Gli uccelli del parco nel canto dei poeti

A questa antologia-work in progress tutti i nostri lettori, poeti e non, sono invitati a partecipare

Questa è un’antologia-work in progress, è nata da una ricerca (tuttora in corso) che è partita dalla "Stanza della Cultura" con sede in Roma in via Prenestina 692 (presso la Farmacia Federico).

Lo scopo è quello di riscoprire gli uccelli che popolano il parco Alessandrino-Tor Tre Teste e di associarli ai versi dei poeti e scrittori che nel corso dei secoli ad essi si sono ispirati. Hanno contribuito finora alla ricerca Vincenzo Luciani, Maurizio Rossi e in particolare il poeta Pier Franco Uliana, autore fra l’atro di un preziosissimo libretto intitolato "Etimologia degli ornitonimi dialettali e volgari", Dario De Bastiani editore, Vittorio Veneto, 2017. In questo pregevole opuscolo c’è un accurato indice dei nomi dei narratori e dei poeti che, nelle loro opere, si sono occupati degli uccelli presenti nel Bosco del Cansiglio.

Il 18 giugno 2018 i poeti e scrittori che frequentano la "Stanza della Cultura" assisteranno alla proiesione di un video curato dal fotografo ambientalista Franco Menenti, prenderanno in esame i contenuti della ricerca e cercheranno di arricchirla ulteriormente.

Qui di seguito quanto è stato finora rinvenuto. Ora ai nostri lettori il compito di contribuire a completare la ricerca

 

 

AIRONE CENERINO

 

Airone cenerino

 

Un’ombra enorme

silenziosa e acquattata all’improvviso appare.

Con uno sguardo calmo colmo di gioia e

felice di vita,

scopre e pensa ciò che noi pensiamo di non

poter raggiungere mai.

D’improvviso spicca il volo,

apre le sue ali grigio cenere, nero ardesia.

Ti guarda….chiamandoti

nel suo mondo,

verso una serenità

che altrimenti faticheremmo

a raggiungere.

 

Simoncini Andrea 2011-2014

https://torrenterupinaro.wordpress.com/2012/04/11/poesia-airone-cenerino/

 

 

 

BALESTRUCCIO

 

«Ave! tra uno scoppiettìo veloce / di balestrucci, che nel cielo intorno / gettan ombre di pii segni di croce» (Giovanni Pascoli)

«Il saliscendi bianco e nero dei / balestrucci dal palo / del telegrafo al mare» (Eugenio Montale)

 

 

 

BALLERINA BIANCA

BALLERINA GIALLA

 

«Ma i tordi ancor non calano, e non sento / se non il fischio delle ballerine / seguire il solco dell’aratro lento» (Giovanni Pascoli)

 

 

 

CAPINERA

 

«Quivi era la calandra e il calderino, /…/ la cingallegra, il luì, il capinero» (Luigi Pulci)

«Fan la calandra e il verzelin tra loro / e ’l capinero e ’l pettirosso in coro» (Giovan Battista Marino)

«Un odorato e lucido verziere / pieno di frulli, pieno di sussurri, / pieno de’ flauti delle capinere» (Giovann Pascoli)

«Dovrà posarsi lassù / il Cristo giustiziere / per dire la sua parola. / Tra il pietrisco dei sette greti, insieme / s’umilieranno corvi e capinere, / ortiche e girasoli» (E. Montale)

 

 

 

CODIROSSO SPAZZACAMINO

 

«Quivi era la calandra e il calderino, /e il monaco che è tutto rosso e nero, /…/ e pispol, codirosso, e codilungo» (L. Pulci)

«Sien le panie tue /…/ , / una cosa di mezzo ai petirossi, / altissime alle cince e a’ codirossi» (Filippo Pananti)

 

 

 

CORNACCHIA GRIGIA

 

«Nera tra i lacci vola una cornacchia» (Giovanni Pascoli)

«Àrdee errare cineree solo vedo / tra paludi e cespugli, / terrorizzate urlanti presso i nidi / e gli escrementi dei voraci figli / anche se appaia solo una cornacchia» (Giuseppe Ungaretti)

 

 

 

FRINGUELLO

 

«Allor ne fur d’intorno a centinaia / e cutrettole e sgriccioli e fringuelli» (Annibale Caro)

