Gli haiku di Edith Dzieduszycka nella “nuvola” di Fucsas

Tutti conosciamo ormai Edith de Hody Dzieduszycka per la sua fine cultura e la versatile sensibilità artistica che le permette di esprimersi sia in poesia che in pittura, senza trascurare la fotografia e le arti applicate. Trasferitasi in Italia nel 1968 dopo un prestigioso incarico presso il Consiglio d’Europa, risiede stabilmente a Roma fin dal 1979. In campo letterario ha esperito varie vie in prosa e in versi, mostrandosi negli ultimi anni sempre più prolifica: citeremo almeno, tra le cose più recenti, Cellule, poesia bilingue, Passigli 2014, Intrecci, romanzo, Genesi 2016, e le antologie curate rispettivamente da G. Linguaglossa per Progetto Cultura 2016 e da R. Piazza per Fermenti 2017.

L’autrice si cimenta ora anche nell’haiku in Haikuore, Genesi 2017. Il titolo della raccolta, estroso e vivace come i sottotitoli delle varie sezioni, Haikulla, Haikulto, Haikuculo. Haikurva, Haicucito, Haikulmine, denunciano di per sé un intento insieme giocoso e sperimentale; e, a definire fin da subito l’intera opera, la diremmo ‘perfettibile’, nel senso che potrebbe essere senz’altro rivista e sottoposta a un più attento lavoro di lima. Così com’è ora, il libro si presenta certo sovrabbondante nel numero stesso dei piccoli componimenti e forse un po’ troppo variegato e dispersivo nel suo disegno.

Tralasciando ogni richiamo alla tradizione giapponese, che in questa sede ci sembrerebbe fuor di luogo, sia perché il taglio di queste strofette, e il loro spirito, sembrano affatto moderni e ‘occidentali’, sia perché non sapremmo di fatto a quale tradizione riportarci, essendone molti e diversi gli aspetti e le scuole susseguitesi nei secoli nello stesso Giappone. Di fatto, dopo l’exploit del japonisme diffusosi verso la fine dell’Ottocento, in Francia e poi in tutta Europa, tra fine ‘800 e primo ‘900, al tempo degli ultimi impressionisti, in pittura non solo, ma nelle arti applicate e in letteratura, tutte queste suggestioni orientalizzanti sembrano ormai rientrate nell’alveo di ogni singola tradizione nazionale. Così anche lo schema dell’haiku, questo piccolo congegno metrico che tanta fortuna ha avuto, e continua ad avere dopo tanti decenni, si è di volta in volta adeguato alle forme prosodiche proprie di ciascun paese. Da noi, per convenzione, si è configurato nella forma canonica del 5-7-5: quinario-settenario-quinario. Si tratta quindi una forma “chiusa” come un’altra: come il sonetto, la terzina dantesca, l’ottava. Ora chi accetti, oggi, di scrivere in una forma chiusa, seriamente o magari per capriccio o per scommessa, deve adattarsi a certe regole. E perciò nessuno, tanto per dire, si sognerà di fare un sonetto di 13 versi anziché di 14 (due quartine e due terzine), o un’ottava senza quella particolare successione di rime: a b, a b, a b per sei versi e c c nei due conclusivi. Non si capisce quindi perché ancora oggi molti facitori di haiku nostrani contino meccanicamente le sillabe dell’haiku 5 – 7 – 5, per sommarne alla fine sempre 17, ma senza badare a quelle due o tre semplici regolette metriche proprie della nostra tradizione (come l’elisione tra vocali in finale di una parola e inizio della parola successiva, o l’attenzione prestata alle sdrucciole e alle tronche, che rispettivamente aggiungono o tolgono una sillaba in finale di verso) che fanno sì che un quinario, un settenario o un endecasillabo non sempre abbiano necessariamente 5 o 7 o 11 sillabe, ma, a volte. qualcuna di più o qualcuna di meno. E questo si dice non già per pedanteria professorale, ma proprio per garantire al poeta accorto più risorse e possibilità di variare l’intreccio ritmico del proprio componimento, quale che sia, traendone vantaggio espressivo.

