I romanzi brevi finalisti 2006

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Il 27 agosto 2006, a Vico del Gargano (FG) si è svolta la premiazione del concorso nazionale per romanzo breve inedito “Città di Vico del Gargano” edizione 2006, vinta da Sergio D’Amaro con “Romanzo meridionale”, pubblicato dalla Cofine di Roma.

Gli altri quattro finalisti sono pubblicati su questo sito in formato PDF (cliccando sui singoli collegamenti).

VINCITORE:
Romanzo meridionale di Sergio D’Amaro, vincitore dell’ottava edizione del premio nazionale “Città di Vico del Gargano”, s’inserisce nel vivace filone della narrativa dell’emigrazione, con particolare riferimento alle memorie di coloro i quali, partendo dalle coste del mare pugliese (e garganico in ispecie) si spingevano a solcare le acque dell’Oceano Atlantico, fino a quella «grande America», dove – come scrive l’autore – si favoleggia di «alberi doro» e di mari «di cristallo». Il racconto è molto ampio e robusto nell’impostazione narrativa, mostrando tutta la perizia e la maturità dell’autore, anche nella mescidanza di registro colto e registro popolare, restituito, quest’ultimo, attraverso frequenti incursioni nel dialetto dauno e, soprattutto, nell’inglese deformato degli emigranti, svolgendo una traccia che non può che risalire al Pascoli di Italy.

2° CLASSIFICATO:
Il Cristo di sale di Vanes Ferlini (foto 2) richiama prepotentemente i modelli veristici del romanzo di tardo Ottocento, ma al contempo ripensa originalmente la lingua di un Verga o di un Capuana attraverso un più frequente ricorso al registro lirico e coscienziale. La vicenda di Aligi, scavatore di salgemma, destinato a ripetere all’infinito i gesti di generazioni di minatori, ma determinato a consegnare al figlio Luciano un futuro migliore, s’intreccia con la storia del Risorgimento italiano, con il passaggio delle giubbe rosse di Garibaldi e con la nascita del brigantaggio e delle famiglie criminali siciliane. Il Cristo da Aligi meravigliosamente scolpito nel sale della cava è un monumentale ex voto offerto in cambio della buona sorte e del riscatto, ma si scioglierà catastroficamente come i sogni delle genti del Sud. Poesia e bestemmia, offerta di sé e rabbia s’intrecciano in un racconto molto gradevole.

3° CLASSIFICATO:
Il poeta di Giancarla Pinaffo (foto 3) ha il piglio di un divertente e poeticissimo monologo teatrale, più che del romanzo breve. Una simpatica padrona di casa nello scenario meraviglioso delle Cinque Terre mostra ad una silenziosa cliente l’appartamento che le avrebbe affittato per le vacanze: ma non è la mera descrizione degli ambienti quella che il lettore si trova davanti, bensì il vivacissimo racconto di una vita e di un territorio, l’inarginabile desiderio di comunicarsi attraverso gli oggetti quotidiani e i propri ricordi, nel continuo oscillare fra bisogno di concedersi alla conoscenza dell’altro e gelosia per le proprie cose e i propri spazi. La lingua usata è un avvincente intermedio fra italiano e genovese (il che aumenta quella sensazione di teatralità comica di cui si diceva): nel finale si allude con un cenno delicato al poeta ch’era vissuto fra quegli orti liguri e che non ha più nome, forse perché il suo “fantasma” è parte del paesaggio. Egli non abita più in Liguria, ma della sua poesia è misteriosamente intriso l’immaginario di chi è rimasto.

4° CLASSIFICATO:
I frutti purpurei di Hieronymus Bosch di Marco Cipollini  (foto 4)  è un romanzo breve che si articola per più livelli fantastici: da un lato vi è la cornice generale, quasi manzoniana nella caratterizzazione dei personaggi e degli ambienti religiosi, in cui si assiste allo sconcerto che segue alla morte di un’anziana suora di clausura e alla scoperta di una sua accentuata passione per la scrittura. Dall’altro vi è la lettura di alcuni dei racconti lasciati da suor Adele: il tono complessivo trascorre dall’allegorico al magico, dal lirico al surreale, toccando ardite zone di mistero nelle pagine più sconvolgenti della religiosa, che rivelano la storia tenerissima di un amore impossibile e di una morte precoce. Il registro plurimo è ben gestito dall’autore che sa misurarsi col realismo quasi comico dei personaggi del racconto-cornice, tanto quanto con l’acceso simbolismo dei personaggi fantastici.

5° CLASSIFICATO:
Dove si ballava il liscio di Mario Pettoello è la storia della trasformazione di una sala da ballo, dall’inizio del secolo, quando vi si proiettavano film muti con accompagnamento musicale, al dopoguerra allegro e desideroso di libertà, quando vi si impiantò una balera, fino ai tempi più recenti,  in cui, declinato il ballo liscio e di coppia, la discoteca deve attrezzarsi per proporre la malizia della lap dance. La storia della “Sala California” offre uno spaccato di storia del costume italiano, ma è soprattutto la storia delle tre generazioni che l’hanno posseduta e gestita: i cambiamenti musicali e l’avvicendarsi delle abitudini relazionali danno il segno della complessità di rapporto fra padri e figli, fra consapevolezza dell’inevitabilità del nuovo e improvvisi arroccamenti nostalgici. La struttura narrativa è matura e ben condotta attraverso uno svolgimento non lineare, ma costellato di flashback e salti temporali.

27-08-2006