Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali 2019. I poeti parlano della loro lingua

L'introduzione al libro Dialetto lingua della poesia di Ombretta Ciurnelli

Oggi 17 gennaio 2019 Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali pubblico con piacere L’introduzione ad uno dei più bei libri prodotti da Edizioni Cofine. Mi riferisco a Dialetto lingua della poesia di Ombretta Ciurnelli, poetessa e critica di grande valore e appassionata cultrice dei dialetti d’Italia.

Ai lettori più frettolosi riserviamo un anticipazione della parte finale della ricca e articolata introduzione al libro citato, quella in cui virtuosisticamente Ombretta sintetizza in un verso o in parte di un verso cosa rappresenta per i circa 100 poeti antologizzati nel libro il proprio dialetto e la motivazione che li ha spinto a scrivere in dialetto. Ecco l’anticipazione che speriamo incuriosirà i lettori a cercare nelle note (per comodità in corpo grande e in neretto) gli autori e poi a leggere con l’attenzione che merita tutto il resto del sapiente scritto di Ombretta Ciurnelli. E magari ad acquistarne una copia. (V. L.)

L’anticipazione

(…) Ma accanto alla ricchezza di prose metalinguistiche, anche la poesia è stata ed è un mezzo per raccontare il proprio volgar’eloquio13 che diviene, di volta in volta, vecio parlar14, parlèta frisca de paìse15, el biatolà d’un dindo spersose ’nte la piova16, muda limba de granitu (muta lingua di granito)17 oppure fontana di rustic amour18 o parlar cròt de na òlta (parlare malato di una volta) e lengua dà zendadura (lingua già spaccatura bruciante)19, fino a essere ègia us rösnéta e sènsa décc (vecchia voce arrugginita e senza denti)20 o soltanto una povera tastiera con pochi bemol21.

Nella consapevolezza di scrivere in una lingua «malviva»22 il dialetto, in vivide metafore, è una chitarra ca perdi na corda lu jornu (che perde una corda al giorno)23, una tinca che la bochezza in-te ’na secia (boccheggia in un secchio) 24, un parlar lastra-de-giass che crica sot i pié (lingua lastra-di-ghiaccio che scricchiola sotto i piedi)25, un lumìn impiat cul vuoli dal timp zut (lumicino acceso con l’olio del passato)26 e, nella poetica della lingua morta che si collega a Pascoli, la xe lingua de morti (è lingua di morti)27 oppure ’a l’ëa ’a lengua d’i mòrti e ’a l’é d’i vëgi (era la lingua dei morti e ora è dei vecchi)28.

Le antiche parlate si fanno lingua della poesia attraverso parole che le fiurisse comò in mar fa le rande (fioriscono come in mare fanno le rande)29 o che sono ntramagghiàte de armunia (tramagliate d’armonia)30. Possono essere parole saprite (parole saporose)31 o vecie parole de legno o parole mate32 e, in immagini cariche di forza evocativa, divengono paròule-énece (parole nidiandolo) o paròule-stírche lòute (parole-immondizia fango)33 e, incise nella profondità dell’animo, sono peraulis sfrisadis come scuarze di rôl (parole scalfite come corteccia di rovere)34. Altre volte hanno na musica desmentegada de arpa celtica (una musica dimenticata da arpa celtica)35 o i sè sˇbrîsˇlen dèintr’a la storia (si sbriciolano dentro alla storia)36. Sono anche parole di una lingua ruspia e spanía ca se ingròpa e desgròpa senpre pí’ sbarossà (disarmonica ed ispida che si avvolge su se stessa e si districa sempre più sgangherata)37 fino a diventare lenghe de lunations e de bordags (lingua di lunazioni e arrembaggi)38. Quelle del dialetto sono parole di una lenva di san (lingua del sangue)39 che può restare nella mente avvetòte cume ’nu pirne affunne ed etièrne (avvitata come un perno profondo ed eterno)40. Il dialetto è una lingua dë s-ciandor e d’amel (di splendore e di miele), che un tempo sapeva dare nomi sacri përtut an ciamanda grinor (dovunque evocando amore)41 o è un canto che esprime tanti disarmonîs in armonia (tante disarmonie in armonia)42 o una limba de focu e radichinas (lingua di fuoco e radici) che faveddat sonat e contat (parla risuona e racconta)43; ma può essere anche una lingua a grana gróssa che la sa de terra (a grana grossa che sa di terra)44 o serciosa, panonta e bujaccara, che nella poesia è come una spina che s’incapriccia d’esse rosa45; in colorite metafore è legnua ’ngaddate ca tertuèsce ’nganne e n’addevèsce ’ngùerpe senza pizzalapps (lingua incallita che tortoreggia in gola e ci fa l’uovo in corpo senza temperamatita)46 oppure è una sparlasciàda che l’è ungia incarnàda, l’è ’n sogn de risott cuj cudigh maj sbiavî (parlata che è unghia incarnata, un sogno di risotto con le codiche mai sbiadito)47 o una lénga disoccupate ndó becchiere d’u tiembe sciambagnone (lingua disoccupata nel bicchiere del tempo scialacquone)48.

