I luoghi della memoria in ’A fabrica ribandonadha (La fabbrica abbandonata) di Fabio Franzin

Recensione di Ombretta Ciurnelli

 

C’era una volta la Terza Italia, quella del miracolo economico legato allo sviluppo di industrie di piccole e medie dimensioni, lontano dai modelli del Nord-ovest e del Sud del paese. Un’area in cui la costruzione di molti opifici e il conseguente sviluppo di distretti industriali hanno profondamente segnato il territorio nel passaggio da un’economia prevalentemente agricola a una industriale.

Ma nel tempo, nell’ambito dei processi di delocalizzazione volti a ottimizzare la produzione e, successivamente, nel quadro più ampio della profonda crisi economica, tra la fine del secondo e il volgere del terzo millennio, molte fabbriche sono state abbandonate e spesso a caratterizzare il paesaggio della Terza Italia è stata una nuova archeologia industriale, quella che, come recita l’esergo alla raccolta, tratto da L’età dell’oro di Edoardo Nesi, riesce solo a intristire, ad apparire misera nella tragedia e ridicola nell’ambizione.

È su questo sfondo che si colloca la narrazione in ’A fabrica ribandonàdha (La fabbrica abbandonata), la raccolta poetica con cui Fabio Franzin ha vinto la 6ª edizione del Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita.

Dopo essere stato cantore del mondo operaio nell’opera Fabrica (Atelier, 2010) e della crisi economica in Co’ e man monche (Le voci della Luna, 2011), Franzin torna a parlarci di lavoro, di fabbriche, di operai, di mobilità e di crisi, dimostrandosi profondamente ancorato ai gesti delle mani e della sirena, come egli stesso scrive nell’introduzione in cui illustra la genesi della raccolta.

In ’A fabrica ribandonadha due sono i tempi della narrazione e due i luoghi in cui si colloca, entrambi nei pressi di Motta di Livenza, in quel Veneto che ha vissuto il miracolo economico e poi la crisi. Entrambi sono fabbriche ribandonadhe: la prima negli anni ’70, nel quadro di una localizzazione più vantaggiosa della produzione, con lo spostamento dal centro del paese verso un’area periferica, la seconda, una fabbrica di semilavorati per mobili, abbandonata per la crisi economica inarrestabile e sistemica del nostro secolo. Nel processo di degrado che rapidamente le colpisce i due luoghi ribandonanadhi sembrano perdersi in una non-vita, sapientemente colta e descritta da Franzin: co’ tute ’e / só vene-liane picàr dai sufìti , i só / nervi de fèro a córer da fermi, ’e / schejie de vero dei òci (con tutte le / sue vene-liane a piovere dai soffitti, i suoi / nervi di ferro a correre sui muri, le / schegge di vetro degli occhi), con quari ’lètrici scassadhi e fii / che caschéa tuti ingatiàdhi (quadri elettrici scassati e groppi / di fili abbandonati), con i cessi divelti, con gli intonaci che si staccano e il ferro che si arrugginisce e i lucernai in frantumi e le erbacce che invadono i piazzali.

Nella prima fabbrica, posta proprio vicino alla chiesa del paese, come / un dent carià tel sorìso de ’na / comunità (come / un dente cariato nel sorriso di una / comunità), l’Autore ha vissuto le sue esperienze di bambino e poi di adolescente e giovane ragazzo, in quel tempo in cui insieme agli amici si scopre la vita. Non in piazzette o vicoli o campi aperti, come accade ai più, ma nella scurét pien de polvara (penombra polverosa) e tra gli sgabuzhini spazzi e sventràdhi (sgabuzzini lerci e fatiscenti) di un rudere industriale. E così, nel disfarsi arrugginito e polveroso di un capannone, quella piccola banda di ragazzi ha imparato un suo catechismo […] co ’e stigmate tii dhenòci (con le stimmate sui ginocchi) attraverso i giochi, i litigi e le rappacificazioni, attraverso la scoperta del sesso, come in un rito di iniziazione, e anche attraverso quegli incidenti che lasciano scie insanguinate nella memoria, quasi a prefigurare quelle che segneranno il lavoro nelle fabbriche degli adulti.

La seconda è, invece, il luogo in cui per una vita si è costruita l’esperienza di lavoro dell’Autore, dove lui ha segà, fresà, cispà in man panèi / de legno, invidhà, sbusà, scocetà, / incoeà, inpacà… (segato, fresato, afferrato pannelli di legno / avvitato, forato, bloccato col nastro adesivo / incollato / impaccato…). Adesso a ripensare la fabbrica abbandonata è un uomo né stanco né vecchio, ma frugà, / fregà , sgrafà da tre quarti / dea só vita seràdhi drento / un capanón, servo dei tòchi / e dea sirena (usurato, / fregato, graffiato da tre quarti / della sua vita chiusi dentro una fabbrica, servo dei pezzi / e della sirena).

La robotica che scandisce nuovi modi di produzione e la delocalizzazione di molte strutture produttive in altri paesi sono all’origine di una crisi che non si traduce soltanto in disoccupazione, ma che è anche crisi di valori e fa tornare alla mente il processo di meccanizzazione che mezzo secolo prima aveva profondamente trasformato il lavoro e la produzione nelle nostre campagne. Lo recita con amarezza la poesia che chiude la raccolta ’Ndé a dirghe (Andate a dire), ispirata a I bu di Tonino Guerra:

 

’Ndé a dirghe ai mé coèghi

operai che romài ’a ’é finìdha,

che el só lavoro no ’l serve pì,

che incùo se fa prima coi robò.

