“I passi dell’angelo”

Nota e scelta di testi dell'opera di Basilio Luoni a cura di Anna De Simone

    È quasi un imperativo kantiano quello che ci spinge a rompere il silenzio che ha circondato per tutta la vita la poesia di Basilio Luoni (Como 1941). Non chiediamoci perché questo sia accaduto. Possiamo solo intuirlo. Ma adesso, dopo un viaggio di decenni, i versi di ques’autore sono arrivati casualmente fino a noi da Lèzzeno, un piccolo paese di duemila abitanti situato sulla sponda orientale del lago di Como. In quel borgo appartato, questo poeta dirige da sempre una compagnia teatrale di “dilettanti” per la quale ha composto in dialetto tutte le sue opere e in particolare due Misteri Sacri, El Natal e La Pasqua. Ma Luoni  ha avuto anche la forza e la temerarietà di comporre una versione per il teatro dell’Odissea, “che”, scrive, “è stato per me un testo fondamentale, il libro della vita”. Lo ha intitolato El Baloss, un termine la cui spiegazione si trova nel dizionario milanese di Cherubini: «Così chiamansi per antonomasia nel Basso Milanese que’ vagabondi che si presentano sul far della notte alle cascine chiedendo alloggio e vitto… ». A questo proposito vorrei ricordare una piccola grande lirica del poeta greco Ghiorgos Markòpulos, intitolata Lo straniero. La trascrivo di seguito in quanto mi pare che centri alla perfezione il sentimento di Luoni nei confronti del suo “Baloss”: «Perché lo straniero non conosce la città di giorno. Lo straniero conosce la città di sera, quando dorme. La mattina va via di nuovo con il fare aspro di chi cercava qualcosa e non l’ha trovato. Tu che un giorno l’hai amato quando lo vedi passare dalla tua porta, dagli un po’ di quell’antica tenerezza. E pensa a distanza di anni che un giorno è passato nella tua vita Ulisse» (trad. F. Pontani).

   El Natal è stato  stampato in un’edizione fuori commercio nel lontano 1984 ed è uscito in libreria soltanto dieci anni dopo. Diciamo questo per far notare quali e quante difficoltà abbia dovuto affrontare questo poeta per pubblicare un testo così alto, così profondo, anzi forse proprio per questa ragione. La stessa cosa è successa con i libri venuti dopo. Ma per nostra fortuna, Luoni è andato avanti impavido, diritto per la sua strada e ha scritto opere di grande spessore. È, questo, un poeta che sa evitare “l’equivoco folcloristico”, in quanto si richiama costantemente alla Bibbia, «ma soprattutto», scrive Gianfranco Ravasi nella sua bella Presentazione, «affidandosi alla “povertà” del dialetto». Da una parte  un dialetto ruvido, dall’altra la ricostruzione di una “nascita” fanno pensare, scrive sempre Ravasi, «alle sacre rappresentazioni medievali che in sé conservano intatto lo stupore della fede». Stupore, purezza, innocenza: come nei dipinti di Chagall, dove tutto diventa possibile, tutto diventa miracolo, un prodigio che il linguaggio “arcaico eppur folgorante, barbarico eppur spirituale riesce a far balenare in modo incisivo». A questo punto giunge più che opportuno il richiamo a Franco Loi, in quanto il suo splendido Angel è un  poema  che racconta la storia di una vita attraversata dal dolore, ma sfiorata dal miracolo. E miracoloso ci appare anche il prologo del Natal di Luoni, che dice tutto sul lessico, sulla trasfigurazione dei fatti, sul richiamo ai testi sacri e sull’aura da alba di un nuovo giorno che si avverte fin dai primi versi, nelle parole del profeta Isaia:
 
  «Ôn oltrô trôô in su la côlmen… / Hin i pass che se spressa, / i pass de l’onger. Scôltee. / Vardee i pee de l’onger che porta / la noeuva, i pee che se moeuv / linger de côlmen in côlmen…/ Eccô, eccô, scôltee: è nassuu / ôn Fioeu che l’è fronch côme ôna tôrr, / in man el porta la folc, / in coo la côrôna, el se cioma / Emmanuèll – Emmanuèll: el Signôr / l’ha mettuu cà insemma a nu»
 
(Un altro tuono sulla cima… / Sono i passi che si avvicinano, / i passi dell’angelo. Ascoltate. /Guardate i piedi dell’angelo che porta / la nuova, i piedi che si muovono / di cima in cima leggeri… / Ecco, ecco, ascoltate; è nato / un Figlio saldo come una torre, / in mano tiene la falce, / in testa ha la corona, il suo nome / è Emmanuele; il Signore ha preso / dimora in mezzo a noi).
 
