La raccolta monotematica di Grazia Stella Elia "Canti dell’ulivo" (FaLvision Editore Bari, 2015), in realtà ha un vasto e policromo (come la collana di Poesia, Polychromos!) orizzonte: l’ulivo evoca sembianze così umane e profonde, da essere metafora di pazienza, saggezza, storia, solitudine, ricordi, ma anche di morte e di dolore.
Nel trascrivere le poesie ho preferito il margine a sinistra, anziché mantenere la scrittura “centrata” che – unico appunto all’Autrice – a lungo andare stanca e sa di maniera, in una raccolta tanto essenziale e schietta, come è la sua terra: non me ne voglia Daniele Maria Pegorari, che nella sua bella e dotta introduzione, dice “trovo come non mai sensato aver deciso di allineare i testi al centro…sembra che le poesie si snodino in esili conformazioni ramificate e contorte, poesia e albero insieme…”
“Impensabile la mia terra/ senza ulivi”Confessa la Poetessa, che altrove dice
A te somiglio,
pensoso ulivo,
nel faticoso mio andare
con il corpo che vacilla.
Mi hanno ferita gli anni,
le pene, le morti,
i distacchi amari;
eppure ho la forza di proseguire.
Anche tu, più a lungo di me,
vai avanti con le tue gobbe,
le tue deformazioni,
le tue cicatrici.
E’ un poetare che scorre, semplice e denso, pari al frutto dell’ulivo: un poetare che può esprimere chi per tanti anni d’insegnamento ha dovuto e saputo rendere semplici le nozioni più complesse; non privo di echi musicali, dei canti e delle nenie casaline
Forse piangono di notte
i riservati ulivi.
Piangono per le ferite
che ne lacerano il tronco.
Hanno lacrime silenti
e calde come quelle
del Cristo in preghiera
nell’Orto.
Piangono anche per l’uomo
sempre inquieto
sempre in lotta
sempre in guerra
ancora homo homini lupus.
Piangono di notte gli ulivi
e tornano sereni al mattino
a ridere col sole,
all’azzurro rivolte
le armoniose chiome.
Piangono e ridono:
ridono e piangono
come noi – forse –
gli ulivi.
Dolore antico, come antico è l’ulivo e questa terra di Trinitapoli; al pari delle antiche piante, anche l’uomo al mattino, torna a volgere lo sguardo al cielo e alla speranza. E se di notte la Poetessa sussurra
Ho gli occhi pieni
di luna
accesa
su un mare
di ulivi.
Di giorno rivela sé e le sue radici; si fa pianta che palpita e parla con voci antiche
Ho una chioma d’ulivo
vicino al cuore
con rami d’argento
macchiati di sole
e la voce antica
in canto greco
della mia terra.
E poi ancora, di notte, tornano immagini che antichi studi hanno evocato dal profondo del suo io; o forse è sogno di un cuore che sa ancora scuotersi e vedere oltre la luce degli occhi, ciò che gli occhi non possono vedere
Sotto il chiaro di luna
la mia pianura.
Lungo filari a perdita d’occhio
di ulivi
fanciulle si aggirano
leggere
con vesti di vento
come danzando.
Danzano sì,
e cantano inni di luce
greci, arcani,
alla mia terra,
che può chiamarsi
Cerere.
Danza che immagino
rituale, antica
come i tronchi degli ulivi
che i secoli hanno segnato
di vecchie ferite.
Tante sono e varie le suggestioni in questa raccolta: notti e albe, chiarore di luna e abbaglio di sole; solitudini e silenzi che riverberano echi leopardiani e non solo
Grumi di solitudine,
pietre di silenzio
incombono sull’anima
ora che il buio della sera
i vetri della mia casa
raggiunge
e già la campagna non lontana
si fa sonnolenta,
mentre si opacizza
il verde-argento
degli ulivi.
S’avvicina con ovattati passi
la notte in gramaglie:
non vi sarà nel cielo
il candore della luna
né delle stelle lo splendore.
Di pioggia odora
la terra.
Ha l’anima le sue latomie
profonde e segrete
dove si sbriciolano e si ricompongono
i sentimenti più intimi,
complice l’arcano della solitudine
In quelle latomie
entro a sera,
quando sembrano genuflettersi
in preghiera
gli amati ulivi,
mentre rosata di cipria
si affaccia
alla finestra del cielo
la vaga luna.
Per concludere, riprendendo quando detto, in “Canti dell’ulivo” l’albero si fa poesia e la poesia albero e mutano le descrizioni, come mutano le stagioni e le ore del giorno; cambiano i colori insieme agli stati d’animo: perciò non sembri strano che l’Autrice definisca gli ulivi “angeli in grigio-verde” altrove “verde – argento”. La varietà degli aggettivi, riflette appunto, non solo stati d’animo diversi, ma un’attenzione “diuturna” alla natura e alla sua terra.
Grazia Stella Elia è nata e risiede a Trinitapoli, dove ha svolto lungamente la professione di insegnante, trasmettendo agli alunni l’amore per la poesia e per il teatro, oltre che per il dialetto: quest’ultimo, coltivato fin da giovanissima, l’ha portata a dirigere un gruppo folkloristico-teatrale pugliese; a scrivere poesie in dialetto “casalino”; a editare un voluminoso dizionario del dialetto di Trinitapoli (2004). Nel 1995 ha rappresentato l’Italia al XXXII International Meeting of Writers di Belgrado, presentando la relazione “Preghiera per il XXI secolo”. Ha diretto i Corsi dell’Università della Terza Età. Attualmente collabora a diverse riviste con saggi, articoli e recensioni. Sue poesie sono state tradotte in serbo-croato e, dal poeta Joseph Trusiani, in inglese.
Suoi componimenti, in dialetto e in Lingua, sono presenti in svariate Antologie e in diversi articoli. Tra le numerose pubblicazioni cito:Nostalgia di mare, Ed. Apulia, FG, 1985; Il cuore del paese (in dialetto) Leone Ed. FG, 1991; Versi d’azzurro fuoco, Ed. Bastogi, FG, 1997; Dizionario del Dialetto di Trinitapoli, Levante Ed. BA, 2004; L’anima e l’ulivo- Poesie, Levante Ed. BA, 2011.
Maurizio Rossi
pubblicato 5 ottobre 2015