Gli “Avanzi” bilingui di Vincenzo Luciani

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Nella società e nel tempo dell’usa e getta, è bello che ci sia chi pone l’accento sugli “avanzi”, specialmente se le sue radici e la sua formazione – come è per Vincenzo – lo portano ad essere attento a non sprecare quello che potrebbe essere utile ad altri. E poiché dopo un trasloco, c’è sempre qualcosa che si lascia o che si perde, e magari si ritrova dopo anni, in qualche scatola dimenticata, Vincenzo, dopo“Straloche”-Traslochi, edita la raccolta che intitola Vanzature/Avanzi; la compone in lingua e in dialetto garganico, lui che si ritiene insieme cittadino (Torino e Roma) e figlio di una terra narrata nel dialetto dei genitori, genitore e nonno lui stesso.

Gli avanzi di un pasto, di un trasloco o di una vita, per Vincenzo sono comunque la parte migliore “Tutta la vita riduce in parole / di giorno in giorno sempre più poche / che noi scriviamo senza sapere / se qualcheduno se ne accorgerà / e qualche prelibatezza avanzerà.” tale è la risposta elegante e misurata che fornisce a chi ritiene gli avanzi solo cose da scartare, alla fine di un pasto o di un qualche ufficio.

Alcune immagini sono assolutamente originali; altre poesie stupiscono per la semplice verità che rivelano, tanto che viene da dire: “Non ci avevo pensato, ma guarda questo Vincenzo!” Pure, mi ricordo di quanto Lui dice e che condivido  “E’ seme la fatica, il tratto cancellato…”  Quanto lavoro, ripensamenti, cancellature, dietro una poesia, a maggior ragione se “semplice”! Anzi, la Poesia è proprio ciò che “avanza” dal pensiero e dal lavoro poetico; nella doppia accezione di “ciò che rimane” e di “utile, sovrabbondante”; magari da reinvestire in altro pensiero e lavoro. “Sbriciolata e dispersa/  nel tratturo / ho una spiga:/ in bocca il sapore/  del grano.” dove la frammentazione del verso esprime il lento e riflessivo cammino.

Usa spesso l’ironia come autocritica, senza autoflagellazione, certo; quasi a ricordarsi che  i suoi scritti, il daffare per la Poesia e i poeti, l’impegno sociale e politico, i premi, le amicizie anche importanti -quante dediche ad amici, molti dispersi, nel ricordo di un caffè o di un “amaro lucano”! – “contengono” e mostrano l’uomo: sappiamo bene cosa significa. “Poco si crea e molto si disperde./ Io sogno, da grande, di fare il poeta/  ma mi disperdo sempre in qualcos’altro / che se potessi non vorrei più fare/ in un’età che si sente bambina,/ eppure è vicina all’addio.” Il peso di tante cose da fare, lascia il tempo di fare poesia? Perché è lunga la preparazione, non basta l’ispirazione“Ascoltare prima di poetare./ Immaginare./ E pazientare.” E aggiunge:”/ e per questo è meglio dire la verità / sempre, senza imbrogliare / carte, cose, persone (e pe quisse jè megghje di’ llu uere/ sempe, senza mbrugghjà/ carte, cunte e cristiane ). Più che la verità della Poesia, lui canta la verità in Poesia: nel fare e poi nello scrivere e nel parlare. Perché chi inganna gli altri, inganna prima o poi sé stesso.

Allora dai versi, asciutti, semplici solo in apparenza, si aprono gesti e pensieri che non hanno nulla da nascondere e dicono la verità del dialetto, degli affetti, della terra multicolore; del vento “terrano” ostacolato da una brutta casa che si vorrebbe distruggere; delle “lunaticherie”; dei curiosi soprannomi che descrivono le persone; del “più niente è come prima”, tranne la sincerità degli amici veri; del fare non superiore alle proprie forze; dei rimproveri paterni mal digeriti, ingiusti; persino delle proprie reazioni“Caro, mi devi scusare ma mi viene da piangere / da non fermarmi più / e da ridere, ridere da schiattare / da pisciarmi addosso.” (Ni’, tu m’ha scusà ma me vene da chiagne/ che nun me ferme cchiù/ e da ride, ride da sckattà/ da pisciàreme ngodde.)