La poesia è anche il “luogo” in cui definire i tratti della propria lingua poetica: mi me son fato ’na lengua mia del venezian, de l’italian: gà sti diritti la poesia49 recitava in una lirica Giacomo Noventa e, in tempi più recenti, Franco Loi così ha immaginato la sua lingua ideale: me piasarìss, pandin, al milanes giüntàgh el culurnes, e de Milan misc’cià la lengua a l’aqua del zenes (mi piacerebbe, pandino, al milanese aggiungergli il colornese, e di Milano mischiare la lingua all’acqua del genovese)50.

Un poeta può scegliere una lingua minore per bisogno di identità, per un’idea di cultura ‘altra’ rispetto a quella egemone o per le ricche sonorità che già di per sé si fanno significati e scendono nei labirinti dell’io a sciogliere nodi, a risvegliare antiche memorie, ma anche perché un dialetto sa piegarsi a essere lingua di una poesia civile che denuncia ingiustizie, anche in un canto epico del lavoro e della crisi che attraversa il nostro tempo.

C’è chi crede che il dialetto abbia un ruolo importante nei processi immaginifici e alcuni pensano che, in quanto lingua antica, naturale e autentica, possa esprimere più intensamente memorie, spaesamenti e angosce o che l’uso letterario delle lingue minori offra maggiori opportunità alla sperimentazione rispetto a uno standard letterario usurato, esprimendo insieme anche una forma di resistenza alla lingua d’uso, quasi per «sfuggire al grigio, allo scolorito e alla ridondanza del rumore»51.

È in questa dimensione che, pensando al dialetto come lingua della poesia, torna alla mente quanto afferma il protagonista de La coscienza di Zeno, quasi alla fine del romanzo: «con ogni parola toscana noi mentiamo, […] la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto»52.

 

Ed ecco l’Introduzione integrale con le note

 

INTRODUZIONE

Dialetto lingua della poesia è un’antologia pensata come un convivio letterario a cui partecipano poeti di quasi tutte le regioni d’Italia con poesie in cui il dialetto parla di sé e racconta il valore e il significato che ha nella vita e nella scrittura, in una ricca e variegata mescolanza di sonorità, cadenze e armonie che mai nessuna letteratura, come quella del nostro paese, è stata capace di esprimere.

Le riflessioni metadialettali, declinate in modo esplicito o metaforico, si collocano in un lungo arco di tempo e in contesti culturali tra loro molto diversi – più di due secoli separano, infatti, Carlo Porta, il primo poeta inserito, dalla più giovane autrice, Dina Basso – rivelando un’ampia gamma di temi e di stili: dal dialetto usato per rappresentare la realtà in una dimensione mimetica alle esperienze liriche del Novecento e dei primi anni del Terzo Millennio, dalla poesia narrativa a quella civile, da originali forme di sperimentalismo linguistico fino alla poesia che si intreccia con la musica e diviene spettacolo.