«Posano in secco tronco i loro voli, / e dolenti incominciano i fringuelli, / e rispondono mesti i rusignoli» (Gabriello Chiabrera)

«Con l’assiuolo il lugherin si lagna, / col sagace fringuel lo storno ingordo» (Giavan Battista Marino)

«In questo cielo opaco / il grido del fringuello è già gelo» (Mario Luzi)

 

 

 

GARZETTA

 

Io e la bianca garzetta

 

Pensoso solitario mentre io solo

seduto sto sopra un paracarro

lungo il rotto ciglio una strada

assolata e sterrata di campagna

nel verde intenso di una risaia

lì ritta tu pur te ne stai sola

senza compagnia sola soletta

bianca garzetta dalle sottili lunghe

zampe gialle, il collo io alzo al cielo

e tu nell’acqua pur cali il tuo l’uno

all’altra estranei ognun coi suoi pensieri

lontan poi si sente il suon lontan

di una campana, io dal torpor mi sveglio

mio con stanchezza tanta, con eleganza

tu ti libri in maestoso volo, a me

della terra il sapor dal vento smossa

dell’aere a te più in alto la dolcezza.

 

Giuseppe Gianpaolo Casarini

 

 

 

GABBIANO COMUNE

 

Vincenzo Cardarelli

 

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,

ove trovino la pace.

Io son come loro,

in perpetuo volo.

La vita sfioro

com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.

E come forse anch’essi amo la quiete,

la gran quiete marina,

ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca.

 

 

 

GALLINELLA D’ACQUA

 

Così siedono i pescatori nel mezzo del giorno rotondo

E il giorno rotea con sussurro di canne

E canto e clamore di uccelli

Ancora sopra di loro, la luce del sole negli occhi,

La calura del sole sopra il berretto, il caldo della sera

Sulla schiena. Le gallinelle d’acqua

Battibeccano tra le canne, le anatre

Costruiscono un esemplare lungo arco

Intorno ai galleggianti.

 

Un acquazzone

Che non si decide ancora

Si annuncia sopra la Mosa

Come una colomba grigia

E nel preciso momento in cui si aprono gli ombrelli

Fa picchiettare le sue gocciole

Sulle tese tele azzurre, le gocce

Fanno delle piccole bolle d’acqua argentee sull’acqua,

I galleggianti ballano

E i pesci,

Sotto quell’incomprensibile fracasso

Sul loro tetto luccicante, si rifugiano

Contro le radici delle canne.

 

Ben Cami, Dittico Nordico (Bohumil, 2007), trad. it. J. Robaey

 

 

 

GHEPPIO

 

«E gira l’avoltoio e l’abuzago, / e ’l gheppio molto del vento par vago» (Luigi Pulci)

«Egli era un certo spervierugio / che somigliava un gheppio, tanto è poco» (Lorenzo de’ Medici)

«L’aquila dice: “Vanne a far carne sì che io desini”. / Va il gheppio, vola e porta su… la fetida / stantia carogna d’un topaccio» (Giovanni Pascoli)

«L’ombra crociata del gheppio pare ignota / ai giovinetti arbusti quando rade fugace» (Eugenio Montale)

 

Gheppio- Falco tinnunculus

Matrice dei cieli

La torre dorata

dove il Gheppio crebbe due piccoli

lana soffice

l’amore si spezzo’

quando il maschio cadde a terra

abbattuto dal vento

eroso dalla terra

 

Simoncini Andrea 2011-2014

https://torrenterupinaro.wordpress.com/2013/08/11/poesia-il-gheppio/

 

 

 

IBRIDI ANATRA

 

Poesia di Arpalice Cuman Pertile

 

L’anatra

 

Comanda l’anatra: – Qua, qua, qua, qua;

presto, tuffatevi nel fosso qua

Ma gli anatroccoli hanno paura,

stanno sulla riva, ch’è più sicura.

Guardano e tremano: – Pipìo, pipìo,

è fredda l’acqua, non vengo io

E dice l’anatra: – Qua qua, qua qua,

la volpe capita, eccola là!

Tutti ci credono, la vedon già, .

pronti si tuffano: – Pipìo, qua qua!

