Nata ad Urbino, dove si è laureata in Lettere Classiche ed ha insegnato alcuni anni, Rosanna Gambarara si è trasferita a Roma; qui attualmente vive ed insegna. Scrive poesie in lingua ed in dialetto urbinate. Coltiva la passione per la musica, cantando in due cori “Jubilate Deo” e “Musica insieme”.
Il titolo della silloge è la figura retorica che consiste nell’anteporre, in una frase, l’azione o l’evento che temporalmente segue; la troviamo all’inizio della sezione dedicata alle poesie dialettali, dove la traduzione in lingua precede l’originale in dialetto urbinate. Nonostante questo dotto artificio, la silloge scaturisce da un poetare schietto e a tratti gioioso e leggero, che non scade nella superficialità o nell’ovvietà.
Il verso libero ha un bel ritmo musicale ed il linguaggio è curato, senza essere ricercato: gli enjambement associati alle rime interne, creano ad esempio, l’immagine delle folate di vento
Vento
Vento gentile di settembre
vento
sipario dell’estate
vento bello
di sole e di silenzio
vento snello
vento ameno
sereno lenimento del cuore
vento chiaro
vento lento
vento che torni come un ritornello
discreto
vento blando menestrello di tenui melodie
vento contento
avvolgente
clemente
impertinente
un po’.
Non scarmigliare al memoria
o vento settembrino sorridente
vento di luce
vento voce diurna.
Lasciami ritrovare la mia storia
mentre riposo in te come in un’urna.
C’è un assiduo dialogo della Poetessa con la natura, in cerca della “quadratura”: il senso ricercato non sta nei perché della mente, ma nelle percezioni suscitate dalle emozioni, o nel silenzio “pausa nel suono che torna e si rinnova”; “il muto sfondo/ su cui piange ride canta/ la nostra vita.”
Carpe diem
Da questa balaustra di frescura
m’affaccio.
Aspetto.
Il torrido fragore delle cicale
nell’insenatura del vento
ancora tace.
E nel tremore del salice
e nell’increspatura dell’ombra
e nel nitido stupore dell’aria
ecco chissà
la quadratura carpirò.
E nell’effimero spessore di un attimo
io sono il frullo d’ali
che si inebria di luce
sono il trillo assoluto
che l’eco siderale riverbera.
Sono il ronzio tranquillo e tenue dell’atomo
che giace
nel suo piccolo alveolo
in pace.
Il silenzio
Il silenzio tu
non lo senti.
Non è bianco rosso o blu
non ha sapore
non ha temperatura né odore.
…
Eppure senza
silenzio
cos’è
il palpito dell’anima che si ritrova
la notte di luna nuova
quando vuoi ascoltare
il sospiro
delle galassie più remote
il richiamo dolente
delle vite lassù vissute e spente
in ere lontane lontane lontane da capogiro
carpire le sillabe del segreto
nell’inquieto respiro
del mare.
…
Il silenzio non è assenza.
E’ il luogo in cui il pensiero ricama
la trama
delle sue verità.
…
L’immensa dimensione vuota
in cui si perde e annega
l’ultima nota.
Nella sezione dialettale, la versione in lingua, in verso libero, fronteggia il sonetto in urbinate, quasi a voler rimarcare l’imperfezione insita in ogni traduzione poetica, nonché la diversa forma ed il diverso suono nei due linguaggi
El grid
C’era quel de richiam travers la vall
quand un a un s’cnoscevne i mont a ment,
i mont com isole tel mar, e el gall
era l’orloggi, e quel d’incitament
ma i bua tel solc, tla biga ma’l cavall,
tl’ara ma i galinaccj, quell’innocent
del gioc sensa pensier tel verd e giall
di camp. Dentra la nott, incongruent,
sensa conotasion d’rabbia o d’paura
o d’sorpresa, tramezza ‘na fesura
del silensi, da che gola è sortitt
en el so ste grid stran sensa ‘n perché.
