Gianluca D’Annibali, artigiano di un alibi antico

Lettura di Maurizio Rossi

 

Ho avuto modo di leggere e annotare nel 2017 la raccolta dell’autore marchigiano Gianluca D’Annibali “A pochi pensieri dalla riva”; e scrivevo a proposito: “ci può sembrare un libro di stampo tradizionale e a tratti semplicistico; ma, frequentandolo e “masticandolo”, rivela la modernità e la complessità di un poetare accurato, aperto sul nostro tempo con gli occhi di un uomo che socraticamente “sa di non sapere”. Il dubbio, sincero, rivela un mondo poetico certo, anche se non assolutizzato.”

In questa nuova silloge, “Poeti, migranti…ed altri insolenti”, dopo un Avvertimento, si apprezzano nove sezioni seguite da un Congedo. Ecco l’avvertimento per il lettore: “Prima di iniziare a rovistare/ in questo cassonetto di parole/ è bene ti premuri di indossare/ guanti cerati e spessi:/ non vorrei che ti tagliassi/ i pensieri”. È una dichiarazione di poetica formale – ritmo e cadenza di rime – seguita nella stessa poesia da un’ammissione: Sono versi intraducibili/ non belli da ascoltare/ inutili, incazzati, benedetti” Intraducibili, perché egli non può comporli diversamente da come sono; non belli da ascoltare, infatti scuotono, schiaffeggiano la coscienza; inutili, incazzati, benedetti, così come viene vista la poesia in genere, che spesso non cambia le cose e neanche il linguaggio, piena di rabbia a volte; altre accolta come azione salvifica da chi la riceve.

Notiamo nella sezione “Poeti” come D’Annibali si consideri: “Siamo bestie da pensiero e non da soma/…, l’incipit, per concludere poi: “siamo artigiani/ di un alibi antico:/ forgiamo disaccordo,/ porgiamo discordanza”. L’azione poetica – come un pretesto radicato nel tempo – suscita e alimenta svariate visioni e opinioni, offrendo col suo agire, diversità di forma e di sostanza, di suoni e di giudizi.

Tuttavia, per lo scrittore c’è contrasto tra “i Poeti” – che servono “…poetanza/ adatta a un palato sopraffino/ piccante al punto giusto” e il “noi” – gli antipoeti – come il cileno Nicanor Parra – che compongono “versi da cascina abbandonata…versi che imbarazzano il pubblico assente/ sino a farlo irritare e andare via…” D’effetto la sottolineatura di un pubblico che si volge altrove, pur essendo già, in presenza, disinteressato.

Conseguenza del “noi antipoeti” è la bella definizione di sé: “…un urlatore di preghiere,/ un imbalsamatore seriale/ di parole;/ un bracconiere che spara ai versi/ di frodo e non li uccide, / li lascia a zoppicare e scomparire/ verso la radura dei lettori feticisti”. Suggestivo l’accostamento dei versi agli animali, per dire che lui non intende uccidere – negare – la poesia, bensì riportarla ad una verità che ne riveli persino la povertà autentica delle parole imbalsamate.

D’Annibali a tratti è anche consapevole della poesia come bellezza, come malinconia quasi “dipinta”, per un esperienza più intima: “M’hai lasciato l’estate nei fianchi/ e nel petto un miraggio di neve/ vorrei dirti che in fondo mi manchi/ e che il giorno s’è fatto più greve./” Come non vedere, in questi versi, anche il suo rapporto d’amore con la poesia?

Il lessico torna più duro, sferzante, doloroso, nelle sezioni Migranti e Altri migranti: “Il mare è un uomo esausto che trattiene/ a stento tra le mani/ la testa…e una risposta”; “Io voglio che restiamo differenti/…Io non voglio capirti quando parli, voglio/ che tu per me continui ad esser l’altro…”; “Abbiamo lo stesso nemico/ io e te, però al mio/ piace indossare spesso la tua faccia…”; alcuni esempi di come tratta un tema attualissimo, ma forse per questo bis-trattato anche in poesia. “Che senso ha offrirmi da bere/ dopo avermi vuotato il bicchiere?!” Chiede il migrante a ciascuno di noi, noi che abbiamo “lasciato cadere/ a terra la brocca/ come fosse per caso…” versi che non hanno bisogno di alcun commento, se non l’annotare come la versificazione sia estremamente efficace, pur restando diretta, colloquiale: un pregio di queste poesie.