Ora tutto questo discorsetto è fatto più per deplorare la negligenza degli insegnanti nella scuola italiana che così poco o nessun riguardo hanno per tale questione, come se non si fossero mai accorti, oltretutto, che la letteratura italiana in particolare è stata, almeno per sette secoli, da Petrarca a Leopardi, quasi esclusivamente poetica e quindi composta di versi. Tante chiacchiere magari di carattere estetico o strutturalista, mai una parola sulla tecnica e sul mestiere dei singoli poeti:  come se i versi non fossero, appunto, ‘strutturati’ di sillabe nello stesso modo per cui è fatto di note uno spartito musicale.

E certo ora non ci scandalizzeremo se Edith, francese di lingua e formazione, incappi in qualche piccola sbavatura nel conteggio metrico. Edith, che – ci ha confessato una volta – ‘pensa’ in francese la sua poesia e poi, mentalmente, se  la traduce in italiano. Ciò può anche essere nei versi cosiddetti ‘liberi’ della poesia contemporanea (ma liberi di un loro ritmo non sono mai i versi, e persino la prosa ha comunque un suo cursus, più o meno armonico che sia); andrà meno bene per una forma chiusa, chiusissima come l’haiku. Edith ha fatto anzi miracoli. Questa volta ha pensato, ha dovuto pensare in italiano ogni sillaba dei suoi haiku. Perché l’haiku può essere un gioiellino solo se le sue sillabe sono impeccabili, lucide e armonizzate perfettamente al contesto ritmico e musicale. Per il resto Edith ha fatto miracoli anche nei contenuti. Talvolta, in chiave aforistica, ha giocato abilmente con proverbi, frasi fatte, modi di dire dell’italiano corrente. Qualche volta però si è accontentata della parola più ovvia, dell’aggettivo più generico, ha avuto poca pazienza nell’usare la lima. Così ha accavallato i piccoli componimenti uno sull’altro, giocando più sul numero che sulla qualità. Forse la fretta. Forse la frenesia della sperimentazione.

Edith discute con se stessa sull’haiku nella prima sezione Haikulla che fa appunto da preludio al suo libro. Ne soppesa i pro e i contro, avverte l’ “angustia” della fragile e caparbia gabbietta: Parole poche / per guardare alla vita / kuore conciso (10, p. 11). (Ribadendo, con quella k nella parola cuore, la sua diffidenza verso ogni forma di sentimentalismo: e viene da chiederci se conosceva Carducci, che pure lui, in odio ai romantici, se la prendeva con il “vil muscolo nocivo”). Riflette poi, Edith, anche sulla metrica: Senza eccezione / sillabe diciassette / né più né meno (cfr. 3 e 6). Ma non si accorge che il primo suo quinario, senza eccezione (che è un quinario sì, giustamente intuito nella pronuncia) suona nel contesto come una contraddizione in termini: perché, se contiamo meccanicamente le sillabe, sen-za ec-ce-zio-ne, le sillabe sono 6 (e sono 5 solo praticando l’elisione tra za e ec in una stessa emissione di fiato); sicché, di fatto, il suo haiku alla fine ne conterà diciotto, di sillabe, e non diciassette. E quindi l’ “eccezione” appunto c’è: ogni tanto, anzi abbastanza spesso e…volentieri, perché così, ogni tanto, variamo un poco lo schema e rendiamo meno noiosa la successione degli haiku, che, se letti uno dietro l’altro, risultano terribilmente monotoni.

L’ossessione del meccanismo è un po’ nelle cose. Ed è vero quel che dice Edith, che, a forza di contare le sillabe, più ne sforni, di haiku, e più questo ritmo ripetitivo ti prende, come una droga (cfr.16 e 19). Ne verrà la pena? Si domanda alla fine: è gioco oppure vizio (20). Probabilmente ha deciso per il gioco. Dicevamo prima di un intento ludico, appunto, e insieme sperimentale. Perché poi, davvero, l’autrice le ha provate tutte: un uso più tradizionale dell’haiku, anche obbedendo al kigo, cioè lo sfondo di natura che è motivo fondante in tanta arte giapponese, nelle due prime sezioni; un approccio più spericolato, aperto alle più variegate suggestioni, in toni più evidentemente aforistici e satirici, nella sezione intitolata Haikurva, forse proprio per segnalare una “svolta” decisa rispetto alla tradizione; infine, nelle due sezioni conclusive, un uso più “prosastico”, quasi narrativo, dell’haiku, capace di sostenere un abbozzo di racconto.