   Ma quelle che si addensano all’orizzonte sono nuvole nere: bisogna fuggire, andare il più lontano possibile; così dicono i Re Magi, mentre si preparano ad affrontare un viaggio lungo e rischioso. La nebbia è sempre fitta: «Quest l’è el temp de l’ômbria. / Tegnii scônduu el Fioeu e la sôa mamm» (Questo è il tempo dell’ombra. / Tenete nascosti il Bambino e la madre). La strage degli innocenti sta per compiersi. «Ha de morî / tucc i fioeu de Betlemm e la côntrada / lì intôrnô» (Tutti i bambini / di Betlemme e del contado / devono morire»). Così vuole il re sanguinario, così pretende Erode, incarnazione vivente del Male, che periodicamente si affaccia sulla Terra.
 
 
Proponiamo di seguito uno stralcio del Natal (scena terza, parte seconda). Siamo a Gerusalemme, nella reggia del re Erode, che volendo eliminare Gesù, ha ordinato di far uccidere tutti i bambini di Betlemme e del contado.
 
Erode: (al Messo) Ha de môrì
tucc i fioeu de Betlemm e la contrada
lì intôrno. Ai mee guardi:
de mettes a cavall subet a l’attô,
in segrett circôndà
la cittaa, che nissun poeuda scappà,
e quond i hon faa côrôna,
taccà, strada per strada, cà per cà,
cassina per cassina, scannà i fioeu,
de quii appena nassut
a quii che gh’ha duu onn. Se stomm in largh,
nô  ’l poeù scappà.
Messo:                  O re, se rendôv cunt?
Erode: Se rendi cunt. Tucc besôgna scannai.
Messo: Fioeu innôcent…
Erode:                            I gh’hon côlpa:
hin fioeu. E mì gh’ho de respônd
a nissuu. Ciamémm pur
quond sarà piee la beccaria, ciamémm
a vedè: nô se tiraroo indree.
 
E se i ferit i dervissen i labbri
a buttà songh, per dì che soo staa mì,
nô se tiraroo indreé gnanca allôra,
pôcciaroo i man in de quella môstarda,
se impiastraroo la faccia. Mì soo staa!
 
Erode  (al Messo) Tutti i bambini / di Betlemme e del contado / devono morire. Alle mie guardie: / si mettano subito a cavallo, / circondino in segreto / la città, che nessuno trovi scampo, / e quando avranno fatto corona / comincino, strada per strada, casa per casa, / cascinale per cascinale, a sgozzare i bambini, / da quelli appena nati / a quelli di due anni. Se facciamo le cose in grande, / non può scappare. / Messo: Vi rendete conto?, sire? / Mi rendo conto… Bisogna scannarli tutti.  Messo: Bambini innocenti… Erode: Una colpa ce l’hanno: / sono bambini. Ed io non devo render conto / a nessuno. Chiamatemi pure / quando la beccheria sarà completa, chiamatemi / a guardare: non mi tirerò indietro. / E se le ferite si apriranno / e butteranno sangue per accusarmi, / nemmeno allora mi tirerò indietro, / tufferò le mani in quella mostarda, / me ne spalmerò il volto.  Sono stato io!
 
(da el Natal, parte  seconda, scena terza)
 
 
Il brano che segue contiene una riflessione del traditore di Gesù, Giuda, nella scena ottava della prima parte del poemetto La Pasqua:
 
Una strada. Giuda.
 