Inevitabile a seguire le sezioni Farisei e Altri farisei, che hanno il culmine e il senso nella poesia A braccia semiaperte: nel gesto di dare e trattenere, aprire le porte lasciandole chiuse, teorizzare i corsi e i ricorsi della storia, adattando l’ipocrisia delle ambizioni agli orrori del passato. Un esempio “Negrieri mescolati agli schiavi/ per fingersi nemici dei coloni,/ tanto basta un salvataggio d’emergenza/ per purgarsi la coscienza…” per stigmatizzare il fariseismo, la maschera che nasconde l’espressione del volto – schifato – le parole che non risparmiano neanche le ONLUS, i soccorritori in mare. Così, lui dice, siamo divenuti adulti e anche peggio, come “quel vecchio rancoroso del quartiere/ che bucava il pallone e l’innocenza”: è facile rinnegare le giovanili belle idee umanitarie! Ma Gianluca D’Annibali – come altri, fortunatamente – nella poesia e con la poesia ci conforta, rendendoci consapevoli di errori che si possono correggere, di contraddizioni che si possono appianare; si può – si deve! – essere cittadini del mondo, sentirsi tali, anche “da grandi”.

Nell’invettiva sull’insolenza delle braccia semiaperte, non manca il coinvolgimento de i Governanti, omonima sezione in cui la partita dei governi – che sia a pallone o a biliardo – è comunque truccata. Né c’è tanta differenza tra loro e i Manifestanti (altra sezione), un tempo detentori della bussola degli ideali, nella tasca sinistra, e che oggi sono “uomini in corteo, uomini assenti/sparuti, confusi, indefessi,/ che contestano il potere/ e cointestano se stessi.” Ce n’è per tutti, nell’indignazione di Gianluca D’Annibali, anche per i “pennivendoli” : “in un gioco prestigioso” – torna ancora il giocare con la realtà e con le persone – fanno “riapparire le notizie e scomparire/ le persone…” ; anche per coloro che fanno dell’incoerenza una coerenza politica: “lo so, partiste un giorno/ nella direzione opposta, / ma navigaste troppo in tondo e a vista/ sino a trovarvi seduti alla destra/ di voi stessi.” Efficacissima sintesi.

Nella silloge, segue con un dialogo dell’autore con il mare, quasi persona-divina, intravisto attraverso gli spiragli dell’uscio della poesia; il tu che ha tutte le risposte: “e allora con un foglio come esca/ aspetto che ne abbocchi una.” Al mare insolente, che pretende di essere custode d’ogni cosa, si rivolge il poeta de “A quattro pensieri dalla riva” , ancora una volta “come te sapiente e insipiente/ tenace sulla riva, ma impotente/ perché una penna è un labile ancoraggio”. Ecco confermato il suo legame esistenziale con il mare che, come tutti i legami autentici, è amore e odio.

Infine la conclusione, l’ Epilogo – nuova accusa di un silenzio rassegnato e complice, dell’assenza di una parola salvifica “con il patrocinio dei poeti”; e con un Congedo, grido di dolore per l’ultimo massacro di Gaza e per “la lenta,/ vile sadica, avvilente/ agonia dell’(u)ccidente”

In sintesi, mi sembra che quest’opera di Gianluca D’Annibali esprima l’onesta contraddizione di un’azione poetica vista nella sua forza e nella sua debolezza, come il grido che sa di non potere durare a lungo senza essere ascoltato. Eppure da lui la parola continua a risuonare, alta, nell’aria e nello scritto.

Gianluca D’Annibali, Poeti, migranti…ed altri insolenti, Arcipelago Itaca ED. Osimo (AN), 2025

Gianluca D’Annibali è nato a Fermo nel 1981. Scrive poesia sia in lingua italiana che in dialetto. Pubblicazioni in lingua italiana: Il passo lento dell’acqua (Pequod 2007), Sulla riva del foglio (2009), A pochi pensieri dalla riva (2014). Pubblicazioni in lingua dialettale: Comme ll’acqua ‘ndorno a ‘n zassu (2010), ‘Tunno ‘tunno a la vellezza (2017), Maru che mme ‘ssumiji (2023), recensito nell’Annuario di Poesia Italiana Contemporanea “L’anello Critico”  come uno dei 12 migliori libri in dialetto dell’anno. Tra i vari riconoscimenti ricevuti, il Premio Duilio Scandali (Falconara 2021) e il Premio alla carriera per la Poesia (Francavilla a mare Urban Festival 2024). Suoi testi sono inseriti nell’antologia L’Italia a pezzi (2014) e in altre antologie poetiche nazionali. Collabora a premi di poesia e narrativa ed è occasionalmente docente a corsi di scrittura poetica.