A volte sull’onda della memoria, altre volte in un canto di lode per un idioma sentito come vita e poesia al tempo stesso, cento poeti raccontano il loro dialetto, non senza una nostalgica malinconia per lo stingersi di lingue che hanno il fascino particolare di trovarsi in bilico tra oralità e scrittura.

Pietro Pancrazi nel 1937 distinse per la prima volta la poesia dialettale da quella in dialetto affermando che «la prima il suo nutrimento maggiore lo trova in atteggiamenti e sentimenti connessi al colore esterno e all’ambiente delle parole che usa», la seconda invece «non accetta folclore e al dialetto chiede soltanto l’espressione e il suono, la qualità intima che si richiede a ogni altra lingua»1. Atale distinzione occorre riferirsi nel considerare la ricca produzione poetica del Novecento e dei primi anni Duemila in cui il dialetto è divenuto sempre di più strumento espressivo di una poesia colta e raffinata per sondare la natura più profonda dell’io, significare il senso dell’essere, raggiungere zone oscure o inesplorate della memoria, raccontare paesaggi carichi di simboli o manifestare con forza l’impegno civile, lontano da orpelli folcloristici, bozzetti o quadretti di maniera che nel passato avevano trovato giustificazione nel mito romantico del popolano naïf o collocazione nella dimensione municipalistica e paesana di tanta poesia vernacolare.

Montale riteneva che uno degli aspetti più «curiosi» della letteratura italiana del dopoguerra fosse «la penetrazione del cosiddetto decadentismo […] nella poesia dialettale»2 di cui è testimonianza la feconda stagione letteraria degli anni Settanta in cui si è affermata con forza l’idea del dialetto come mezzo espressivo non inferiore alla lingua. Ma già nella prima metà del Novecento, in poeti come Giotti, Marin e Noventa, i suoni e le armonie delle lingue minori si erano calati in registri lirici ed elegiaci. La produzione è proseguita nel tempo, con ricchezza di spunti e originalità di stili, proprio quando l’italiano si andava «estrovertendo con veloce e rumoroso passo»3 e gli antichi idiomi sembravano rapidamente avviarsi verso il loro declino.

I poeti neodialettali si sono accostati alla poesia con consapevoli esigenze linguistiche non diverse da quelle espresse nella letteratura italiana ed europea, in una ricerca che, a partire dal Decadentismo, ha assunto caratteri del tutto nuovi rispetto alla tradizione classica anche nella valorizzazione di elementi fonico-musicali, di per sé evocativi e simbolici.

E invece non ho che lettere fruste / dei dizionari, e l’oscura / voce che amore detta s’affioca, / si fa lamentosa letteratura. / Non ho che queste parole / che come donne pubblicate / s’offrono a chi le richiede 4: sono versi di Montale che interpretano la stanchezza per modelli letterari usurati e rivelano la tensione verso significazioni più profonde della parola, capaci di penetrare l’essenza segreta delle cose. La scelta del dialetto come lingua della poesia si inserisce in questa ansia espressiva tanto da credere che nel Novecento la ricca produzione in dialetto non sia un capitolo a sé della letteratura italiana, ma si collochi nell’ambito della ricerca formale che è propria di ogni poeta.

In contesti linguistici complessi e in continua evoluzione, con il progressivo stingersi di antiche parlate o con prognosi infauste sulla loro stessa sorte, a essere scelte dai poeti sono a volte lingue vergini, strappate a secoli di oralità dalle bocche illetterate di contadini e servi, mai scritte prima e, quindi, prive di tradizione letteraria. Possono essere lingue matrie, che hanno nel loro sapore un s’cip de lat de la Eva (un gocciolo del latte di Eva)5, lingue dell’Ursprache,

ma sono anche lingue paterne attraverso cui esprimere l’impegno civile e politico. Sebbene umile e aderente alla terra, il dialetto, sentito dai poeti «come una super-lingua suscettibile di raffinatezze»6 che l’italiano non consente, diviene una lingua colta, talvolta un vero e proprio neo-volgare.

