Gli ottant’anni di Claudio Grisancich

Nota e scelta di poesie di Roberto Pagan

 

Davvero una sorpresa: vedere una città smaliziata come Trieste, resa un po’ scettica dal groviglio di storia che ha dietro le spalle, capace di commuoversi solo per la Barcolana, ora tutta pronta a festeggiare un unico concittadino per il suo ottantesimo compleanno. Fosse stato un campione del calcio o un industriale arricchito, ma un poeta. Un poeta oggi – coi tempi che corrono – vengono i brividi a dirlo. E non per un giorno solo, quello appunto del compleanno, il 9 dicembre, già segnalato da un paginone de “Il Piccolo”, ma per un paio di settimane, tutte scandite dalle manifestazioni più varie: convegni, letture, mostre d’arte, recite teatrali. Questo miracolo è avvenuto per Claudio Grisancich: il dominatore assoluto della scena dialettale, non solo sulla pagina in versi, ma anche, appunto, nei dialoghi teatrali, nella commedia.

La poesia è sempre un miracolo, usa dire Grisancich. Ma questa volta, diciamola tutta, è avvenuto anche per merito di un folto numero di amici, a cominciare da quelli dell’Associazione Ponte Rosso, che sta dietro alla rivista dello stesso nome, dalla redazione della rivista e dal suo direttore, l’ammirevole, instancabile Walter Chiereghin, e dalla Hammerle Edizioni, benemerita anch’essa per la diligenza con cui segue e diffonde la cultura giuliana in particolare, nonché dalla compagnia teatrale della Contrada e persino dalla Libreria slovena di Piazza Oberdan, resasi disponibile per  i buoni uffici del poeta Marko Kravos, amico anche lui.

Naturalmente tutto questo Claudio Grisancich se lo meritava. Nato popolano è diventato davvero popolare: come Giotti, di cui spesso è stato considerato un erede. Ma solo per la lingua, per il dialetto triestino, per il resto la poesia è molto diversa. Come diversissimo il carattere dell’uomo: quanto austero e riservato era Giotti, tanto è aperta e cordiale la personalità di Grisancich, nonostante una vita privata non facile (certo non drammatica come fu alla fine quella di Giotti): la perdita delle persone più care, una menomazione agli arti inferiori intervenuta più di recente. Il tutto  affrontato con molto coraggio, e compensato dal suo innegabile talento, dalla fedeltà nelle amicizie, dal suo amore per la città natale: dove ha sempre abitato e dove ha lavorato presso l’Ufficio relazioni umane delle Assicurazioni Generali. C’è anche un libro, con molte immagini e documenti d’archivio, da lui sapientemente curato in occasione di un centenario, sui rapporti della cultura con quella Istituzione e sui letterati e gli artisti, italiani e stranieri, che in qualche modo hanno avuto relazione con le Generali. Alle Generali era stato assunto, giovanissimo credo, per merito di sua madre, una popolana intelligente e tenace di origini meridionali, che Grisancich ha sempre ricordato con particolare affetto. E fu sempre sua madre ad incoraggiarlo sulla strada della poesia: fu ancora lei a prendere contatto con Anita Pittoni, l’animatrice del famoso salotto di cui aveva sentito parlare in qualche trasmissione radiofonica. E giovanissimo infatti, un “ragazzo in calzoni corti”, come lui stesso, Grisancich, ama precisare, io lo incontrai la prima volta in uno di quegli altrettanto famosi martedì di Via Cassa del Risparmio, di fronte all’edificio neoclassico della Vecchia Borsa, che io definivo “il tempio di Mammona”. E invece no, mi correggo. Non poteva essere un martedì, il giorno ufficiale delle riunioni a cui partecipavano i “grandi vecchi” sopravvissuti della generazione dei “redenti irredenti” (come li ha chiamati in un libro importante la studiosa viennese Renate Lunzer): Stuparich, Giotti, Rovan, Voghera…Sarà stata magari una mattina – ma i mobili erano quelli, il tavolone lungo lungo e le seggiole basse dell’antico atelier sartoriale della stessa padrona di casa – e accanto a me poteva esserci Sergio Miniussi, giovane allora come me, col compito appunto (è questo che ricorda Grisancich) di “esaminare” il ragazzo poeta per decidere se era degno di presentarsi anche davanti ai celebri patriarchi di cui sopra. E il ragazzo evidentemente fu promosso a pieni voti.