 

 

 

MERLO

 

«Io volsi in su l’ardita faccia, / gridando a Dio: “Omai più non ti temo!” / come fé ’l merlo per bocca bonaccia» (Dante Alighieri)

«Né vo’ che strano il mio parlar ti paia, / né ch’io favelli, anzi cicali, a caso / come s’io fossi un merlo o una ghiandaia» (Francesco Berni)

«Quando la rondin porta e il merlo torni, / torni fischiando a farsi istidionare, / potrai ver l’Asinella a i freschi giorni / Ronzinante e la lancia indirizzare» (Giosue Carducci)

«Tra i ginepri c’è un merlo che mi fischia» (Giovanni Pascoli)

«– Ah, senti, senti i merli fischiare – / ella disse, fermandosi. Dal ciel crepuscolare / discendeva sui rami la nebbia violetta» (Gabriele D’Annunzio)

«Un merlo avevo, coi suoi occhi d’oro / cerchiati, col palato e il becco d’oro; / cui di pinoli e di vermetti in serbo / nascondevo un tesoro» (Umberto Saba)

«Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto, / ascoltare tra i pruni e gli sterpi / schiocchi di merli, frusci di serpi» (Eugenio Montale)

 

 

 

PARROCCHETTO MONACO

 

 

 

PASSERA D’ITALIA

PASSERA MATTUGIA

 

«La passera v’è, maliziosa e cattiva, / e par sol si diletti di far danno» (Luigi Pulci)

«Le passere la sera intreccian voli / a noi d’intorno. Oh resta qui!» (Giosue Carducci)

«Le petulanti passere rispondono / dalle pampinee pergole / con trilli, con garriti di letizia / e piluccando i grappoli» (Gabriele D’Annunzio)

 

 

 

PETTIROSSO

 

«Sui rami nudi il pettirosso / saltava, e la lucertola il capino / mostrava tra le foglie del fosso» (Giovanni Pascoli)

«Vedi, amico del merlo, il pettirosso. / Quanto ha il simile in odio egli di quella / vicinanza par lieto» (Umberto Saba)

«Tra le foglie c’è lo scoppiettìo / dei bubboli d’un pettirosso» (Corrado Govoni)

 

 

 

PICCIONE DOMESTICO

 

I DUE PICCIONI

 

Due piccioni si amavano di tenero amore.

Uno dei due, annoiandosi della vita di casa,

fu tanto poco furbo da intraprendere

un viaggio in paesi lontani.

L’altro gli disse: «Che vuoi fare?

Vuoi abbandonare tuo fratello?

L’assenza è il più grande dei mali:

a te, crudele, forse non sembra. Possano la fatica,

i pericoli, le difficoltà del viaggio

farti cambiare idea!

Tanto la stagione si inoltra.

Aspetta lo Zefiro. Perché questa premura? Un corvo

poco fa ha annunciato sventura.

Io immaginerò che farai incontri funesti,

come falchi, reti. Ahimè, dirò, piangerà:

 

mio fratello non ha già tutto ciò che vuole,

buon cibo, buon alloggio, e il resto?»

Questi discorsi fecero vacillare il cuore

del nostro imprudente viaggiatore;

ma il desiderio di vedersi attorno e l’umore inquieto

alfine lo spinsero a partire. Disse: «Non piangere:

Tre giorni al massimo, faranno il mio animo soddisfatto;

Tornerò e ti racconterò puntualmente

le mie avventure, fratello mio.

Ti svagherò: quelli che non vedono niente

non hanno niente da raccontare. Il racconto del mio viaggio

per te sarà un estremo piacere.

Dirò: sono stato là; la tal cosa mi è piaciuta;

e sarà come se ci fossi stato tu stesso.»

A queste parole, piangendo, essi di dissero addio.

Il viaggiatore si allontana; ed ecco che un uragano

lo obbliga a cercare riparo in qualche luogo.

Lo trova in un albero solitario, mentre l’uragano

investe il piccione nonostante la protezione delle foglie.

Ritornato il sereno, egli riparte con coraggio,

asciugato al meglio il suo corpo bagnato di pioggia.

In un campo a distanza vede del frumento sparso,

e vicino vede un piccione; gli fa invidia;

vi vola accanto, ed è catturato; questo frumento copriva un laccio,

si trattava di una trappola.