La verità di sé,  un tempo  “rubafrutti” ed ora  “rubafiori” “ Na vote arrubbafrutte /ji mo arrubbasciure/ me so’ fatte.”; venendo dagli anni in cui  gode egoisticamente il frutto, il sapore, la sazietà, a quelli in cui vive la bellezza e il piacere di donarla. Ecco il tempo dell’accoglienza nella “A case jè bbianghe/ bianghe accume dda lune”   (La casa bianca/ bianca come quella luna); la casa che accoglie i poeti – in occasione del “Premio Ischitella” –  tante voci di tanti dialetti, come colori “fusi” nel bianco della Poesia, che li contiene tutti.

De vente e nùvele

Ji de vente e de nùvele so’ fatte
accume a te Scketedde
che cagne facce a ’gni sciusce
che i nùvele cagne.
Nùvele a morre,
numunne, accume i prete
nu mare de prete
maje li stesse
prete e maje
li stesse nùvele.
Càgnene accume a mme
che maje m’affije
eppure stenghe
accume a tte
tu che de vente e nuvele m’hé fatte

DI VENTO E NUVOLE – Io di vento e di nuvole son fatto / come te Ischitella / che cambi aspetto a ogni soffio / che le nuvole cambia. / Nuvole in massa / tante, come le pietre / un mare di pietre / mai le stesse / pietre e mai / le stesse nuvole. / Cambiano come me / che mai mi fermo / eppure io sto / come te / tu che di vento e nuvole mi hai fatto.

 Lenzulicchie de mare

 «’I vide, zi’ Mari’, uh quanta quante
lenzulicchie ce stanne abbasce ’o mare!»
A Memìna nun ce jèvene
rutte angore i denucchie* e Custanzelle
angore ce alliccave u farfe ’o nase.

LENZUOLINI DI MARE – «Li vedi zia Maria quanti quanti / lenzuolini si muovono nel mare!» // A Mimmina non s’erano / ancora rotte le ginocchia* e Costanzella / ancora si leccava il muco dal naso.

(* modo popolare pudico per indicare il primo ciclo mestruale)

Torre Pucci

            (A Giuseppe Massara)

Questa distanza, Giuseppe, ci uccide,
e un poco al giorno avvelena il ricordo
di quando noi stringemmo l’alba in pugno
e il cielo e il mare.

Va rinascendo dall’onde
il sole a Torre Pucci
e fremono i zappini*.

Noi già stanchi
riprendiamo a salire la giornata
senza soste affannata. Ti telefono.

Ma l’utente poeta,
che peccato,
è momentaneamente
scollegato.

È Natale.
Mio suocero sta male.

(*pini)

22 gennaio 2019

Funerale di Erminio Pagliaro.
Visi usurati incrocio di amici
morituri, e stenti sorrisi
scambiati e mostra di nipoti,
(manco a dirlo bellissimi tutti),
in ostensione su smartphone.
E la morte continua
il suo sporco lavoro.

Vincenzo è morto

Vincenzo è morto.
È viva la poesia.
Se la sua vale
troverà la via.

Ascoltare prima di poetare

 Ascoltare prima di poetare.
Immaginare.
E pazientare.

Zitto su una panchina il mare
non cessa se lo ascolti di parlare.

Mi trovo in un paese senza mare.

Vincenzo Luciani, Vanzature/Avanzi, Cofine, Roma 2020 (ED. ebook)

VINCENZO LUCIANI è nato nel 1946 a Ischitella nel Gargano; dal 1975 vive a Roma. Editore della editrice “Cofine”, dirige  il mensile di informazione locale “Abitare A”. È fondatore dell’Associazione e della rivista di poesia “Periferie”. Dirige il Centro di documentazione della poesia dialettale “Vincenzo Scarpellino”. E’ instancabile promotore di incontri poetici e di premi letterari. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Il paese e Torino,1985;  I frutte cirve (1986), Frutte cirve e ammature (2001), Tor Tre Teste ed altre poesie: 1968- 2005 (2005), La Cruedda (2012), Straloche/Traslochi (2017).  Dal 2005 al 2012 ha condotto, in prima persona o con l’aiuto di collaboratori, ricerche: sui dialetti del Lazio, in particolare nelle aree della Tuscia meridonale, Campagna romana nord-occidentale, nei 121 Comuni della provincia di Roma e nei 33 comuni della provincia di Latina, i cui risultati sono poi confluiti in otto volumi. Nel  2016, nel corso della cerimonia di premiazione del Premio Internazionale di poesia don Luigi Di Liegro, gli è stato conferito il “Premio alla Carriera” per il suo impegno nella Poesia e nel Sociale e per la sua opera  di salvaguardia e  promozione dei dialetti e del Territorio.

Maurizio Rossi