Giuda: Voeuria cambiagh el nômm?
Ma i poeuden minga cambiagh la sôstônza.
La sôstônza l’è quela che l’è.
Luu l’è innôcent e mì l’ho venduu.
Evel el mè destii? Se ciomi Giuda.
Vôraria dôlall via, el mè nômm,
côme se dôla via cônt el fôlcii
la côdega de ôn tej,
o côn l’ôngia la crôsta de ôn bignôô.
Ma cambiaress negôtt.
La pionta la saress semprô quella,
ôna pionta salvadega, groma.
A va destruu la pionta.
Quela, se po’ destrulla.
Anca se restarà el nômm.
 
 
Giuda: Vogliono cambiare il nome? / Ma non possono cambiare la sostanza. / La sostanza è quella che è. / Lui è innocente e io l’ho venduto. / Era il mio destino? / Mi chiamo Giuda. / Vorrei grattarlo via, il mio nome, / come si gratta via col falcetto / la scorza del tiglio, / o con l’unghia la crosta di una pustola. / Ma non cambierebbe niente. / La pianta sarebbe sempre la stessa, / una mala pianta selvatica. / Va distrutta la pianta. / Quella si può distruggerla. / Anche se rimarrà il nome.
 
   La Pasqua è dolore, angoscia, tradimento, senso di perdita, ma è anche rinascita, miracolo, ritorno alla vita e alla speranza.
 
Infine, ma dovremmo dire “In principio” c’è El librô di figur (Il libro di figure), pubblicato con uno scritto di Dante Isella, nel 2015, ma scritto tra il 1987 e il 1988.  Sono  dodici i poemetti che lo compongono, “capitoli di un romanzo o racconto lungo in versi”, ci dice Dante Isella nell’ introduzione. Il titolo però, continua il grande critico,  rimanda anche al “libro figurato delle letture di un fanciullo introverso, della sua prima, trasognata decifrazione della vita a cui si va iniziando”. Trascriviamo di seguito, uno stralcio del primo poemetto, SS. Quirich e Giuditta (I Santi Quirico e Giuditta):
 
Ôna scala bombè côn sú el procônsôl
che fa segn de côppai; e ’l fiôlett
l’è ggià in ari, tregnuu per la caviggia,
 prima de crôdà giò
a spantegà i ciarvelli sul sarizz;
ôn oltrô manigoldô, scôpazzuu
pussee del primm, l’è prônt a sferciamà
la mamm cônt ôna spada,
côme quand per giugà
se spaca in mezz a ôn praa
ôna zucca brosa  de rôsada –
e intont sôra l’altar
se derviss ôn ciel de verderomm
fôdraa de ôna nuvela côlôô
del safroo, e vee giò tutt ôn bersò
d’onger e sont, che conta e se carezza
e se storg e se intrezza
per faa de materazz a la Madônna
che la presenta a tutt el Paradis
mamm e fioeu, fatt su in d’ôna côrnis
de nebbia ciara, côme quond la luna
la sbianchiss la scimosa di môntogn
innevaat – […]
 
I Santi Quirico e Giulitta
 
 Una scalinata bombè col proconsole in cima / che ordina di ucciderli; e il bambino / è già levato in alto, tenuto per la caviglia, / prima di crollare / col cranio fracassato sul granito; / un altro manigoldo, muscoloso/ più del primo, è pronto a fare a pezzi / la madre con la spada, / come quando per gioco/ si spacca in mezzo a un prato / una zucca fradicia di rugiada –  / e intanto sopra l’altare / si apre un cielo color verderame / foderato di una nube / zafferano, e ne discende tutta una pergola /d’angeli e santi, che cantano e si accarezzano / si torcono e si intrecciano / per fare da materasso alla Madonna / che presenta a tutto il Paradiso / madre e figlio, avvolti in un alone / di nebbia chiara, come quando la luna / imbianca la cimosa di montagne / innevate – […]
 
(da El librô di figur, con uno scritto di D. Isella già apparso sull’Almanacco dello Specchio, 14, 1993, pp. 273-275, a cura di F. Rognoni, Diego Dejaco editore, Mergozzo 2015)
 
 
 
Anna De Simone
 
Foto di Attilio Marasco
 
Pubblicato 06-08-2016