Il filosofo Heidegger7, rifiutando la retorica del folclore e della spontaneità, vi sentiva l’eco del linguaggio originario e non credeva che si potesse parlare di «un maltrattamento e una deformazione della lingua letteraria e scritta»; il dialetto era per lui «la sorgente misteriosa di ogni lingua» da cui «affluisce a noi tutto ciò che lo spirito della lingua custodisce in sé»8.

Ci sono lingue della poesia in dialetto che hanno tratti di marcato arcaismo, come nel caso di alcuni poeti esuli che mantengono dell’idioma della propria terra forme e strutture antiche, lontane dall’immediatezza e dalla spontaneità del parlato, cosicché il dialetto diventa lingua assoluta per esprimere lontananze, voci perdute, antiche sonorità ma anche per vestire la solitudine e lo spaesamento della modernità. Spesso sono lingue mescidate e, più che un’imitazione del dialetto, ne sono una reinvenzione. In alcuni autori le antiche parlate, con recuperi, innesti e con contaminazioni che giungono dall’italiano alto e basso dei media, si mescolano all’inglese, in un multilinguismo inclusivo funzionale alle esigenze del racconto poetico, superando contrapposizioni tra lingue egemoni e lingue minori. Molti poeti, inoltre, scrivono in lingua e in dialetto, alcuni anche in latino o in greco antico, altri inseriscono nelle proprie raccolte traduzioni dei propri testi in altre lingue, ponendo il dialetto nella dimensione della letteratura translingue.

Sul piano fonico la poesia ha conosciuto ritmi, sonorità e cromatismi nuovi sia nelle asprezze proprie degli idiomi ruvidi e terrosi di alcune regioni, sia nella leggerezza delle sinuose dittongazioni di altre e, nella ricca produzione poetica, alla cantabile e carezzevole sonorità di alcuni dialetti fa eco il martellante consonantismo di altri, con aspri grumi di sonorità e con marcati effetti ritmici e allitteranti. A ciò si aggiunga l’ampia gamma di modulazioni proprie dei tratti prosodici e dell’intonazione dei dialetti a creare nuovi e impensati fonosimbolismi.

Rispetto alla tradizione dialettale dell’Ottocento legata alle grandi città (Roma, Milano, Venezia, Napoli), nel Novecento sono le antiche parlate di piccoli centri a farsi lingua della poesia, come l’isola di Grado di Marin,

Casarsa di Pasolini, Santarcangelo di Romagna di Guerra e Baldini, Tursi di Pierro, Pieve di Soligo di Zanzotto, Luzzara di Zavattini, Caivano di Serrao, San Fele di Finiguerra e tanti altri centri appartati e marginali che divengono luoghi dell’anima e della parola, Heimat o patria del cuore.

La lingua della poesia si è arricchita non solo di nuove sonorità, ma anche di lessici, di sintassi e, insieme, di strutture di pensiero tra le più diverse. In ciò alcuni vedono il limite della poesia in dialetto per il rischio di una ridotta diffusione e di una fruizione in aree geografiche ristrette. Sulla presunta incomprensibilità di idiomi marginali si fondano, inoltre, atteggiamenti di diffidenza di alcuni critici che sembrano ignorare che un significativo spazio degli scaffali della poesia italiana del Novecento e di questo inizio degli anni Duemila è occupato da raccolte in dialetto. Ne è esempio Giorgio Manacorda che nel 2004 ha escluso i poeti dialettali da un’antologia con queste parole: «Un dialetto forse non è una lingua “straniera”, ma una poesia in sardo è sicuramente “straniera” per tutti gli altri italiani. Ma, se così è, che importanza hanno le poesie dialettali per la contemporanea lingua italiana della poesia?»9. Anche Giovanni Giudici, sebbene abbia dimostrato di apprezzare alcuni poeti in dialetto, come Loi, Baldini e Rentocchini, nel 1982 affermava che scrivere nelle lingue minori è «come un nuotare con l’ausilio delle pinne, un succhiare la ruota, un inalberarsi sui trampoli per sembrare alti»10 e Giorgio Caproni, in una lettera a Giuseppe De Robertis del 1956, dopo aver usato parole molto dure nei confronti dei poeti in dialetto, aveva definito una «mascherata» la poesia di Noventa che avrebbe indossato, a suo dire, una «pelle che non è più la nostra»11.