Poi, dopo la morte di Saba e di Giotti nello stesso 1957 e di Stuparich di lì a qualche anno, mi parve che tutto quel mondo finisse. I casi della vita mi avevano portato lontano da Trieste, e persi i contatti anche con la Pittoni. In realtà il suo circolo, rinnovato da qualche giovane innesto, aveva continuato per un po’ nella sua attività ed era ancor viva la collana dello Zibaldone, i preziosi libretti, sobri ma molto accurati, che spaziavano con originalità su tutto l’arco storico della cultura giuliana. E Grisancich anzi era diventato il pupillo della Signora: tant’è che la primissima raccolta del promettente ragazzo, “Noi vegnaremo”, fu pubblicato proprio nella collana dello Zibaldone. Poi ci fu qualche screzio, quando il pupillo si sposò. Ma, ammalatasi la Pittoni, il giovane le si riavvicinò con affetto. E in seguito ne fece la protagonista di due pièces teatrali in dialetto assai felici con cui ebbe inizio anche questo filone della sua attività di scrittore: culminata con il lavoro forse più impegnativo, composto a due mani con l’amico Roberto Damiani, “A casa tra un poco”, sulla vicenda dello storico sciopero dei fuochisti del Lloyd nel 1902, e portato in scena nel 1976 con la regia di Francesco Macedonio. Damiani e Macedonio: oggi compianti animatori del Teatro Popolare La Contrada ancora operante a Trieste.

Nell’occasione dei festeggiamenti in onore del nostro poeta anche questo materiale è stato opportunamente ristampato a cura della Hammerle Editori in due eleganti volumetti: Claudio Grisancich, “Per Anita” (Un baseto de cuor e Ste pice parole voio dirte stasera), con prefazione di Walter Chiereghin e postfazione di Fulvio Senardi, e con utili apparati a cura di Simone Volpato; Claudio Grisancich – Roberto Damiani, “A casa tra un poco” (1902 – El siopero dei foghisti del Lloyd), a cura di Walter Chiereghin e contributi di Claudio Ernè, Paolo Quazzolo, Fulvio Senardi, Luca Zorzenon).

Ma tra queste riedizioni ci sembra particolarmente significativo il libro che raccoglie tutta la produzione in versi più recente, a partire da Album del 2013: con cui, dopo il sessantennio 1951-2011 già consegnato al grosso volume di Conchiglie, si è aperta quella che è apparsa davvero una “seconda stagione” del nostro poeta. Questo nuovo libro, che oltre alla raccolta organica di Album comprende un insieme di materiali variegati e apparentemente disomogenei, presenta in effetti una sua valenza tonale unitaria, una sua prospettiva più realistica e meno autoreferenziale, più narrativa che lirica. In questo senso appare molto efficace il titolo che è stato scelto Gente mia, a ben sottolineare la carica affettiva con cui il poeta guarda e descrive l’umanità che lo circonda: con occhio obiettivo ma insieme fraterno, indulgente verso le infinite debolezze di chi affronta giorno per giorno la fatica del vivere e del morire. Anche questo volume esce per i tipi della Hammerle Editori, a cura di Walter Chiereghin e con un saggio conclusivo di Fulvio Senardi.

E’ su questo ultimo Grisancich che, sia pure nei limiti di questa nostra nota che vuol essere più informativa che critica, indugiamo brevemente almeno per fornire qualche esempio concreto. A cominciare da quella svolta decisiva segnata da Album nel percorso del nostro poeta. Lui stesso, in un’intervista del 2013 (ancora fruibile su web) riconosceva come, dopo l’esperienza più lirica e incentrata sulla presenza dell’io della sua precedente produzione, in questa nuova opera aveva sentito il bisogno di aprirsi più oggettivamente agli altri, ad ascoltare anzi le loro “voci”, che – diceva – si erano come imposte da sole alla memoria, nel rievocare la propria infanzia e la prima adolescenza vissuta con la famiglia lassù, nel popolare rione ai piedi del Castello di San Giusto, il vero cuore della “cità vecia”, lungo l’asse della via San Michele e nel groviglio di strade e stradine che vi confluivano ancora in quegli anni Cinquanta: un mondo – come ricorda il poeta stesso – ormai veramente sparito. Ed ecco che ora, sul filo del ricordo, egli rivede un’infinità di negozi e di ambienti, vi rievoca nomi e persone, vi riascolta le voci. L’atmosfera sembra un po’ quella del neorealismo cinematografico, quel bianco e nero così suggestivo e così popolare, e nei suoi versi Grisancich non esita a citare titoli e vicende: erano i film che l’adolescente vedeva coi genitori in qualche scalcagnato cinema rionale, al tempo dei suoi primi anni di scuola e dei lunghi giochi di strada con i monelli del rione. E qui apprendeva il bene e il male della vita, riconosceva volti e persone, soprattutto sentiva le chiacchiere della gente. Tutta questa coralità di emozioni riconfluisce in Album con freschezza di immagini e vivacità di impressioni, e si fa lingua poetica, incisiva sempre, a volte sorridente a volte tagliente o drammatica: in un tessuto conciso, in sequenze rapide e scabre, fino al punto di rinunciare alla punteggiatura, abolire le maiuscole, spezzare le parole nell’inarcatura tra verso e verso, livellare, si vorrebbe dire, al grado dell’oralità  la comunicazione per renderla più immediata e dinamica. Sarà questa la maniera che andrà imponendosi anche nelle opere successive, ora riunite nelle pagine di Gente mia; ma in questo caso la natura poematica unitaria di Album la mette con più tensione in evidenza. Ne viene come un continuum da musica atonale che sulle prime mette un po’ in imbarazzo il lettore, costretto, anche nella lettura mentale, a inventarsi le pause nel fittissimo tessuto sintattico del testo: ma l’espediente usato dal poeta non è senza efficacia. Perché la rappresentazione dei fatti evocati e narrati con questa serrata impassibilità acuisce in noi la pietas (che era già evidentemente dell’autore) di fronte all’eterno spettacolo di un’umanità coinvolta nel giro inesorabile del quotidiano in balia di un oscuro destino.

