Gian Piero Stefanoni: la politica del gesto poetico

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Di Gian Piero Stefanoni ho avuto modo di leggere e commentare due precedenti raccolte: Di questo mare e Lunamajella, che mi hanno rivelato una sua sensibilità non comune, acutezza di sguardo e attenta ricerca; oltre ad un grande rispetto per le persone, la terra e le parole.

Soli non ci salviamo. E se la verità dell’uomo è nella condivisione, la natura e la forza di ogni vera poesia è dare dignità e racconto a questo vincolo fatto del medesimo respiro e del medesimo tormento.” Non a caso ho estrapolato questa frase dalla sua dichiarazione di poetica, anteposta alla raccolta che si snoda in tre sezioni: L’odore del campo, Appendice, La costanza del cielo. È proprio la condivisione del racconto esistenziale e del tormento a questo sotteso che anima e sostiene l’intera silloge, senza peraltro alcuna pretesa didascalica; l’autore compie gesti poetici e accenni che richiamano alla dignità della persona, come in questa lirica “ Non uscire dal letto senza pegni,/ non andartene nudo./ Ogni giorno oltre le porte/ il freddo, la paura, l’idolo – la sera/ che ritorna nel nostro muto cognome,/ al nostro muto scemare./ Non uscire dal letto senza volto. (Volti) Così la pena è il pegno da pagare ogni nuovo giorno, ma anche l’im-pegno a dare qualcosa in cambio alla vita; purché si esca dal letto con ciò che più di tutto ci esprime, il volto, nella sua dinamicità e verità.

Il poeta sa che la paura caratterizza l’umanità navigante nel mare delle tante verità- che adombra la distesa dei social e non solo – lontana dai porti sicuri della laicità e del sacro; sulla barca dell’apparenza, vuota di amore e desideri, colma di surrogati medici, in una morte che è condanna a vivere (Millenni) “ La paura ti descrive -/non laico, non più nel sacro – /ma la bellezza avanza anche gonfia,/ priva di vagina e amore,/ tra medicinali e tremori,/ nell’attraversamento che non cede alle perdite,/ nella morte cui morte non segue.”

Come non pensare, tra i tanti esempi, a L’uomo senza qualità, dello scrittore austriaco Musil?

Eppure l’uomo-poeta Stefanoni non si rassegna; come potrebbe, contemplando “sul ramo la costanza del cielo che non cede” neanche al lapsus di un’oggettività osservazione-ossessione. Un cielo che, se anche “piega la testa” nel suo silenzio apparente, dà attenzione e restituisce amore, senza aggiungere, senza sopraffare. Il cielo, come il poeta, sa bene che nell’azione corale di vita, non nel singolo, ci può essere risposta alla notte, al buio e all’ignoto: alla sera, quando il sole è basso, le cose appaiono diverse e le differenti paure precedono la stessa paura che qualcosa possa accadere. Anche questo è il “pegno” da dare.

In queste poesie, l’inquietudine è sottesa e lotta con il credere, “Il vento/ in te non può riposare” : perché è questa la condizione umana, che accetta pur senza disperarsi tutta la fatica del sole a scollinare l’oriente e a iniziare un nuovo giorno.

Non so se l’autore abbia pensato ad Aristotele, quando ha composto “La politica del gesto”; dice infatti il filosofo di Stagira nel III libro de “La politica”: “In uno Stato ciascuno deve svolgere le proprie funzioni in vista del bene comune, e questo costituisce la sua virtù. È dunque necessario concludere che nello Stato i cittadini sono differenti gli uni dagli altri, ma tutti sono accomunati dalla medesima virtù.” Certamente l’azione del fare, il gesto che cerca tra le persone anche un contatto fisico, il frammento di poesia-preghiera, sono virtù, se tendono alla comunione di intenti e sentimenti. Il reticolo che richiama Stefanoni quindi non è tanto il web, comunione virtuale e spesso utile e necessaria, ma i tratti dei volti che le carezze inseguono nella “occlusione obbligata dei contorni” mentre l’attesa -rispetto? – toglie l’errore, il difetto “nella misura delle solitudini”. Dunque ogni persona resta sola, ma non solitaria; la necessità della cura prescinde dal trovare o meno la causa della solitudine: “nel limite dell’amore/ nel tema degli occhi” qui sta la cura. Perché ogni persona è frammento di un’anima più grande e una diversità che occorre considerare, per ricominciare il cammino, anche se “siamo quasi arrivati”.