Ma sono moltissimi i critici che hanno accolto, con sensibilità e favore la poesia neodialettale, a partire da Gianfranco Contini, che recensì Poesie a Casarsa di Pasolini, e da Carlo Bo, che scrisse la prefazione a I scarabocc di Guerra, fino ad antologie in cui la poesia in dialetto è posta sullo stesso piano di quella in lingua, senza contare gli studi di Franco Brevini, di Luigi Stussi, la vivace attenzione di Pier Vincenzo Mengaldo e le ricche antologie di poesia in dialetto tra cui si ricordano quelle curate da Pasolini e Dell’Arco, da Spagnoletti e Vivaldi, da Serrao, da Chiesa e Tesio e da Brevini. Si segnala, infine, la serietà e la sensibilità di critici delle più giovani generazioni, tra cui ci limitiamo a ricordare Manuel Cohen, Daniele Maria Pegorari e Matteo Vercesi.

Inoltre, se è vero che la pubblicazione di raccolte nelle lingue minori è spesso curata da piccoli editori, con limitata diffusione territoriale, grandi case editrici, come Einaudi, Garzanti e Mondadori, vantano nelle loro collane molti poeti in dialetto. In questo ambito va ricordato l’interesse di Vanni Scheiwiller che, con il catalogo “All’Insegna del Pesce d’Oro”, è stato decisivo nell’affermazione della poesia in dialetto di alto livello.

Aun poeta che scriva in inglese o in italiano o russo nessuno chiederebbe i motivi della sua scelta e scrivere in una lingua egemone non spinge sicuramente un autore a parlarne o a giustificarne l’uso nella propria poesia. Ma chi nella scrittura usa un codice linguistico diverso da quello dominante sembra dover legittimare lo scarto rispetto alla tradizione letteraria e la riflessione metalinguistica diviene quasi una condizione di esistenza della poesia stessa.

Così molto è stato scritto sul dialetto come lingua della poesia e i poeti hanno in vario modo motivato la loro scelta linguistica in interviste e con note alle proprie raccolte. La rivista “Diverse Lingue”, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, ha proposto un Questionario a molti poeti e, in tempi più recenti, la rivista online “Argo”12.

Ma accanto alla ricchezza di prose metalinguistiche, anche la poesia è stata ed è un mezzo per raccontare il proprio volgar’eloquio13 che diviene, di volta in volta, vecio parlar14, parlèta frisca de paìse15, el biatolà d’un dindo spersose ’nte la piova16, muda limba de granitu (muta lingua di granito)17 oppure fontana di rustic amour18 o parlar cròt de na òlta (parlare malato di una volta) e lengua dà zendadura (lingua già spaccatura bruciante)19, fino a essere ègia us rösnéta e sènsa décc (vecchia voce arrugginita e senza denti)20 o soltanto una povera tastiera con pochi bemol21.

Nella consapevolezza di scrivere in una lingua «malviva»22 il dialetto, in vivide metafore, è una chitarra ca perdi na corda lu jornu (che perde una corda al giorno)23, una tinca che la bochezza in-te ’na secia (boccheggia in un secchio) 24, un parlar lastra-de-giass che crica sot i pié (lingua lastra-di-ghiaccio che scricchiola sotto i piedi)25, un lumìn impiat cul vuoli dal timp zut (lumicino acceso con l’olio del passato)26 e, nella poetica della lingua morta che si collega a Pascoli, la xe lingua de morti (è lingua di morti)27 oppure ’a l’ëa ’a lengua d’i mòrti e ’a l’é d’i vëgi (era la lingua dei morti e ora è dei vecchi)28.