Ma vediamo più da vicino. Haikulto (ben 116 composizioni) insiste sugli elementi di natura, astronomici e meteorologici per così dire (le stagioni, il sole, la luna, le stelle, la notte e il giorno, la terra, i mare, le nuvole). L’atteggiamento dell’autrice non è mai solo contemplativo, difficilmente il paesaggio naturale è motivo di riflessione filosofica o religiosa, piuttosto è un guizzo di fantasia pittorica, una pennellata di colore. Alcuni di questi haiku sono decisamente efficaci, delicati, graziosi: In cima al monte / si trastullano nubi / scialle di spuma (6, p. 40); Perle sgranate / e voce cristallina / canta sorgente (47, p. 50). Altri spiccano per una verve umoristica: All’improvviso / di notte una bufera / luna nel pozzo (8, p. 40), o per ironia più pungente: La margherita / dello streep-tease regina / la vedo nuda (68, p. 55): Sull’erba triste / dal salice depresso / lacrime grevi (66, p. 55). Forse più sofisticato il n. 74 (p. 57): Le foglie morte / giocano con il vento / Prévert le coglie. In alcuni casi affiora la tentazione di rompere l’isolamento dell’haiku per cercare almeno un’accoppiata: Ci gira intorno / perseverante luna / con una faccia – Ritrosa l’altra / non ci vuol vedere / ci dà le spalle (11-12, p. 41). Tentazione questa, di un ritmo continuato, che alla fine, come vedremo, si farà irrefrenabile: e allora gli haiku diventeranno tessere di un mosaico.

Con Haikuculo siamo ancora in ambito naturalistico. Qui sono protagonisti gli animali: soprattutto gli uccelli. E la vena umoristica si fa ancora più spumeggiante, direi prevalente: Cammina Lorenz / a passo cadenzato / lo segue un’oca (5, p. 72); Un pappagallo / tutto il giorno ripete / silenzio d’oro (8, p. 72). Ancora più ardimentoso il n. 17, p. 75: Incenerita / sul rogo la fenice / araba forse. Dove forse gioverebbe un doppio punto, tra secondo e terzo verso, a mettere in risalto la battuta finale. Ma, non so perché, l’autrice ha sacrificato tutti i segni di interpunzione. (Forse per lo stesso motivo per cui scrive kuore con la kappa!). E ancora – anche in questa sezione – quando si parla di formiche e di cicale (21 e 22, p. 76) ecco l’accoppiata: Si dà da fare /  la fornica solerte / riderà l’ultima – La sua vicina / preferisce ballare / cicala incauta. Dove una strizzatina d’occhio a La Fontaine appare inevitabile: La cigale ayant chanté tout l’été…

Con Haicurva si vira decisamente verso un mondo moderno, cittadino, anarchico e confusionario; oppure si evade nel favoloso, nel letterario, o, in particolare, nell’opera lirica: da Bohème a Butterfly, passando per Otello, nel tentativo di usare l’haiku come in una serie di variazioni su un tema: Un fazzoletto / basta a fare la storia / collera nera – Lacrime amare / quando vince l’inganno / perfido Jago (29 e 30 a p. 93). E son chiamati in causa persino Biancaneve e i sette nani: 31 e 32, p. 93: Son sette i nani / la fanciulla una sola / faranno a turno; Mentre allo specchio / si mira la regina: / di me chi è meglio? (Ma qui ci siamo permessi qualche lieve ritocco). E ancora, con lo stesso animo un po’ distaccato, non proprio partecipe, sono tirati in ballo persino personaggi biblici come Giona e Noè (39 e 40) o mitologici, come Pandora: Una domanda / Pandora mia che fai? [Attenti alla tronca: per questo le sillabe sono sei e non sette] / Cerco il coperchio (48, p. 97) . Così anche questo un po’ “aggiustato”, non suona niente male. Ma nel complesso in questa sezione gli argomenti sono troppo disparati e le situazioni un po’ “gratuite”. Sicché  la pagina sembra perdere un po’ in mordente ed efficacia.

