Leggendo con la debita attenzione e con assoluto piacere Granelli di Roma, la prima cosa da rilevare è che le poesie di Leone Antenone, per la gran parte sonetti, e comunque tutte rigorosamente in endecasillabo, sono pervase di colore; i nomi di colore hanno un alto numero di occorrenze, a partire dalla prima poesia della raccolta: «Metti un pezzo de carta colorata, / un pizzico der mejo inchiostro nero» (La portata, vv. 5-6); «Ne la locanda der multicolore / c’è er tetto colorato de marone / gira er viola su tutto er cornicione, / ce sò le mura rosse come er còre. // E poi la porta è tutto no splendore: / coll’azzuro, cor verde, l’arancione / smucinati cor giallo der limone / pareno un Arlecchino cor tortore» (Le Locande, I. Arlecchino, vv. 1-8); «[…] un gran ber Micetto rosso» (Er Console, v. 11); «un pappagallo blu e rosso amarena» (L’attenzione der marito, v. 11); «è un ber raggio de sole aroventato» (Li Sposi, v. 3); «sfuma l’amore de la giovinezza / che resta tra la ruzza der lucchetto» (La fine dell’Adolescenza, vv. 13-14).
Il colore è quello dei vari sorrisi: «un ber soriso» (Er Tresette cor Bionno, v. 10); «e nun se sa si piagne o fa un soriso» (Li Preparativi, v. 14); «Allora ce sorido e nun demordo» (Lo Sbarbajo, v. 12); «io sorido ar ritorno der sereno» (La Fine de Novembre, v. 14); «co un nun socché d’amaro ner soriso» (Er Bagajo, v. 8).
…il colore delle varie malinconie per quel tempo perduto che il viaggio del poeta-uomo si è lasciato inevitabilmente alle spalle: «Memoria mia, bella, Memoria mia! / Perché nun trovo più do stai de casa?» (Memoria mia, vv. 1-2); «sfuma l’amore de la giovinezza / che resta tra la ruzza d’un lucchetto» (La fine dell’Adolescenza, vv. 13-14); «Allora ce sorido e nun demordo, / perché ce lo so che certe emozzioni / vivono ne la “Valle der Ricordo…”» (Lo Sbarbajo, vv. 12-14); «cammino verso er monno der miraggio […] co na manciata giusta d’ironia […] co un nun socché d’amaro ner soriso» (Er Bagajo, v. 8).
…E comunque è il colore dell’amore: «metti un’intinta de l’amorevero» (La Portata, v. 2); «e noi ce se giuramo tanto amore» (La Fine dell’Adolescenza, v. 4); «Oggi, che sto appoggiato ar parapetto, / sfuma l’amore de la giovinezza / che resta tra la ruzza d’un lucchetto» (Ibidem, vv. 13-14); «Sai quanto quer visetto me sfaciola? / Io più lo guardo più sò innammorato. / Rimango a rimirallo imbambolato, / robba da zagajacce a ogni parola» (L’Omo è come er Latte, vv. 1-4).
Chissà poi per Leone qual è il colore della sua sconfinata fantasia? Indubbiamente un colore leggero, se il poeta afferma: «Così me arzo, tiro lo sciacquone, / butto de sotto tutto sto malloppo [di pensieri] / e volo via coll’Immagginazzione!» (Er Penzatoio, vv. 6-8); o forse è un grigio-fumo: «Er fumo, poi, se sfuma come gnente; / così tutta sta storia immagginaria / io me la sperdo in quello che ciò in mente» (Le Locande, I. Purcinella, vv. 12-14).
Ma il poeta Leone, il clown Scartaccia, come ogni poeta e clown degno di questo nome, sottende al sorriso e alla leggerezza del sognatore, oltreché la malinconia di cui si è detto, una sensibilità spiccata e un’attitudine al pensiero e alla riflessione in grado di lambire squarci di profondità e maturità folgoranti, come quando afferma che «[…] la vita, un gran girà, / fa testaeccroce come na moneta» (Er Tresette cor Bionno, vv. 13-14); ed è altresì filosofo, di una filosofia che però non veste cappe ipocrite, ma panni di strada, panni di lavoro intrisi di sudore e di realtà, come in uno dei sonetti – a mio avviso – più belli dell’intera raccolta: Er Filosofo Moderno. E così via.