Le antiche parlate si fanno lingua della poesia attraverso parole che le fiurisse comò in mar fa le rande (fioriscono come in mare fanno le rande)29 o che sono ntramagghiàte de armunia (tramagliate d’armonia)30. Possono essere parole saprite (parole saporose)31 o vecie parole de legno o parole mate32 e, in immagini cariche di forza evocativa, divengono paròule-énece (parole nidiandolo) o paròule-stírche lòute (parole-immondizia fango)33 e, incise nella profondità dell’animo, sono peraulis sfrisadis come scuarze di rôl (parole scalfite come corteccia di rovere)34. Altre volte hanno na musica desmentegada de arpa celtica (una musica dimenticata da arpa celtica)35 o i sè sˇbrîsˇlen dèintr’a la storia (si sbriciolano dentro alla storia)36. Sono anche parole di una lingua ruspia e spanía ca se ingròpa e desgròpa senpre pí’ sbarossà (disarmonica ed ispida che si avvolge su se stessa e si districa sempre più sgangherata)37 fino a diventare lenghe de lunations e de bordags (lingua di lunazioni e arrembaggi)38. Quelle del dialetto sono parole di una lenva di san (lingua del sangue)39 che può restare nella mente avvetòte cume ’nu pirne affunne ed etièrne (avvitata come un perno profondo ed eterno)40. Il dialetto è una lingua dë s-ciandor e d’amel (di splendore e di miele), che un tempo sapeva dare nomi sacri përtut an ciamanda grinor (dovunque evocando amore)41 o è un canto che esprime tanti disarmonîs in armonia (tante disarmonie in armonia)42 o una limba de focu e radichinas (lingua di fuoco e radici) che faveddat sonat e contat (parla risuona e racconta)43; ma può essere anche una lingua a grana gróssa che la sa de terra (a grana grossa che sa di terra)44 o serciosa, panonta e bujaccara, che nella poesia è come una spina che s’incapriccia d’esse rosa45; in colorite metafore è legnua ’ngaddate ca tertuèsce ’nganne e n’addevèsce ’ngùerpe senza pizzalapps (lingua incallita che tortoreggia in gola e ci fa l’uovo in corpo senza temperamatita)46 oppure è una sparlasciàda che l’è ungia incarnàda, l’è ’n sogn de risott cuj cudigh maj sbiavî (parlata che è unghia incarnata, un sogno di risotto con le codiche mai sbiadito)47 o una lénga disoccupate ndó becchiere d’u tiembe sciambagnone (lingua disoccupata nel bicchiere del tempo scialacquone)48.

La poesia è anche il “luogo” in cui definire i tratti della propria lingua poetica: mi me son fato ’na lengua mia del venezian, de l’italian: gà sti diritti la poesia49 recitava in una lirica Giacomo Noventa e, in tempi più recenti, Franco Loi così ha immaginato la sua lingua ideale: me piasarìss, pandin, al milanes giüntàgh el culurnes, e de Milan misc’cià la lengua a l’aqua del zenes (mi piacerebbe, pandino, al milanese aggiungergli il colornese, e di Milano mischiare la lingua all’acqua del genovese)50.

Un poeta può scegliere una lingua minore per bisogno di identità, per un’idea di cultura ‘altra’ rispetto a quella egemone o per le ricche sonorità che già di per sé si fanno significati e scendono nei labirinti dell’io a sciogliere nodi, a risvegliare antiche memorie, ma anche perché un dialetto sa piegarsi a essere lingua di una poesia civile che denuncia ingiustizie, anche in un canto epico del lavoro e della crisi che attraversa il nostro tempo.

C’è chi crede che il dialetto abbia un ruolo importante nei processi immaginifici e alcuni pensano che, in quanto lingua antica, naturale e autentica, possa esprimere più intensamente memorie, spaesamenti e angosce o che l’uso letterario delle lingue minori offra maggiori opportunità alla sperimentazione rispetto a uno standard letterario usurato, esprimendo insieme anche una forma di resistenza alla lingua d’uso, quasi per «sfuggire al grigio, allo scolorito e alla ridondanza del rumore»51.

