I Dispacci di Narda Fattori

Nota e scelta di testi a cura di Anna Maria Curci

 Dispacci di Narda Fattori (L’arcolaio 2016) sono ambasciate poetiche che del messaggio e della poesia possiedono tutta la forza comunicativa e creativa. L’equilibrio, la coesistenza, il connubio tra significatività del contenuto e cura dell’espressione non mostra cedimenti e ogni testo della raccolta ne dà testimonianza. Una prova evidente della riuscita di tale unione è il movimento sicuro sull’asse temporale e tra le direttrici temporali: mi riferisco non solo ai piani del passato, del presente e del futuro, ma anche all’uso meditato e misurato dei tempi e dei modi verbali. Anche nel procedere di un singolo testo, questi si alternano spesso e ricorrono in più varietà, come accade, in maniera esemplare, proprio nei primi tre dispacci, inviati rispettivamente al padre, alla madre, alla sorella. Non si tratta soltanto di andare a ritroso con i ricordi, non ci si limita – e non si sbarrano gli accessi, tuttavia – alla nostalgia, al rimpianto. I messaggi ai propri lari includono i desideri, le aspirazioni e le peculiarità di quelli, così come le dicerie e le opinioni forzatamente manchevoli degli altri. Perché sono forzatamente manchevoli le opinioni ‘pubbliche’, ‘comuni’? Lo sono per il semplice fatto, come dichiara Narda Fattori, che tutti gli umani si trovano a dovere, e a non sapere fronteggiare «materia / difforme e sorgiva – implacabile –// vita».

Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?

I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»;  la vocazione dei poeti che «Testardi tornano a seminare fonemi/ dentro i solchi» è sentinella su un avamposto arrischiato, uno dei pochi, tuttavia, che garantiscono vista acuta ed eloquio chiaro. Un metodo di conoscenza e un sistema di invio e disseminazione del messaggio del quale si sono volute perdere le coordinate e che la poesia, caparbiamente e controcorrente, pure persevera nel tramandare. […] Si configurano, dunque, i Dispacci, come capitolo fondamentale della “grammatica del dolore” (la definizione è di Narda Fattori), una grammatica ‘plurale’ che ha il dono del riserbo e il coraggio di buttarsi a capofitto in incontri e scontri, che sa essere indulgente e si rifiuta di essere indolente, che non si limita a registrare il rimpianto per l’avida lettura dell’ultima puntata del feuilleton, per le corse in bicicletta e le sbucciature alle ginocchia, ma formula il monito dell’attenzione (Stai parata), ironizza sulla deriva e sullo scialo, capovolgendo “arsenico e vecchi merletti” in Muffa e sberleffi, scava fino all’osso e ribadisce, cionondimeno, il suo sì alla vita e alla poesia.
(dalla Prefazione di Anna Maria Curci).
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Di te diranno
Di te diranno – sorella mia-

cose di poco conto e qualche infamia

presto ti coglierà una nebbia fitta

a cancellarti nei pensieri prima

———————————nei cuori poi
perché non sopportiamo a lungo

il dolore la domanda riacutizzata

la certezza di una diffusa miseria

che ci alberga nei dendriti deraticati
diranno che capita che s’inciampi

a morte nel corso dei giorni

che ci sono accidenti e incidenti

del tutto casuali e qualche colpa

——————————in buona fede

per inesperienza a trattare materia

difforme e sorgiva- implacabile –

————————————vita.
(Laura Fattori)
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Ricordanze
1.
Alla spalletta bassa del ponte

già la tua voce era sollievo

nella chiostra candida dei denti
tentai il salto nella melma

e le salamandre mi accolsero

benevolmente avide sulla schiena

-vieni- dicesti e io confidai
quella volta ed altre ancora

prima di imparare la dolcezza

della tua voce la delicatezza dei calli
crebbi ragazza indocile

docile al tuo richiamo riparatore

zampillo e gran bufera.
Sempre troppo presto giungeva sera.
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Al tempo del Pifferaio
Non respingete questa banda di fiati

un po’ stonati che procede saltellando

per accompagnare il pifferaio di Hamelin
sono morti i topi sono morti fra i flutti

invano cercando una riva da risalire

hanno ingoiato do re mi la si diesis

acuminate biscrome e semibrevi
sono stati in massa trasportati là dove

finisce il fiume nelle forre dove interrato

corre fine alle foibe per l’ultimo squittio
o poter respingere questa banda di fiati

con naso rosso dei clown la bocca grande

e bianca che sogghigna mentre segue

la processione ridente dei bambini

che la musica dei pifferaio ha incantato
ad uno ad uno nel fiume si sono gettati

in una gara di tuffi a morte gridando gioia

e i clown hanno lanciato i nasi e i fiati
le lacrime finalmente hanno lavato la biacca

i bambini vanno cadaveri alla foce
il pifferaio non ride neppure s’ allieta

ho solo raccontato la fiaba fino alla bad end.
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Stai parata
Non ho udito ancora il frinio delle cicale

né le sorelle lucciole si sono accese
la vita che appare e dispare ogni alba

fa più scollate le vesti delle donne

che rendono le attese rosse di sangue

tingono come una milonga di tanqueria
e la menzogna seghetta come un coltello

frantuma come un martello cerchia

anche l’osso lo sparo a due metri
non cessare d’amare sorella non cessare

ma stai parata come la legione romana

a tartaruga contro la cavalleria.
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Muffa e sberleffi
Se non ravvivati i colori si disperdono

s’azzurra il blu ingrigisce il nero
l’ottone giallo delle maniglie ha subito

gli unghioni del tempo

non busserà più nessuno i fantasmi

non chiedono permesso s’accoccolano

fra i pensieri sterili e stinti

trombette che gracchiano dimenticate

le note – sinfonie di voci disarmoniche
ecco muffa e sberleffi nel 2000 d.C.

a chi come me niente teme e niente tiene.
.*
Terminata la lettura di Dispacci – ma si dovrà rileggere come esige ogni libro importante – eccomi con le prime impressioni, di lettore certamente, non potrei fare altro; il mio rapporto con i numerosi testi di Narda Fattori (se non sbaglio siamo all’undicesimo libro di poesia) è stato sempre quello di lettore disponibile all’ascolto. Ma questa volta mi accorgo di trovarmi impreparato a scrivere. Lo dico senza falsa modestia. Lo trovo così intenso, così vero questo libro, che non potrei aggiungere nient’altro. Nulla. Si dice infatti che il miglior commento alla poesia sia la poesia stessa. Schumann insegna: quando gli fu chiesto di spiegare un suo brano musicale complesso, egli si limitò a mettersi al pianoforte per suonarlo ancora. Ma qualcosa bisognerà pur dire. Cesare Garboli affermava di essere «un critico che scrive per capire». E lo faceva a modo suo, cercando e documentandosi. Così cerco anch’io di capire. Innanzi tutto il titolo – Dispacci – messo lì non a caso. Scrive Antonio Baldini in Le scale di servizio che i titoli si mettono alla fine, la spiegazione è semplice: il titolo è la summa, la sintesi, il principio da cui tutto scaturisce. Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini/ pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia.

Raccolgo alcune sue parole che recentemente mi scrisse: «Scrivo tanto ma sempre pescando in un paniere che non è mai vuoto, perché il tempo è costituito da eventi sociali che mutano la visione. Ormai ho acquisito fedeltà a queste povere cose; mi hanno aiutato, sono state una benedizione divina per rendere sopportabile ed esprimibile il dolore».
(dalla Postfazione di Bruno Bartoletti)

 Pubblicato il 4 ottobre 2016