Vissuto tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, sindaco di Casoli (CH) dal 1900 al 1910, Domenico Rossetti fu, insieme a Ermindo Campana, Tommaso Bruni, Luigi Renzetti, Luigi Anelli, Fedele Romani, Luigi Brigiotti, Vincenzo Ranalli, un attivo esponente di quel movimento che, dal verismo in poi, tendeva ad affermare anche in Abruzzo una letteratura dialettale. Sennonché quell’operazione fu condotta nei limiti angusti di un bozzettismo folcloristico povero, o totalmente privo di risonanze interiori e di slanci lirici.
Nell’iniziare la sua raccolta di Documenti dialettali nella Rivista Abruzzese (1902), Gennaro Finamore scrive: “Il convincimento che il vernacolo abruzzese, troppo umile, non fosse adatto alla poesia, dev’essere stato costante. Talché, in tutti i nostri componimenti dialettali in versi, non è il poeta, ma l’uomo del popolo, o del volgo, che parla; e per questo, ne’ medesimi, finezza di sentimenti e alti voli della fantasia non sono da cercare”. Giudizio discutibile in quest’ultima parte perché, in quella stagione, a trattare di poesia dialettale non erano tanto uomini del volgo, quanto piuttosto della buona borghesia, che, in definitiva, mimavano i moduli linguistici della “plebe”, con atteggiamenti di sottinteso paternalismo. Più tardi Ermindo Campana, nella prefazione al volume antologico Voci d’Abruzzo (Vasto, 1914), preciserà, giustamente, che in tutti i poeti da lui trattati, ad eccezione di Alfredo Luciani, perdurava “l’antico pregiudizio che la poesia dialettale abbia certi suoi limiti, che cioè il dialetto non possa e non debba andare oltre certi confini”. E, dunque, si deve, appunto, “a questo falso convincimento se nell’opera dei nostri poeti dialettali scarseggiano esempi di lirica soggettiva e predominano la satira e la macchietta”.
A quel falso convincimento aderiva anche il nostro Rossetti, il quale, però, pur essendo stimato dagli altri poeti abruzzesi, suoi contemporanei, non venne incluso nell’antologia dell’amico Campana. Eppure, lo avrebbe meritato: non fosse altro perché è l’inventore della ciavulejate, o se si preferisce, il primo (e finora l’unico) traspositore della cicalata dall’ambito della letteratura nazionale a quello della letteratura abruzzese.
Il nostro buon sindaco fu un poeta occasionale: egli, infatti, verseggiò soltanto in corrispondenza di alcuni eventi locali, ritenuti più o meno importanti (1); e, del resto, la poesia non fu per lui una imprescindibile esigenza espressiva e creativa. Oltre agli stilemi che lo accomunano alla temperie dei poeti dialettali del suo tempo, va rilevato che nella sua pagina l’elemento popolare si carica, a volte, di sottintesa ironia e persino di effetti caricaturali. Tuttavia, costui ebbe il raro dono di maneggiare con assoluta naturalezza il versante rustico della parlata casolana, da cui fece sprizzare un suo personalissimo stile, carnoso e robusto. Non è dunque il caso di parlare di poesia. Ma per le peculiarità del suo dettato, ricco, vigoroso, colorito, esilarante e pungente – in contrasto con tanta parte degli attuali misterici sospiri – e perché a distanza di un secolo, ormai, quel dialetto è divenuto largamente desueto, ci sentiamo di raccomandare questo autore ai cultori della dialettologia regionale piuttosto che. alla critica letteraria.
Ed ora una chicca. Domenico Rossetti fu il destinatario di un carmen detittiano, intitolato In nuptias Vincentii Giamberardini et Franciscae Rossetti (2), che qui riproduciamo:
Non iuvenem sponsum novi sponsamque puellam
nec quis amor novi quod studiumque trahat.
Vir sed amicus prosequitur gratusque poëta
votis has taedas ominibusque suis.
Hic pater est sponsae, est huius laudabile nomen (3),
nostri qui populi carmina ab ore legens
mordacesque sales didicit crassosque lepores
reddere versiculis, verba iocosque rudes.
At modo non haec ille, suo sub pectore sentit
nasci alios numeros nunc veneresque novas.
Filia dulcis abit: clausi flos candidus horti
luminibus rapitur laetitiaque patris.
Ipse utinam posset sponsis nunc condere carmen:
non salsus verbis, non rudis ille foret:
dulcia cantaret: sed noster dicere versus
nescit quid claudat corde poëta pater.
Sponsi felices, quos talia vota sequuntur
trans limen, talis quos comitatur amor!
Traduzione:
Io non so che cos’è questo amore, questo richiamo segreto che pressa due giovani sposi a corrersi incontro e insieme calcar nuove vie.
Un uomo però – un amico, un poeta a me caro – sta seguendo il corteo nuziale: porta in cuore i suoi voti e le sue trepide speranze.
È il padre della sposa, dal nome prestigioso: egli, infatti, cogliendo strofe dalla voce della nostra gente, ha imparato a renderne in agili versi le battute mordaci e le grossolane facezie, i motti e lo spirito ruvido.
Ora, però, non quel canto sente nascere in petto ma il ritmo germinale di un carme affettuoso.
La dolce figlia se ne va: il candido fiore del chiuso orto viene rapito alla vista gioiosa del padre.
Voglia il cielo che egli riesca a comporlo il suo canto! Questa volta il suo stile non sarebbe né salace né rude; nascerebbe una dolcissima lirica: il mio verso, purtroppo, non sa dire che cosa racchiuda in cuore il poeta.
Felici voi, sposi, se al dolce nido tali voti vi seguono, se un così grande amore vi accompagna!
Si vuole qui sottolineare come questa composizione si affianchi per importanza al De poësī (4), in quanto chiarisce un aspetto principalissimo della poetica detittiana e ci riveli come il suo autore fosse lucidamente conscio di stare attuando, forse ancor più chiaramente di Alfredo Luciani, quella che poi fu chiamata la rivoluzione lirica nella poesia dialettale abruzzese.
Nicola Fiorentino
1) Le sue composizioni furono stampate in foglietti volanti. Sono ora raccolte nell’antologia di N. Fiorentino e P. Imbastaro, Casoli tra poesia e storia (1993). Edizione in proprio.
2) Dai Carmina, Anxani, in aedibus R.Carabba, MCMXXII.
3) Notissimo è in Abruzzo il dottor don Domenico Rossetti di Casoli per i suoi scherzi dialettali (nota del poeta).
4) In quest’opera – riassunta ampiamente nella mia antologia Poeti dialettali abruzzesi, Roma, Edizioni Cofine, 2004 – il De Titta illustra la sua poetica, la quale si muove in tutt’altra direzione rispetto a quella del Pascoli. Con buona pace di chi sotto dettatura si attarda ancora a ripetere il contrario.