Ecco per primo un quadro d’insieme, una piccola folla di donne che nella piazzetta del quartiere, come usava una volta con l’acqua di una fontana pubblica, lavano la loro verdura nei pressi di un antico arco di pietra (il cosiddetto “Arco di Riccardo”):

 

bisi e spinazi

 

a spelar bisi a netar spinaze por-

tandose la carega co’l senton de

paia le babe se meteva contro el

muro d’istà in ‘contrada de ricardo’

co’l sol che scomiziava ‘ndar via

per sbiego e ‘n’ombra in basso fra

le case la mularìa zogava corendo

i mas’ci ne la sesa le picie a la casa

co’ le pupe le pignatele a le done le man

le ‘ndava sguelte nel orner le

mastele identico le lingue le parole

una tirava l’altra che sarìa sta’ meio

taser ma quanti bisi e spinaze de

vederghe ‘ncora ‘vanti che ‘l sol

‘ndà via del tuto no’l gavessi lassada

blu scura la contrada

 

PISELLI E SPINACI

a sbucciar piselli e pulire spinaci por- / tandosi dietro la sedia impagliata / le donne si mettevano contro il / muro d’estate in ‘contrada ricardo’/ quando il sole andava giù / di sbieco creando un’ombra bassa fra / le case i ragazzini giocavano di corsa / i maschi nel gioco della ‘sesa’ le bambine a quello della casa / con le bambole e le pentoline alle donne le / mani andavano veloci nelle terrine dentro / i mastelli e ugualmente le lingue le parole / una tirava l’altra che sarebbe stato meglio / tacere ma quanti piselli e spinaci a / vederci ancora prima che il sole / calasse del tutto lasciando / blu scura la contrada  (in Gente mia, p. 40)

 

           

Che aggiungere? Tutto vivo e vero, una tela da impressionista, la partecipazione dell’autore commossa ma nascosta, con un’unica nota più alta nella pennellata conclusiva, ad avvolgere la scena e togliercela dalla vista come sublimandola nel blu di prussia del tramonto.

 

Un altro esempio, al culmine della tonalità drammatica:

 

le scarpe

 

in germania i nazisti la zercava se diseva

che visto hitler propio visavì la fossi tornada

casa spudando per la strada in t-una camera

indosso le scarpe sempre pronta in sofita tuti

a conosserla come la tedesca ‘na matina del

quarantatre la porta spalancada el leto ribaltà

e là le scarpe

 

LE SCARPE. In germania i nazisti la cercavano si diceva / che vistosi hitler proprio di fronte fosse tornata / a casa sputando per la strada in una camera / con addosso le scarpe sempre all’erta in soffitta tutti / la conoscevano come la tedesca una mattina del / quarantatre la porta spalancata / il letto buttato all’aria / e là le scarpe  (ibidem, p. 25)

 

Davvero una sequenza da film mozzafiato, con la violenza della storia riassunta in quella precisazione meticolosa pur nella concisione estrema del racconto (una mattina del quarantatre) e quell’emblema tragico delle scarpe, isolate nell’a capo del verso conclusivo.

 

Altrettanto scarna, ma in una tonalità opposta, di sfumata delicatezza, la pagina seguente (ibidem 26):

 

per nome

 

dir le robe co’ l suo nome

cussì anca per le persone

che s’incontrava su le scale

de casa fermarse un pìe

su ’l scalin l’altro più in basso

pozai al passaman parlar

anca de gnente giusto

de tocarse co’ la vose

 

PER NOME.  chiamare le cose con il loro nome / così anche per le persone / che s’incontravano sulle scale / di casa soffermarsi con un piede / sul gradino l’altro lasciato più in basso / appoggiati al corrimano parlare / anche di niente quel tanto / da toccarsi con la voce

 

Si direbbe fatta di niente, tanto discreta la scenetta: ma quanta commozione in quell’incontro un po’ goffo, nel fermarsi con un piede su un gradino e l’altro più in basso, e l’intimità che si crea in quel parlare tanto per parlare, e nella raccolta tenerezza dell’espressione intensissima di “toccarsi con la voce”. Ma è anche vero che tanta castità del dire e del gestire ci rimanda ad altri tempi, a una sensibilità che poteva esserci in quel primo dopoguerra, nella povertà materiale e nell’onestàma in una spiritualità oggi assolutamente smarrita, non più concepibile.