 

E po’ fen fenta che ne fae pecà

pensàr aa fadhìga che i ’à fat,

(come i bò , prima e dopo de lori)

vardàndoi ’ndar, a testa bassa,

drio ’a corda longa dea crisi.

 

(Andate a dire ai miei colleghi / operai che ormai è finita, / che il loro lavoro non serve più, / che oggi si fa prima coi robot. // E poi fingiamo ci faccia pena / pensare alla fatica che hanno fatto / (come i buoi, prima e dopo di essi) / guardandoli andare, a capo chino, / lungo la corda lunga della crisi).

 

I due luoghi della narrazione divengono luoghi della memoria, dapprima come in un racconto di formazione, nella nostalgia dei grandi sogni e dell’allegria del tempo giovanile e poi in una narrazione densa di rabbie e rancori, in un contesto disanimato in cui sembra perdersi il senso della solidarietà umana e della giustizia.

Gli operai sono come poveri cristi: cristi in serie mai stadi boni de far / miracoli, a scontàr ’na colpa che no’ i sa, / che no’ i capisse (cristi in serie mai stati capaci di compiere / miracoli, a scontare una colpa che non sanno / e non possono comprendere). Anche il titolo della seconda sezione – Te l’erta del Calvario – rimodula la metafora evangelica che sembra percorrere trasversalmente l’intera raccolta. Così l’amico ’Berto, quando un  fèro // de l’armadhura el ghe ’à sbusà un / polpàcio, passà da fòra par fòra tea carne (uno spuntone di ferro // dell’armatura gli si conficcò / in un polpaccio, trapassando / le carni),  trasportato dai compagni, fa pensare a Gesù, ai ciòdhi, ai nostri pecàdhi (a chiodi, ai nostri peccati) e la fabbrica dei giochi infantili si disegna nella memoria come una cattedrale a tre navate, con un bancone di ferro come altare. E ancora, in esergo alla lirica Miracoj il verso di Pier Paolo Pasolini: Vegnerà el vero Cristo, operaio o la lirica Come cristo da capanón in cui nel calvario della crisi si sta co’ e man inciodàdhe / al nient  (con le mani inchiodate al niente). Ciò non manca di ricordare i versi del poeta Luigi Di Ruscio nella lirica Ovunque l’ultimo: e l’odio di quest’ultimo vi marca tutti  / schiodato e crocifisso in ogni ora / dannato per un mondo di dannati.

Ma la fabbrica non è un luogo per miracoli, se mai per le bestemmie e per la rabbia, con i schèi che no’ basta (soldi che non bastano), nella precarietà che vuole solo pedine da spostàr / qua e là tea scachièra del profitto (pedine da spostare / qua e là nella scacchiera del profitto), con il rischio sempre incombente di essere scartati come tòchi vignùdi mal (pezzi difettosi).

La narrazione si snoda in un incalzare di fotogrammi che a tratti ricorda certo cinema neorealista e a volte suggerisce ingialliti dagherrotipi della nostra storia. Il dialetto di Franzin, denso di metafore e similitudini, dà corpo e plasticità ai ricordi, dà colore a figure umane di cui si condivide con empatica solidarietà lo stato di precarietà. Altre volte lo stridore della fabbrica si riverbera in una lingua aspra, nervosa, essenziale, disadorna, in un procedere a volte spezzato, con frequenti enumeratio e arditi enjambement, con la traduzione in lingua, posta a fronte, che riesce a dare rilievo e pregnanza al realismo descrittivo, e visionario insieme, della poesia di Franzin.

Le due sezioni della raccolta, dense di rimandi e di intrecci spazio-temporali, si disegnano sul bianco della pagina in modo differente a sottolineare i diversi racconti: il ricordo dell’infanzia e della giovinezza è affidato a un equilibrio di forme e compostezza, quasi a narrare l’armonia di un tempo lontano, i sogni grandi ripensati con nostalgia attraverso componimenti costituiti da due strofe di cinque versi ognuna, senza titolo, come in un poemetto. La seconda nel suo vario articolarsi metrico e compositivo, si risolve, invece, in testi di varia lunghezza, quasi capitoli di un’epica vicenda i cui tempi sono sottolineati dai titoli in grassetto che scandiscono rabbiosamente frammenti di un’esperienza che vuole essere metafora di una condizione del nostro essere, in un tempo in cui è stata dismessa l’etica delle mani, dove è sempre più arduo mantenersi umani.

Come nota Manuel Cohen nella motivazione del premio, la scrittura di Fabio Franzin «fisica e corporale, memoriale ed emotiva, realistica e visionaria», nella piccola «comunità di Motta di Livenza», riverbera «l’intero Nord-Est, l’Italia e l’Occidente tutto» e due piccole fabbriche si fanno «destino e paradigma, apologo quasi, oggettuale, realistico e simbolico di almeno cinque decenni di vita personale e pubblica, antropologica e morale».

Fabio Franzin, ’A fabrica ribandonàdha (La fabbrica abbandonata), Osimo (AN), Arcipelago itaca Edizioni 2021.