Hocce de sole (Gocce di sole) di Concetta Tritapepe D’Attilio

Recensione di Nicola Fiorentino
Concetta Tritapepe D’Attilio: Hocce di sole, edizione in proprio – ATENA.net, Grisignano (Vicenza), 2013.
 
A parte un paio di casi, forse tre, nella poesia dialettale dell’Abruzzo costiero, non hanno avuto molta fortuna le poetiche europee dal simbolismo in poi, ad eccezione di Marcello Marciani e, più moderatamente, di Vito Moretti e di Mario D’Arcangelo. Un discorso a parte bisognerebbe fare per Giuseppe Rosato e per Camillo Coccione, due validissimi poeti, ma non è questo il momento opportuno. In generale si può dire che è ancora ben viva, ed amata, la grande lezione di Cesare De Titta (che, sia detto ostinatamente, non era affatto un pascoliano, come critici frettolosi hanno voluto sostenere). Però recentemente – e ci tenevamo a segnalarlo – si è notata una certa accoglienza, sia pur un timida e misurata, di quelle tecniche nella versificazione di Concetta Tritapepe.
Vincitrice più volte nei concorsi regionali, questa poetessa ha pubblicato La voce di ’štu core, L’Òmmene de la Croce, Farfalle. Si ripresenta ora al pubblico con Hocce di sole (Gocce di sole).
La sua visione della vita è sostanzialmente ottimistica, sia pure nell’ondulare intermittente della malinconia (ma, per carità, non parliamo di indole romantica, come ha fatto un sedicente critico nella prefazione all’opera!). Nelle tematiche della nostra gentile autrice ricorrono prevalentemente il sentimento del tempo che passa inesorabilmente – con le sue angustie ma anche con i suoi cieli azzurri e le sue odorose primavere – le lontananze della memoria, che custodisce il filo conduttore della vita, e, soprattutto, il tepore della vita familiare quando la fanciullezza è incantata dalla poesia del Natale. Insomma, colori delicati e fragranti, la leggerezza sinuosa delle farfalle, un disegno ad acquerello dove si trasfigurano la vita ed il paesaggio di Lanciano, di cui la poetessa assume magistralmente la parlata per rielaborarla in dolcissimi accordi musicali. Se poi interrogate l’autrice sulla sua poetica, vi dirà che la poesia è il sogno più dolce e canta sole e vento; riaccende una luce là dove s’era spenta; asciuga una lagrima che sa di nostalgia, spalanca un cielo che si chiama primavera.
Ma ecco che in quest’ultimo lavoro lo stesso scenario poetico si rinnovella nell’evocazione aggregante di cose lontane tra loro, che, perciò, concorrono a nuove, inedite significazioni.

Nche li ricurde de la citelanze
s’aretróve lu file de la vite,
jurnate de jurnate, luntananze
e tanta sunne da lu core ’scite.

Gna è bbelle a jucà nche lu penzére,
lassarce nu suspire e ’na canzone
’nu sulénzie ch’archiame ’na prehière,
rise di citle, ’na scénne di lune.

Concetta Tritapepe ha sempre amato la dizione piana e fluente dell’endecasillabo entro la strofa chiusa della quartina. Ma ora quella struttura si apre ad una sintassi più ampia, all’incidenza dell’enjabement, ad immagini più ardite, al gioco delle asso-nanze, alle risorse delle sinestesie.

’Na rise di citle, core di nonne,
arellùcceche gne hócce di sole
e dentr’a ’sta céra crude di mónne
s’arefà cante pinzire e parole.

Insomma, una boccata d’aria fresca entro la temperie della tradizione poetica fren-tana, un gioioso senso di equilibrio umano e poetico e, a tratti, un sentimento in-combente della solitudine, mesta e muta, di certi ambienti o di certi paesaggi.

Avašte poche a rechiamà’ lu core:
’na ruve tante puverèlle e ssole,
nu silènzie ddo’ ’n ci serve parole,
’na štell’a ’llumà’ lu jorne che mmore,

jerv’adduróse ammónte pe li mure
 

Nicola Fiorentino 

12 settembre 2014