Infine, come si diceva, nelle due ultime sezioni, la sperimentazione si fa più estrosa e disinibita. Si tenta tout court la via del racconto, della narrazione continuata, o, meglio, del collage di strofette, come scaglie o tessere da formare un mosaico. La sezione V, Haikucito (il titolo stesso suggerisce appunto l’idea di cucire insieme gli sparsi frammenti) si fa dunque prosastica: gli haiku perdono l’isolamento, ma anche l’intensità, il passo sentenzioso, aforistico che era un po’ congenito nella loro struttura lapidaria, diventano didascalia. In questo caso messi al servizio di una specie di romanzo d’appendice, quasi la parodia di un fotoromanzo da parrucchiera: la storia di una ragazza che, in una notte di temporale, si infatua per un portalettere bello come un dio greco. Un innamoramento, si vedrà, tutto dei sensi. E lo sguardo dell’autrice qui, se non moralistico, appare disincantato e giudicante: Che cosa importa / della fame nel mondo / il sesso sazia (34, p. 115). Si veda anche qualche momento di allusività sarcastica (da 29 a 33, p 114 e poi 41 e 43, p. 117). I due convivono (53), ma fiaccamente. Presto nel loro rapporto sopravviene la stanchezza, la saturazione. La ragazza morde il freno: Pena sprecata, capitolo concluso / si guarda in giro (71, p 124). Sola in un parco, una sera s’imbatte in un “agreste fauno” che, senza aprir bocca, la denuda sull’erba, e lei lascia fare. Torna a casa senza dir niente. Tra i due coniugi scarne battute senz’anima (90, 91, 92). Conclusione: l’accettazione di lasciarsi vivere nel più squallido dei compromessi. Insomma, abbiamo detto, l’haiku piegato a romanzo d’appendice. Un esperimento non privo d’interesse e di abilità. Ma, se il bel collage sulla copertina del libro (opera della stessa autrice) richiamava con eleganza la silhouette di una geisha, qui l’orizzonte di un Giappone imperiale sembra veramente lontano.

Ancora più spericolata e non senza ambizioni l’ultima tappa del libro: Haikulmine. Qui c’è l’idea di un viaggio: ma non si sa chi è il viaggiatore né dove e quando l’azione si svolge. I parametri di spazio e tempo sfumano in una nebbia indistinta. Dapprima si intravede una diligenza, si sente un galoppo di cavalli. Sembrerebbe una scena da western. A un certo punto si parla di “bisonte arrostito”. Ma poi compare la Silicon Valley come una “terra di nessuno”; c’è qualcuno che telefona a…Sherazade. Siamo in una dimensione surreale, fantastica e, per così dire, espressionistica. Ora si profilano piuttosto scenari moderni: navi giganti, muri di cemento armato. Poi sbuca fuori un discorso di attualità nostrana. Si parla di tasse, di onorevoli corrotti. Ci si domanda se esista ancora una coscienza. Si fa i conti con l’eccesso demografico nel mondo. Meglio ignorare o meglio sapere? Sta la ragione / sentinella assopita / oggi di turno: così sentenzia la strofetta 84, p. 155. Si è vagamente capito che i luoghi e i tempi assomigliano ai nostri. Sopra una panca / inerte si è accasciata / la razza umana (85, p. 156). Nel complesso ha preso corpo un piccolo epos, straniato e senza bussola: Curva la strada / cieco chi la percorre / ingrata l’ora (99, p. 159). Insomma una piccola apocalisse. Forse perché è piccolo l’haiku, insufficiente a tanto strazio: di diciassette sillabe, più o meno. Gabbietta angusta. Ma riconosciamolo: ne ha fatta di strada nelle mani di Edith e con la sua immaginazione. Ripeto: un’opera forse perfettibile: ma con i suoi 474 haiku, né più né meno, non priva di meriti e di coraggio. Auguri e congratulazioni.

Roberto Pagan

Pubblicato l’11 dicembre 2017