Giuseppe Rosato. Un altro inverno

Recensione di Nelvia Di Monte

 

Nessun incipit di recensione può competere per concisione e bellezza con il testo che apre questa raccolta: Morta ai miei giorni come se per sempre / stamattina è tornata a farsi viva / esitante, capivo che veniva / da un buio chi sa dove sofferto, / in quali abissi spaccati dal sole / di che cieca distanza prigioniera. Solo alla fine si comprende che i versi non si riferiscono ad una figura femminile, ma che – a recare con passi silenziosi la sorpresa / incredibile di un altro inverno – è la neve, elemento ricorrente nella poetica di Rosato di questi ultimi anni, in opere quali Le cose dell’assenza, e diventato soggetto privilegiato della silloge La ’ddore de la neve nel dialetto abruzzese di Lanciano.

Legata ad una stagione in cui la natura sembra arrestarsi, la neve è emblema della possibilità di evocare insieme presenza e assenza in una situazione di solitudine e silenzio, di far sì che nella nitida atmosfera si riflettano bagliori di luce e di memoria, “la vita di un amore coniugale presente in ogni fibra del poeta che ne porta in sé il ricordo sempre acuto” (Giovanni Tesio nella postfazione).

L’intensità di questo libro deriva dalla capacità della poesia di mostrare la forza di un sentimento che avverte una presenza viva dentro la realtà quotidiana – la casa, le cose, il paesaggio – pur sapendo che la persona amata è in un luogo inaccessibile, in una distanza incolmabile che toglie ogni speranza ma non impedisce di continuare ad interrogarsi: Dunque non ci sarà l’incontro / se non del nulla che al nulla s’inscrive? / Tu dicevi di sì. Poi te ne andasti. Il metafisico ossimoro pone chi legge in bilico su un abisso: all’enigma della domanda rivolta ad un insondabile futuro, risponde affermativamente un tu che ha lasciato per sempre nel passato il tempo e lo spazio della vita. Eppure è ancora qui, nel presente, figura carica di affetto, parole, suggerimenti. Lieve come polvere sottile / che a volte splende diventata d’oro e guida lo sguardo sugli oggetti della casa e li rianima nella memoria.

L’amore è un sentimento complesso, difficile da rendere in poesia senza sminuirlo. Ma in questa poesia amore è il termine perfetto per esprimere un legame che intride ogni istante e sostiene chi ancora abita nello spazio di un’esistenza condivisa, così che il senso di vuoto si colmi dei gesti che quel tu posava sulle cose che lì sono rimaste: Amo la mano / che viene ad ammonirmi: non sei solo / e puoi volerti bene ancora un poco.

Nell’incessante percorso In queste stanze (titolo di un poemetto), anche il paesaggio esterno viene attirato in un’interiorità mai placata, in un nomadismo irrequieto che avverte la duplicità del ricordo, a volte buona compagnia nella solitudine dei giorni, a volte pensiero insostenibile di una perdita a cui non c’è rimedio, con le memorie tramutate in reliquiari / e non c’è scampo all’assedio poiché la morte non pone un termine definitivo se ogni cosa che finisce / è un addio che non ha fine. In una poesia intimamente laica, la memoria incarna la sacralità della vita, il legame misterioso eppure realmente percepito che unisce le persone amate oltre la lontananza che la ragione conosce. Tocca alle parole il compito di arginare l’oscurità che confonde le cose e l’oblio che le copre come fango che sotterra / il poco che la scrittura rischiari / provando a farsi esile lume / nel buio mano a mano che sale.

La profondità tematica è resa da Giuseppe Rosato con una esposizione chiara, talora colloquiale, spesso colta nelle varie citazioni letterarie – ormai parte del proprio sentire –  e ricercata nella scelta delle parole ma mai oscura né esibita, abile nel delineare in un trattenuto pudore la drammaticità dei momenti vissuti ma pure a tratteggiare con sottile ironia alcune situazioni o il proprio brancolare come il pesce che scoda nell’acquario / tutta la vita e non trova una via. In questo “libro di scrittura trasparente, di ritmo dolente ma cristallino” (Tesio), la consolidata esperienza poetica dell’autore intesse una varietà di tonalità emotive: quella più lirica di un sentire sofferto ma non chiuso in se stesso; l’elegia suscitata da un paesaggio che, come il mare, riflette il vano luccichio di ciò che riaffiora e presto scompare; la nostalgia per una stagione che inutilmente si rinnova oltre i vetri della casa, che un tempo / aveva  acceso amore; il disincanto che muove uno sguardo critico sulla contemporaneità, con le sue differenze economiche e indifferenze sociali, e il venir meno di una umana speranza se non c’è nessuno che volga gli occhi al disotto del cielo. Lo stesso disincanto scende su una mitica figura, non più simbolo di una paziente attesa coronata dal successo, perché nella realtà non c’è ricongiungimento: Per tre volte vent’anni, / poi Penelope chiuse / per non riaprirlo più il suo telaio.

A lettura conclusa rimane la certezza che comunque luminoso sia il soggetto di queste poesie, che il dolore e la solitudine e il vuoto di un lancinante ricordo non siano che l’indissolubile rovescio di un sentimento così tenace al quale la fine non pone fine. Una presenza amata e viva, il cui sorriso in cornice si colora al primo sole / o nella già fuggente luce, come / se fosse vero. Non può / esserci un tempo dove / più non sia, che l’assenza / non ne trattenga un poco della luce.

 

Giuseppe Rosato Un altro inverno (Book Editore, Riva del Po (FE) 2020)

 

Nelvia Di Monte

 

 

Pubblicato il 20 aprile 2020