Il laccio era logoro! usando ali,

piedi e becco, l’uccello finalmente lo rompe.

Ci rimette solo qualche piuma; ma un destino peggiore

gli si avvicina: un avvoltoio dagli artigli crudeli

vede il nostro sfortunato, il quale, trascinando lo spago

e i frammenti del laccio che l’aveva catturato,

sembrava un prigioniero fuggito.

L’avvoltoio stava per assalirlo, quando dalle nubi

compare a sua volta un’aquila con le ali distese.

Il piccione approfittando della lotta fra i due rapaci,

se ne vola via e atterra nelle vicinanze di una stamberga,

pensando che, per questa volta, le sue disgrazie

siano finite con questa avventura;

ma un briccone di un bambino, questa età è senza pietà,

prende la sua fionda e colpisce

il volatile sfortunato,

che, maledicendo la sua curiosità,

trascinando l’ala, e strascicando i piedi,

mezzo morto e mezzo zoppo,

se ne torna dritto al suo alloggio.

Bene o male vi ci arriva

senza altre avventure spiacevoli.

Ecco, i nostri amici si ricongiungono; e lascio immaginare

quanto grande sia il piacere che ripaga le loro pene.

Innamorati, felici innamorati, volete viaggiare?

Qualunque cosa ci sia attorno a voi,

siate l’uno per l’altro un mondo sempre bello,

sempre diverso, sempre nuovo;

Siate tutto per voi, e non pensate ad altro;

Io ho amato qualche volta! e non avrei allora

scambiato il Louvre e i suoi tesori,

e il firmamento e la volta celeste, per i boschi, e i luoghi

onorati dai passi, e rischiarati dagli occhi

dell’amabile e giovane pastorella,

per la quale, sotto il figlio di Citera,

io servivo, impegnato dai miei primi giuramenti.

Ahimé! Quando rivivrò simili momenti?

Occorre che simili cose così dolci e così affascinanti

mi lascino vivere nonostante l’inquietudine della mia anima?

Ah! se il mio cuore osasse ancora infiammarsi!

Non sentirò mai più d’una magia il filo che m’arresta?

Ho oltrepassato il tempo dell’amore?

 

Jean de La Fontaine (Da Fables de La Fontaine II°, 1678)

 

 

 

RAMPICHINO

 

 

 

RONDINE

 

«Quivi è l’allodoletta a volteggiare, / e drieto il suo nimico che l’ammazza; / e lo smeriglio si vede squillare / di cielo in terra e la rondine ha innanzi» (Luigi Pulci)

«Oh te felice, o rondine! / tu non l’aprile amico / ritorni a ’l nido antico. / Io lo sospiro invan» (Giosue Carducci)

«Dunque, rondini rondini, addio! / Dunque andate, dunque ci lasciate / per paesi tanto a noi lontani. / È finita qui la rossa estate» (Giovanni Pascoli)

«Il fanciullo sarò tenero e antico / che sospirava al raggio delle stelle, / che meditava Arturo e Federico, / ma lasciava la pagina ribelle / per seppellir le rondini insepolte, / per dare un’erba alle zampine delle / disperate cetonie capovolte» (Corrado Govoni)

«Sui polverosi specchi dell’estate / caduta è l’ombra, / tra le dita incerte / il loro lume è chiaro, / e lontano. Colle rondini fugge / l’ultimo strazio» (Giuseppe Ungaretti)

Giovanni Pascoli, X Agosto (da Myricae)

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto

di stelle per l’aria tranquilla

arde e cade, perché si gran pianto

nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:

l’uccisero: cadde tra i spini;

ella aveva nel becco un insetto:

la cena dei suoi rondinini.

 

Ora è là, come in croce, che tende

quel verme a quel cielo lontano;

e il suo nido è nell’ombra, che attende,

che pigola sempre più piano.

 

Anche un uomo tornava al suo nido:

l’uccisero: disse: Perdono;

e restò negli aperti occhi un grido:

portava due bambole in dono.

 

Ora là, nella casa romita,

lo aspettano, aspettano in vano:

egli immobile, attonito, addita

le bambole al cielo lontano.

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi

sereni, infinito, immortale,

oh! d’un pianto di stelle lo inondi

quest’atomo opaco del Male!