È in questa dimensione che, pensando al dialetto come lingua della poesia, torna alla mente quanto afferma il protagonista de La coscienza di Zeno, quasi alla fine del romanzo: «con ogni parola toscana noi mentiamo, […] la nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto»52.

 

NOTE

1 P. Pancrazi, Giotti poeta triestino, in “Corriere della Sera”, 22 dicembre, 1937.

2 E. Montale, La musa dialettale, in “Corriere della Sera”, 15 gennaio, 1953.

3 G. L. Beccaria, Dialetto in poesia, in Le orme della parola. Da Sbarbaro a De André, testimonianze

sul Novecento, Milano, Rizzoli, 2013.

4 E. Montale, da “Potessi almeno costringere”, in Ossi di Seppia, Milano, Mondadori, 1948.

5 A. Zanzotto, da Vecio parlar che tu à inte ’l tó saór”, in Filò ed altre poesie, Torino, Einaudi,

2012.

6 E. Montale, in La musa dialettale, op. cit.

7 Heidegger sviluppa alcune riflessioni sul dialetto negli studi sul poeta alemanno J. P. Hebel

(1760-1826); si veda M. Heidegger, Hebel. L’amico di casa, traduzione di F. Gagliardi, Passignano

sul Trasimeno (PG), Aguaplano, 2012.

8 M. Heidegger, op. cit.

9 G. Manacorda, La poesia italiana oggi. Un’antologia critica, Roma, Castelvecchi Editore,

2004.

10 G. Giudici, Un paese di dialettanti, in La dama non cercata. Poetica e letteratura. 1968-

1984, Milano, Mondadori, 1985.

11 G. Caproni-G. De Robertis, Lettere 1952-1963, Roma, Bulzoni, 2012.

12 Le risposte al Questionario proposto dalla rivista online “Argo”, pubblicate a partire dalla

prima “Giornata nazionale del dialetto” (17 gennaio 2013), sono apparse in argonline.it nell’anteprima

virtuale dell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e

in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen et al., Camerano

(AN), Gwynplaine, 2014.

13 P. P. Pasolini, da Bestia da stile, in Porcile, Orgia, Bestia da stile, Milano, Garzanti, 1979.

14 A. Zanzotto, da Vecio parlar che tu à inte ’l tó saór”, op. cit.

15 A. Pierro, da “S’i campène di Paske”, in Metaponto, Milano, Garzanti, 1982.

16 F. Scataglini, da “Vita e scritura”, in So rimaso la spina, Ancona, L’Astrogallo, 1977.

17 A. Masala, da “in custa muda limba de granitu”, in albertomasala.com.

18 E. Rentocchini, dall’esergo all’ottava 45 (“Aqua raìsa rósna figh bagài”), in Otèvi (Ottave),

Sassuolo (MO), Grafiche Zanichelli, 1994.

19 L. Cecchinel, da “tai e dontura” e “fa na maladizion ùltima”, in Sanjut de stran, Venezia,

Marsilio Editori, 2011.

20 M. Noris, da “Ègia us de la dé”, in Dialèt de nòcc, d’amùr, Roma, Edizioni Cofine, 2008.

21 R. Pagan, da “Dialetica del dialeto”, in Àlighe, Roma, Edizioni Cofine, 2011.

22 G. L. Beccaria, op. cit.

23 I. Buttitta, da “Lingua e dialettu”, in Io faccio il poeta, Milano, Feltrinelli, 1972.

24 R. Favaron, da “Testamento”, in Un de tri tri de un, Brescia, ATí Editore, 2011.

25 G. M. Villalta, da “Far versi”, in Vanità della mente, Milano, Mondadori, 2011.

26 G. Vit, da “Dialet”, in La cianiela (La tifa). Poesie in friulano (1977-1998), Venezia, Marsilio

Editori, 2001.

