un inseguimento senza fine. Perché ogni volta che con la scrittura si riesce a dare una risposta a una domanda, c’è sempre una nuova domanda che urge e pretende un’altra e diversa risposta. Non a tutte si può rispondere, ma ci si deve comunque provare, fino allo strazio estremo.
Vasco lo ha scritto proprio nell’ultima pagina del suo ultimo romanzo – ed è già (già!) un lucido e drammatico testamento:
«E tu, che acidi hai usato per dissolvere i veleni e scomporli, precipitarli, renderli comunque attivi? Hai lavorato, e poi? Hai detto sì, e poi? Hai girato il mondo, dall’Azerbaijan alla Terra del Fuoco, e poi? Se per la sesta, decima volta apri un diario, significa che sai ancora ascoltarti. È a te stesso che devi, se c’è, una spiegazione. L’importante è che tu sia oculatamente sincero. Quando hai supposto di dire la verità, quasi sempre, è madornale, pochi ne hanno avuto il sospetto. Non un problema di misura, ma di lacrime che stillano invece di colare. Reticenza non grido. Ora il sangue delle cose s’è aggrumato. Chissà tu non riesca a liquefarlo a furia di gelo, e che a contatto con la morte non si animi la vita».
Che significa, tra le altre cose, anche questo: che per uno scrittore, per uno come lui almeno, non è mai tempo di consuntivi, il bilancio è sempre provvisorio, sempre aperto il conto.
Se così non fosse, Vasco sarebbe rimasto il memorialista della propria infanzia, dei propri affetti familiari; il cantore della realtà semplice, generosa, spontanea del popolo fiorentino e dei suoi quartieri; lo scrittore delle amiche e dei poveri amanti.
Invece Vasco è stato molto più di questo, perché lui non ha mai veramente guardato dentro il quartiere, come a molti è sembrato, ma sempre da dentro il quartiere ha guardato fuori. È partito di lì, certo, perché – lo fa dire a Bruno, ne «La costanza della ragione» – è «dall’orto di casa che ci si incammina per il mondo», ma da quella dimensione intima e privata che pure gli apparteneva è partito per una navigazione più ardua e rischiosa attraverso il mare mosso della storia, indagandone le cause e gli effetti, le pulsioni e le contraddizioni, le verità e le menzogne: perché la storia non sempre si svolge con noi e per noi, ma qualche volta, spesso, o sempre, anche senza di noi o contro di noi. Ha fatto una scommessa, e l’ha vinta, giocando tutte le sue carte, fino all’ultima, e senza mai barare.
Lui che all’inizio della sua carriera di scrittore, negli anni Trenta e Quaranta, al tempo dell’ermetismo, lavorava per sottrazioni, togliendo tutto il superfluo dalla pagina per arrivare a una dizione secca e precisa, pulita, ha saputo poi riempirla, quella pagina, con tutto ciò che serve a fare i conti con le non mai rimarginate ferite, fino al “far grosso”, come lui lo chiamava, de «Lo Scialo» e di «Allegoria e Derisione», che in questo senso – io dico – costituiscono i suoi capolavori: libri impervî, difficili, per nulla consolatorî, come mai consolatoria deve essere la letteratura. Ma anche libri senza i quali non solo non è possibile comprendere fino in fondo tutto Pratolini ma neanche è possibile comprendere la storia che lui ha attraversato e di cui ha voluto dare testimonianza. Perché, se non è questo, la letteratura rischia di essere nient’altro che un «esercizio di calligrafia sulla pelle dell’uomo».
Ma adesso basta. Queste cose Vasco le sapeva benissimo, gliele ho dette tante volte. Le ho ripetute adesso, siccome so che gli facevano piacere, solo come saluto, come un ultimo, goffo abbraccio. E per dirgli che sì, Vasco, crediamoci alla fine, o facciamo finta di crederci; chissà che davvero non sia così: che a contatto con la morte non si animi la vita.