 

 

JACQUES PREVERT

 

Due rondini

 

Due rondini nella luce

al di sopra della porta e ritte nel loro nido

scuotono appena la testa

ascoltando la notte.

E la luna è tutta bianca

 

 

 

RONDONE COMUNE

 

«Rondoni e balestrucci eran per l’aria» (Luigi Pulci)

«Quanti quel roseo campanil bisbigli / udì quel giorno, o strilli di rondoni / impazienti e gl’inquieti figli» (Giovanni Pascoli)

«La ridda pazza dei rondoni / avrà fine di colpo / sopra la casa rossa / nella sanguigna sera» (Corrado Govoni)

«Quanto, marine, queste fredde luci / parlano a chi straziato vi fuggiva. / Lame d’acqua scoprentesi tra varchi / di labili ramure; rocce brune / tra spumeggi; frecciare di rondoni / vagabondi» (Eugenio Montale)

 

 

 

SCRICCIOLO 

 

«Contrapunteggian poi da l’altro lato / lo strillo e ’l raperin che sale a dito. / Con questi la spernuzzola e ’l frusone / e lo sgricciolo ancor vi si frapone» (Giovan Battista Marino)

«Viene il freddo. Giri per dirlo / tu, sgricciolo, intorno le siepi; / e sentire fai nel tuo zirlo / lo strido di geli che crei. / Il tuo trillo sembra la brina / che sgrigiola il vetro che incrina… / trr trr trr tirit tirit» (Giovanni Pascoli) 

«I fanciulli con gli archetti / spaventano gli scriccioli nei buchi» (Eugenio Montale)

 

 

 

STORNO

 

«Per l’aria, ove han sì larga piazza, / fuggon gli storni dall’audace smerlo» (Ludovico Ariosto)

«Tali son le candide colombe, / a cui sì prezioso e bel monile / fa la Natura di colori e d’auro, / e le gru peregrine e i magri storni» (Torquato Tasso)

«Qual veloce / sparvier che gracci paventosi e storni / sparpaglia per lo cielo e li persegue» (Vincenzo Monti)

«Era uno storno, / uno stornello in cima del palazzo / abbandonato» (Giovanni Pascoli)

«Lo zigzag degli storni sui battifredi / nei giorni di battaglia, mie sole ali» (Eugenio Montale)

 

 

 

TARABUSINO

 

Oscar Wilde

 

E’ PIENO INVERNO

 

È pieno inverno, sono nudi gli alberi

tranne là dove si rifugia il gregge

Stringendosi sotto il pino.

Belano le pecore nella neve fangosa

Addossate al recinto. La stalla è chiusa

Ma strisciando i cani tremanti escono fuori,

Scendono al ruscello gelato. Per ritornare

Sconsolati indietro. Avvolti in un sospiro

Sembrano i rumori dei carri, le grida dei pastori.

Le cornacchie stridono in cerchi indifferenti

Intorno al pagliaio gelato. O si acquattano

Sui rami sgocciolanti. Si rompe il ghiaccio

Tra le canne dello stagno dove sbatte le ali il tarabuso

e allungando il collo schiamazza alla luna.

Saltella sui prati una povera lepre,

Piccola macchia scura impaurita

e un gabbiano sperso, come una folata improvvisa

Di neve, si mette a gridare contro il cielo.

 

 

 

TORTORA DAL COLLARE

 

«Di tortole ho preso una nidata, / le più belle del mondo, piccolini, / con le qua’ tu potrai longa fiata / prender sollazzo» (Giovanni Boccaccio)

«Ad ora ad ora un muglio di giovenchi / cupo, e un tremulo ringhio di polledri; / e tubar rauche qua e là colombe, / e gemebonde tortori sull’olmo» (Giovanni Pascoli)

«Da la tua nicchia guardi tra gli alberi / le grigie tortore mescer gli amori / e le verdi cetonie / dar baci e baci a’ fiori» (Gabriele D’Annunzio)

«Nell’acqua garrula / vidi riflesso uno stormo di tortore / allo stellato grigiore s’unirono» (Giuseppe Ungaretti)

 

 

VERDONE

 

«Mi ricordo che nella mia infanzia scopersi nell’ala destra del verdone un’esile piuma rossa» (Gabriele D’Annunzio)