 

Non possiamo indugiare ad approfondire il discorso, come pure vorremmo. Possiamo solo aggiungere che questa maniera di penetrare nella realtà circostante, con apparente distacco, ma con più profonda e sottile partecipazione, qui scoperta e coltivata dal nostro poeta con grande coerenza stilistica nelle pagine di Album, si protrarrà sostanzialmente anche in seguito. Più esplicitamente narrativa in alcune “novelle in versi” (come si sarebbero definite nell’ Ottocento e ancora nel primo Novecento), quali Storie de Fausta (una sarta sfortunata quanto umanamente generosa) e Storia de Gino (un balordo più stravagante che cattivo) che aprono davanti al poeta infiniti pretesti di osservazione psicologia e sociale spesso assai penetrante; più variegata e, per così dire sperimentale, in altri casi (come in Est-nord-est o ne L’estate del ’54). Ma anche in altre pagine, più occasionali forse, come in quelle si accompagnano alla Storia de Gino, si resta colpiti dalla vivacità  impressionistica di certi testi puntigliosamente contrassegnati dalle date di composizione come in diario personale. Ci soffermiamo solo su un paio di esempi. A pagina 178 del libro che stiamo sfogliando Gente mia, troviamo una deliziosa scenetta con due protagonisti d’eccezione: Giani Stuparich con Anita Pittoni in un’osteria di Cavana (in passato il quartiere più malfamato di Trieste, l’angiporto delle prostitute e degli ubriachi, ma naturalmente tutto è cambiato nel tempo: oggi è addirittura diventato il salotto buono, pieno delle boutiques per turisti). E’ probabile che la scenetta in questione derivi da una realtà vista davvero da Grisancich negli anni Cinquanta:

 

per n’oradela

 

per n’oradela un branzin pena pescai

l’andava co’l suo giani passada piaza

grande in cavana drio el vescovado a

l’antica mormorazione al professor

el pesse i lo spinava anita ordinava

metà per omo ‘na porzion de risoto

coi caperozoli radicio de contorno e

un quartin de bianco giani lissando

la tovaia ‘scoltava nel remitur sofigà

che ‘rivava de in cusina quei dentro

che diseva xe stuparich el professor

in sala e l’anita pitoni

 

6 giugno 2016 – h. 19.26

 

PER UN’ORATA

per un’orata e un branzino appena pescati / andava col suo giani passata piazza / grande in cavana dietro il vescovado / all’antica mormorazione al professore / il pesce lo spinavano anita ordinava / metà per ciascuno una porzione di risotto / con le vongole radicchio di contorno e / un quartino di bianco giani lisciando / la tovaglia ascoltava nel chiasso soffocato / che arrivava dalla cucina quelli dentro / che dicevano è stuparich il professore / in sala e l’anita pitoni

 

Il quadretto si commenta da sé: e vi si sente la distanza tra quei due intellettuali in libera uscita, e il parlottare indiscreto eppure a modo suo rispettoso della considerazione che costoro riscuotono in società. E chissà se l’umorismo che circola tra i versi è solo dell’autore o sarà stato condiviso dai due protagonisti dell’episodio qui giocosamente immortalato. Alle sette e mezza di sera del 6 giugno 2016. Concepito e scritto – dobbiamo immaginare – in un battibaleno. E ancora più stupiti rimaniamo nell’apprendere, dalla pagina seguente, che in un altro battibaleno erano stati scritti, nella “mezza mattina” dello stesso giorno 6 giugno, esattamente alle 12.38, i sei versi con i quali concludiamo, ancora nel segno di quella antica “intellighenzia” triestina:

 

de meza matina

 

de meza matina el ciol de la terina un

pomo in sol sul pergolo in cusina el

varda fora el mar lontan la cità che

soto casa sua se distira l’istessa de

umberto saba de vigilio gioti da anita

e mia el se disi morsigando el pomo

 

6 giugno 2016 – h. 12.38

 

DI MEZZA MATTINA. di mezza mattina prende dalla terrina una / mela al sole sul terrazzo in cucina / guarda fuori il mare lontano la città che / sotto casa sua si distende la stessa di / umberto saba di virgilio giotti di anita / e mia si dice mordendo la mela

 

Dev’essere proprio vero quello che dice Grisancich: che la poesia è sempre un miracolo

 

 

Roberto Pagan