Guido Leonelli e la poesia del Trentino, un ricordo

di Gian Piero Stefanoni

 

Figura preziosa quella di Guido Leonelli, autore appena scomparso, profondamente innamorato della sua terra e di un dialetto per cui si è adoperato non solo nei termini di una scrittura riportata in una decina di volumi ma anche per una salvaguardia, e dunque conoscenza espressa anche nelle attività di formazione per ragazzi (si veda tra i titoli quel El futuro ‘n le radìs del 2013,  nella commistione di dialetto ed antichi mestieri in versi ed immagini per gli studenti della scuola dell’obbligo stampato dalle Nuove Arti Grafiche di Trento), nella collaborazione giornalistica (“Terra trentina”, “Tuttapovo”) e nell’organizzazione, anche all’estero, di eventi ad esso legati.

Uomo concreto, fermo e orgogliosamente disposto ad una parola libera, mai sottomessa a quegli abbassamenti di attenzione, di cura, di valori di un reale, di un moderno da lui avvertito sempre più progressivamente nella sintesi distruttiva delle sue radici, delle sue ormai disabitate voci. Questo infatti è, soprattutto, nell’ultima parte della sua produzione in cui alla tenace oltranza, e rimemoranza dei motivi comunitari della vita si accompagna della vita, giacché da qui nasce, la continuità di un verso dato nell’affondo entro una natura da cui tutto ha origine, e nella lode allora dalla sua fonte. Così è nella luce sempre, seppure nel velo di un amaro e consapevole scetticismo (“cant de na paìgola/o ‘l brùzer de na bèstia/ferìda che la ziga/co la vóze che ghe rèsta- “canto di un’ugola/o il mugghiare di una bestia/ferita che urla/con la voce che le resta”) tra deriva sociale e politica scoperchiata dal Covid, e relazionalità umana ridotte a gioco, questo dettato intriso di una parola riportata all’umile semplicità del quotidiano, lontana da qualsivoglia “ensòni bosiadri sol de grandezza” (“sogni bugiardi solo di grandezza”), nell’indice di una bellezza riportata ad una sostanza di condiviso insieme (nell’esemplarità delle piccole cellule del “viver en doi”, “vivere in due”, come da omonimo brano). Alla falsa sapienza di chi crede tutto sapere e tutto spiegare ma dal tutto slegato, di passaggi generazionali privi di riferimenti e memorie, ecco infatti Leonelli ripartire dai bambini lasciati a perdersi dietro gli schermi, dalle piccole biro da cui come per parole corte, di odori e sapori che ci riconoscono, va a ridispiegarsi il cammino in quella bella, reciproca, esortazione che vale per tutti:”tegnìghe la manòta dént al óri/che no la vaga fòra dal somenà” (“Tenetegli la manina dentro i margini/che non vada fuori dal seminato”). Ed è il dialetto allora a portare il carico, e ad alleggerirlo nella sua funzione educativa e maieutica “entèl temp de la prèssa, de la paùre, de la memoria/massa corta” (“nel tempo della fretta, della paura, della memoria/ troppo corta”), perché appunto della vita e del cuore s’abbisogna una parola corta, non dilungata al discorso, come a parlare fosse un ragazzino  nella pacificazione di ragione e sentimento in quel solco di nuovo inizio sempre.

Musica dunque nella gravità del mondo e di se stessi dalle radici di una creaturale espansione che ha ancora nella natura la sua più diretta espressione, e in un invito al silenzio come di reapprendimento  “entél l’an de l’atenzión/l’an de volérghe ben ai altri” (“nell’anno dell’attenzione/ l’anno del voler bene agli altri “).  Questa ci sembra, nell’avvertimento di una vita pronta a rompersi sempre, improvvisamente, dal ramo su cui si è seduti (dovendo tirare la corda “savèndo che da l’altra/poderìa èsserghe ‘l diàol che ‘l tira”-“sapendo che dall’altra/potrebbe esserci il diavolo che tira”) la lezione di un uomo, e di un autore, fino all’ultimo con orgoglio attento a non fermarsi  giacché “pòrte nòve le se davèrze/e vózi nòve le ciama” (“porte nuove si aprono/ e voci nuove chiamano”).