«Si vide un modesto uccellino – un passero o un verdone – levarsi dal suolo e portarsi sul nudo rametto di un pinastro» (Eugenio Montale)

 

 

 

VERZELLINO

 

«Fan la calandra e ’l verzelin tra loro / e ’l capinero e ’l pettiroso un coro» (Giovan Battista Marino)

 

 

 



 UCCELLI NON CITATI DA FRANCO MENENTI MA FORSE PRESENTI NEL PARCO

 

 

Allodola

 

Poesia di Giovanni Pascoli – L’allodola

 

Ed ecco in mezzo al grande ciel sereno,

la lodoletta, uguale ad un puntino,

cantava; e poi come venisse meno,

dalla dolcezza, si gettò nel piano;

s’abbandonò sul nido suo terreno.

s’abbandonò sul nido suo tra il grano.

 

 

Passero

 

Catullo

 

Il passerotto di Lesbia

 

Versione originale in latino

 

Passer, deliciae meae puellae,

quicum ludere, quem in sinu tenere,

cui primum digitum dare appetenti

et acris solet incitare morsus,

cum desiderio meo nitenti

karum nescio quid libet iocari

et solaciolum sui doloris,

credo ut tum gravis acquiescat ardor:

tecum ludere sicut ipsa possem

et tristis animi levare curas!

Traduzione all’italiano

 

 

Traduzione

 

Passero, delizia della mia ragazza,

con il quale gioca, che tiene in seno,

a cui dà la punta del dito mentre salta

e provoca i tuoi duri morsi

quando al mio desiderio, alla mia luce

piace inventare qualche dolce svago,

come minimo conforto al suo dolore,

credo, affinché allora il suo ardore trovi pace:

potessi come lei giocare, con te

e alleviare le tristi pene del mio animo!

 

 

MARIA LUISA SPAZIANI

 

Febbraio di Cristallo

Tutto brilla

Volano i passeri con piume d’argento.

Celeste fisarmonica anche l’anima

oltre i monti si espande.

 


 

NATALE POLCI

 

Er passero ferito*

 

Era d’agosto e un povero uccelletto

ferito dalla fionda di un maschietto

s’anniede a riposà con l’ala offesa

in su la finestra di una Chiesa.

Da le finestre del confessionale

un prete intese e vide l’animale,

ma dato che da fori

aspettavan molti peccatori

richiuse le tende immantinente

e s’ammise a confessà la gente.

Ner mentre che la massa di persone

devotamente diceva l’orazione,

senza guardà pe niente l’uccelletto

n’omo lo prese e se lo mise in petto.

Allora nella chiesa se sentì

un lungo cinguettio: "Ci! Ci! Ci!"

Er prete a risentenno l’animale

lasciò di colpo er confessionale

e poi nel nero che sembrava pece,

s’arrampicò sul pulpito e li fece:

"Fratelli! Chi ha l’uccello per favore,

vada fori dalla casa del Signore"

Li maschi, tutti quanti in una volta

s’arzarono p’annà verso la porta.

Ma er prete a stò sbajo madornale

strillo: "Fermi, me sò espresso male!

Rientrate tutti e stateme a sentì:

chi ha preso l’uccello deve uscì!"

A testa bassa con le corone in mano

le donne s’arzarono pian piano

ma mentre s’andavano de fora

er prete urlò: "Ho sbajato ancora!

Rientrate tutte quante figlie amate

che io non volevo dì quer che pensate.

Io vò detto e vè ritorno a dì

che chi prese l’uccello deve uscì,

ma io lo dico a voce chiara e tesa

a chi l’uccello l’abbia preso in Chiesa!"

Le monache s’arzaron tutte quante

e poi col viso pieno di rossore

lasciarono la casa del signore.

 

da PensieriParole <https://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-vernacolari/poesia-81749>

 questa poesia viene erroneamente attribuita a Trilussa

 

 

 

 

 cincia

storni e

ghiandaia e passeri

 

Nel giardino stretto a pianoterra

sul sedile sbrecciato,

tra i vasi delle zinnie e dei gerani:

lascia pane agli uccelli:

cince, passeri, storni,

più volte di mattina una ghiandaia.