Voglio concludere questo mio modesto ascolto della poesia di Leone Antenone, mettendo in luce, tra i tanti amori del Nostro, che non possono essere altrimenti che tanti per un appassionato della vita come lui, almeno quattro grandi amori: primo quello per la sua Annarita (vd. L’Invito; L’Omo è come er Latte); poi quello per gli animali, in particolare i felini (e come potrebbe Leone non amare i felini!? Vd. Er Modernismo der Leone e der Conijo; La Fattoria; Er Cortile; La Stalla; La Merenda; Er Console); l’amore, inoltre, per il cibo, anch’esso tra i riferimenti più frequenti in questo libro (vd. La Portata; La Merenda; ecc.); ed ultimo, ma non da meno, l’amore per la sua ars poetica di sicuro talento formale e contenutistico (vd. La Portata; L’Officina dell’idee)…
I granelli di sabbia della mia clessidra sono ormai agli sgoccioli, e termino queste poche, umili parole spese per un amico, affermando in sintonia con lui che: Sto piatto è na ricetta prelibbata…
Claudio Porena
2012-05-11
Leone Antenone nasce il 26 febbraio 1981. Il suo talento esce allo scoperto con il concorso ”LetteraturaViva” del MArteLive, in cui vince il premio “Abraxa Teatro”. Sue poesie approdano successivamente sul web e su storici periodici romani quali Rugantino e Romanità. Vince il “premio SMS” nell’ambito del prestigioso “Premio Laurentum”. Recita con la “Compagnia della Romanità” nell’atto unico La luna dell’innamorati di e con Renato Merlino, liberamente tratto da Amori de notte di Ettore Pretolini. In quest’occasione è diretto da Enrico Pozzi, attore e regista della compagnia del teatro dialettale romano “Checco Durante”. Partecipa inoltre al Reggae Circus di Adriano Bono con il suo clown poeta “SCARTAccia”. Vive, lavora e compone a Roma. Per contatti: www.scartaccia.it – info@scartaccia.it
Alcune poesie tratte da Granelli di Roma (2012, Roma, euro 10)
Er penzatoio
Quanno me metto a sede sur sedile,
Io m’arilasso e parlo co me stesso,
m’aggiusto li pensieri in tante file,
ce penso e ce ripenso: lo confesso!
E a forza de pensà, ce penso troppo…
Così me arzo, tiro lo sciacquone,
butto de sotto tutto ’sto malloppo
e volo via coll’Immagginazzione! …
“A vorte li pensieri, troppo spesso
si ‘nsò boni, finiscono ner cesso!”
L’omo è come er latte
Sai quanto quer visetto me sfaciola?
Io più lo guardo più sò innammorato.
Rimango a rimirallo imbambolato,
robba da zagajacce a ogni parola;
Quanno me bolle un bacio in cazzarola
divento come er Latte si è Scremato
lento, annacquato e troppo sbollentato!
Pe questo devi usà la schiumarola,
buttamme giù de botto in d’una tazza,
giramme bene cor un cucchiarino
e damme un bacio bello che spupazza;
ma doppo aridiventa tutto vero:
me svejo abbraccicato cor cuscino
e torno a èsse solo Latte Intero.
L’officina dell’idee
“Er Me…”, io, tiè bottega ne la mente,
l’arnesi sò montati ner cervello:
C’è l’Estro che lavora da martello,
batte, aribatte aripetutamente,
la Metrica funziona da scarpello,
aggiusta l’opra scruporosamente;
l’Ispirazzione poi fa da mordente,
dipigne e lustra bene er ritornello.
Quanno ch’è sera tardi e se concrude
e tutto er lavorìo se ferma e tace,
er bottegaro va a riposo, chiude.
E tutti sti pensieri controversi
ne la capoccia troveno la pace
e fondono nell’Arte de li versi.