M’ha perforat el sonn, brev, e è arifiotitt
tle tu favol. All’una e ventitré.
C’era quello di richiamo attraverso la valle,
quando ad uno a uno
si conoscevano a memoria i monti,
i monti come isole nel mare
e il gallo era l’orologio,
e quello di incitamento ai buoi nel solco
al cavallo nella biga ai tacchini nell’aia,
quello innocente del gioco senza pensieri
nel verde e giallo dei campi.
Dentro la notte
incongruente
senza connotazioni di rabbia o di apura
o di sorpresa
in mezzo a una fessura del silenzio
da che gola è sortito non so
questo grido strano senza un perché.
Mi ha perforato il sonno,
breve,
ed è rifiorito nelle tue favole.
All’una e ventitré.
Un linguaggio antico, quasi primitivo è il grido; appartiene a tutti, come il respiro; prende forma nel mito. Così è il linguaggio umano ed in particolare il dialetto: suono comune, comprensibile a tutti, che “rifiorisce” nel sogno e nella fantasia.
Ancora notte, sonno e veglia s’alternano e nel silenzio della solitudine l’Autrice si svela; le annotazioni d’orario asseverano il racconto e allontanano l’orizzonte tra realtà e finzione, memoria e presente
…
La voc sfocata d’na television
sideral…alle tre dop mezanott…
un fremmit d’foi de fora del terass…
-s’è alsat el vent- ma’l pian de sopra i pass
insonn d’ovatta…aneghen tla laguna
del silensi ch’increspa la su pac
e s’arcompon immobil e tenac
com un sudari morbid, com ‘na cuna.
Notte
…la voce sfocata d’una televisione
siderale… alle tre dopo mezzanotte…
un fremito di foglie nel terrazzo
– s’è alzato il vento-
al piano di sopra
i passi insonni di ovatta…
annegano nella laguna del silenzio
che increspa la sua pace
e si ricompone
immobile e tenace
come un sudario morbido
come una cuna.
E ancora una notte, insonne, in cerca di un acuto, un sussulto nelle forme di vita consueta- rassicurante e scomoda insieme- per ritrovare, forse la “gentile ruvidezza” di ciò che è noto e nuovo insieme, “in un’alternanza di voce e di silenzio”
Geometria
Ho caminat stanott l’incongruensa
d’un tond chius dur tun scur intosicat
cercav a tenton cieca ‘na sporgensa
‘n angol ‘na crepa ‘n sbrossol. Ma ostinat
frusciava er mur lisc dla circonferensa
sotta la man. Stanott chisà ‘n quadrat
caminarò tla luc, l’equivalensa
pacificata di angol e di lat,
la luccida cadensa dla rientransa
ortogonal, el bianc del percors dritt
e po de nov la pausa, t’na’alternansa
de voc e de silensi. Sotta i dritt
ruvvid artornarà e gentil el mur.
Aspetarò sa i occhj apert tel scur.
Ho camminato stanotte l’incongruenza
di un tondo chiuso duro
in uno scuro intossicato,
cercavo tentoni cieca
una sporgenza un angolo
una crepa
una protuberanza.
Ma ostinato frusciava
il muro liscio della circonferenza
sotto la mano.
Stanotte chissà
nella luce
camminerò un quadrato
l’equivalenza pacificata degli angoli e dei lati
la lucida cadenza della rientranza ortogonale
il bianco del percorso dritto
e poi di nuovo la pausa
in un’alternanza di voce e di silenzio.
Sotto le dita
ruvido e gentile
il muro tornerà.
Aspetterò con gli occhi aperti nell’oscurità.
“L’equivalenza pacificata degli angoli e dei lati”: forse una bella definizione – tra le tante possibili – della Poesia.
Rosanna Gambarara, Hysteron Proteron, Ed. Pagine, Roma, 2016
Maurizio Rossi
pubblicato 9/4/2017