(M. L. Spaziani)

 

Apollinaire*

 

 

Stamattina una cincia è venuta

A svolazzare vicino al mio cavallo

Era forse un angioletto

Esiliato nella graziosa vallata

Dove ho avuto la sua strana visione

 

I suoi occhi erano i tuoi graziosi occhi

Le sue piume i tuoi capelli

Il suo canto le parole misteriose

Sussurrate alle mie orecchie

Quando siamo soli soli tutti e due

 

Nella vallata ero così pallido

Per avere cavalcato fin là

Il vento urlava una lunga poesia

Al sole in tutto il suo bagliore

Al bell’uccello ho detto T’amo

 

 

 

?Gazza

 

Salvatore Quasimodo

 

Ride la gazza, nera sugli aranci

 

Forse è un segno vero della vita:

       intorno a me fanciulli con leggeri

       moti del capo danzano in un gioco

       di cadenze e di voci lungo il prato

5        della chiesa. Pietà della sera, ombre

       riaccese sopra l’erba così verde,

       bellissime nel fuoco della luna!

       Memoria vi concede breve sonno:

       ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo

10        per la prima marea. Questa è l’ora:

       non più mia, arsi, remoti simulacri.

       E tu vento del sud forte di zàgare,

       spingi la luna dove nudi dormono

       fanciulli, forza il puledro sui campi

15        umidi d’orme di cavalle, apri

       il mare, alza le nuvole dagli alberi:

       già l’airone s’avanza verso l’acqua

       e fiuta lento il fango tra le spine,

       ride la gazza, nera sugli aranci.

 

 

Upupa

 

 

Upupa, ilare uccello calunniato

 

Upupa, ilare uccello calunniato

dai poeti, che roti la tua cresta

sopra l’aereo stollo del pollaio

e come un finto gallo giri al vento;

nunzio primaverile, upupa, come

per te il tempo s’arresta,

non muore più il Febbraio,

come tutto di fuori si protende

al muover del tuo capo,

aligero folletto, e tu lo ignori.

 

 

Usignolo

 

L’usignolo

Giovanni Pascoli

(Nuovi Poemetti,La Fiorita)

 

I

Su l’alba udì, ma piano, come fosse

un gran segreto, bisbigliar di bianche

ova e celesti con goccine rosse,

 

calde nel musco, sopra i pappi, ed anche

tra foglie secche… Prima ancor di giorno

volò ciascuno alle compagne stanche.

 

Ma tutto il giorno andava Rigo attorno

senza far nulla. Non guardò nell’orto

spighe di lilla e ciondoli d’avorno.

 

Violacciocche, e’ vi guardava torto

quando lo chiamavate con l’odore!

Ma verso sera egli là era, smorto…

 

E vide Rosa: aveva in grembo un fiore,

non facea nulla, ed era sola e muta.

S’udia lontano il sufolo di Dore.

 

Guardava in aria, a nulla. Era seduta.

 

II

Rigo le prese le due mani. "O Rosa,

ti voglio bene. Io t’amo e mi vergogno

di dirlo a te, di dirlo a te… mia sposa!

 

Non ho coraggio, Rosa, ed ho bisogno

che tu m’incuori. Il cuore trema: senti?

E non m’attento di parlar, che in sogno.

 

Anche tu sembra allora che ti attenti.

Se mostro un po’ di chiuder gli occhi e taccio,

tu entri in casa senza aprir battenti.

 

Tu vai, tu vieni… Oh! io non ti discaccio!"

Ecco e d’un braccio cinse a lei la vita,

ed essa gli si abbandonò sul braccio.

 

"Tu sei l’anima mia, sei la mia vita.

Battere, il cuore, senza il tuo, non osa

più. Respiriamo con la bocca unita!

 

Apriti, alfine, o mio bocciòl di rosa!"

 

III

Allor s’aprì la prima stella in cielo;

e dalla terra tacita e sorpresa

si levò un trillo come un lungo stelo.