27 F. Bandini, da “Sta lingua”, in Santi di Dicembre, Garzanti, Milano, 1994.

28 R. Giannoni, da “Gh’ò provòu pròppio tanto a dî d’e còse”, in ’E trombe. Acconti su versi in

scadenza, Milano, MPE Menconi Peyrano Editori, 1997.

29 B. Marin, da “Mio favelâ graisan”, in Poesie, Milano, Garzanti, 1991.

30 E. G. Caputo, da “Dialettu miu”, in Marisci senza sule (Meriggi senza sole). Poesie in vernacolo

leccese, Galatina (LE), Editrice Salentina, 1976.

31 V. Luciani, da “Parole saprite”, in La cruedda, Roma, Edizioni Cofine, 2012.

32 E. Calzavara, da “Parole mate”, in E. Parole mate. Parole pòvare, Milano, All’Insegna del

Pesce d’Oro, 1966; da “Ai Materiali”, in M. Chiesa-G. Tesio (a cura di), Le parole di legno.

Poesia in dialetto del ’900 italiano, Milano, Mondadori, 1984.

33 F. Granatiero, da “Paròule-énece”, in Énece, Udine, Campanotto Editore, 1994.

34 N. Di Monte, da Peraulis sfrisadis (Parole scalfite), in Dismenteant ogni burlaz (Dimenticando

ogni temporale), Roma, Edizioni Cofine, 2010.

35 R. Francescotti, da “Parole come en zic”, in Lóvi solàgni. Lupi solitari, Trento, Curcu &

Genovese, 2007.

36 S. Roveda, da “Dialètt”, in Pèdghi, prefazione di A. Bertoni, Faenza, Mobydick, 2001.

37 M. Casagrande, da “On xóvane e on vecio a discorare”, in Sofegón carogna, Rovigo, Il Ponte

del Sale, 2011.

38 F. Santi, da “Il Furlan al è ’ne lenghe”, in Rimis te sachete, Venezia, Marsilio Editori, 2001.

39 M. Gal, da “Lenva de san”, in Messaille. Eaux libres du soir. Libere acque della sera, postfazione

di G. Tesio, Aosta, Stylos, 2002.

40 V. Mastropirro, da “me disse: «la poesia dialettale non la sopporto»”, in Poésìa sparse e sparpagghiote.

Poesia sparsa e sparpagliata, Piateda (SO), CFR Edizioni, 2013.

41 B. Dorato, da “Sensa ’n nòm”, in Tzantelèina. Canson ëd lus, d’aria e ’d rie d’eva… Poesie,

Torino, Centro Studi Piemontesi, 1984.

42 I. Vallerugo, da “Côru par i nuvìs”, in Mistral, Rovigo, Il Ponte del Sale, 2010.

43 M. G. Cabras, da Limba de focu e radichinas (Lingua di fuoco e radici), in Bambine meridiane,

Firenze, Gazebo, 2014.

44 E. Zuccato, da “Sent ’ma la sa da tera”, in Tropicu da Vissévar, Milano, Crocetti Editore,

1996.

45 M. Marè, da “Musa o arpia?” e da “La Spina”, in Opere, Roma, Il Cubo Editore, 2014.

46 L. Angiuli, da “Terzuldeme”, in Ovvero, Torino, Nino Aragno Editore, 2015.

47 P. Marelli, da “– Scusi, signor M., vorremmo porle delle domande”, in ’Na man a cart, Falloppio

(CO), LietoColle, 2013.

48 A. Finiguerra, da “Me piace assaje a parlà ’n dialette” (poesia inedita).

49 G. Noventa, da “Mi me son fato…”, in Versi e poesie, Venezia, Marsilio Editori, 1986.

50 F. Loi, da “Me piasarìss a Po sentìt parlà”, in I niül, Novara, Interlinea, 2012.

51 G. L. Beccaria, ivi.

52 I. Svevo, da La coscienza di Zeno, Milano, Dall’Oglio Editore, 1972.