 

Un’altra, un altro. Ad ogni stella accesa,

un nuovo canto. Un canto senza posa

correva ardendo lungo la distesa

 

del cielo azzurro. – È l’usignolo, o Rosa! –

 

 

KEATS

 

 

Ode a un usignolo

 
Il cuore mi duole, e un sonnolento torpore affligge

i miei sensi, come se della cicuta io abbia bevuto,

o vuotato un greve sonnifero fino alle fecce

pochi minuti fa, e verso Lete sia sprofondato:

non è per invidia della tua felice sorte,

ma per esser troppo felice nella tua felicità, 

che tu, Driade degli alberi dalle ali leggere,

in un melodioso recinto

verde di faggi, e dalle ombre innumerevoli,

canti dell’estate agevolmente a gola piena.

 

Oh, per un sorso della vendemmia! che sia stato

rinfrescato per lungo tempo nella terra profondamente

sàpido di Flora e del rustico prato, [scavata,

di danza, e canzoni provenzali, e dell’assolata allegria!

Oh! per una coppa piena del tepido Mezzogiorno, 

pieno del vero, del rosato Ippocrene,

con perlate bolle occhieggianti sull’orlo,

e la bocca macchiata di porpora:

ch’ io potessi bere, e lasciare il mondo non veduto,

e con te venire via nella foresta opaca: 

 

Venir via lontano, dissolvermi, e affatto dimenticare

ciò che tu tra le foglie non hai mai conosciuto,

il languore, la febbre, e l’ansia

qui, dove gli uomini seggono e odon l’un l’altro gemere

dove la paralisi scuote pochi, tristi, ultimi capelli grigi, 

dove la giovinezza si fa pallida e spettrale, e muore;

dove pur il pensare è un esser pieni di dolore

e di disperazioni dagli occhi plumbei,

dove la Bellezza non può serbare i suoi occhi luminosi,

o il nuovo Amore struggersi per essi più là di domani.

 

Via! via! perché io voglio fuggire a te,

non tratto sul carro da Bacco e dai suoi leopardi,

ma sulle invisibili ali della Poesia,

benché l’ottuso cervello confonda e ritardi:

già con te! tenera è la notte,

e forse la Regina Luna è sul suo trono,

con a grappoli intorno tutte le sue Fate stellari;

ma qui non c’ è luce alcuna,

fuor di quanta dal cielo con le brezze spira

per verdeggianti tenebre e sinuose vie di muschi.

 

Io non posso vedere quali fiori siano ai miei piedi,

né che molle incenso penda sulle fronde,

ma, nella profumata oscurità, indovino ogni dolcezza

di cui il mese propizio dota

l’erba, il boschetto,- e il selvaggio albero da frutta;

il biancospino, e la pastorale eglantina;

viole che presto appassiscono ricoperte di foglie;

e la figliuola maggiore del mezzo maggio,

la veniente rosa muscosa, piena di rugiadoso vino,

mormoreggiante dimora delle mosche nelle sere estive..

 

All’oscuro io ascolto; e ben molte volte

son io stato a mezzo innamorato della confortevole Morte,

l’ho chiamata con soavi nomi in molte meditate rime

perchè si portasse nell’aria il mio tranquillo fiato;

ora più che mai sembra delizioso morire,

aver file sulla mezzanotte senza alcun dolore,

mentre tu versi fuori la tua anima intorno

in una tale estasi!

ancora tu canteresti, ed io avrei orecchie invano 

al tuo alto requie divenuto una zolla.

 

Tu non nascesti per la morte, immortale Uccello!

le affannate generazioni non ti calpestano;

la voce ch’ io odo in questa fuggevole notte fu udita

in antichi giorni dall’imperatore e dal villano:

forse la stessa canzone che trovò un sentiero

per il triste cuore di Ruth, quando, piena di nostalgia

ella stette in lagrime tra il grano straniero;

la stessa che spesse volte ha

affascinato magiche finestre, aperte sulla schiuma

di perigliosi mari, in fatate terre abbandonate.

 

Abbandonate! la parola stessa è come una campana

che rintocchi per ritrarmi da te alla mia solitudine!

Addio! la fantasia non può frodare così bene

com’ella ha fama di fare, ingannevole silfo.

Addio! addio! la tua lamentosa antifona svanisce

oltre i prati vicini, sopra la silenziosa corrente,

su per il fianco del colle; ed ora è sepolta profonda

nelle prossime radure della valle:

fu una visione, o un sogno ad occhi aperti?

fuggita è quella musica: son io desto o dormo?

 

PUBBLICATO 18 GIUGNO 2018