TU CREDI

Tu credi ma il vento

in te non può riposare

né adagiarsi la nuvola

o l’albero finalmente

alla sua maturata infanzia

dare respiro nel piccolo nido.

Tu credi ma non riesce

a passare – basso allo sguardo –

il sole, l’oriente.


IL CIELO PIEGA LA TESTA

Il cielo piega la testa,

l’amore guarda

e restituisce, senza aggiungere

per la notte che verrà

e a cui non sapremo rispondere,

perché l’opera non è di uno.

Ha il peso del pane

prima di essere pagato

e la gioia del ritorno,

l’ulivo insieme raccolto

e deposto insieme alla morte.

L’uccello non è solo un uccello

dove il sole è basso

e il pensiero brucia.

Il lupo

non ha bisogno di avanzare

per farci cadere.


LAPSUS

Realtà immanenti attraverso

osservazioni oggettive* o

realtà immanenti attraverso

ossessioni oggettive?

Il lapsus ti scruta dalla pagina

in questa luce di parche somiglianze,

di vigilate osservanze.

Siamo fermi dentro questo treno,

questo amore che non parte.


LA COSTANZA DEL CIELO

Sa da dove il frutto

è fatto opera, di quale annuncio,

di quale scaglie l’ombra ora riluce

nello strappo di vita delle forme.

Sa per femminile trasparenza

la visione dell’ultimo nato,

sul ramo la costanza del cielo che non cede.


LA POLITICA DEL GESTO

È la politica del gesto

che fa il frammento, il mondo

che si percepisce al suo passo,

l’ordine della poesia nella preghiera.

Ambisce alle mani, non bada ai volti

l’entrata in casa della terra,

la memoria del versetto nell’unione delle dita.


SIAMO QUASI ARRIVATI

Siamo quasi arrivati

ma abbiamo smesso di andare

mentre scendeva la luce sulla terra.

Così se non trovi l’infezione

cura lo stesso, nel limite dell’amore,

nel tema degli occhi.

Quest’anima sei tu, l’elemento

tagliato, la variante che nessuno

considera nel compagno lasciato

solo – noi di qua lui di là –

nel tuo povero tempio.


RETICOLI

La carezza non insegue ritorni,

conosce storia e rigetti

nell’occlusione obbligata dei contorni.

Spartisce restando aperta

la memoria ferita degli oggetti,

l’odore senza fine dei nomi

nel reticolo dei volti.

Svella la falla, l’attesa,

nella misura delle solitudini.

Il no servito degli uomini

nella imputata mattanza dei crediti.


Gian Piero Stefanoni, La costanza del cielo, ED. Il ramo e la foglia, RM – 2024

Gian Piero Stefanoni è nato a Roma nel 1967, si è laureato in Lettere moderne. Ha esordito nel 1999 con la raccolta In suo corpo vivo vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del Comune di Spoleto. Nel 2008 ha pubblicato Geografia del mattino e altre poesie a cui sono seguiti nel 2011 Roma delle distanze e gli ebooks La stortura della ragione e Quaderno di Grecia . Nel 2014 è uscito Da questo mare. Ancora in ebook è La tua destra (2015), come il saggio sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti La terra che snida ai perdoni (2017) ed Il calciatore è un fingitore (2019). Sempre del 2019 sono Lunamajella ed il diario di Terra Santa Al mût labben; nel 2020 è uscito Il dolore della casa, compianto per gli scomparsi per Covid. Di nuovo su blog, “La poesia e lo spirito” di Don Fabrizio Centofanti, il poemetto Il tuo sacerdote (2020) il diario in versi Di novembre (alveo) (2022) . In ultimo, nel 2023 ancora per “La poesia e lo spirito” Lessico madre.
È presente in volumi antologici, tra i quali La poesia dell’esilio (1998), Dai parchi letterari ai poeti contemporanei (2009), S’impalpiti materia-Omaggio a Manzù ( 2011- fuori commercio, copia presso la Raccolta Manzù di Ardea), e L’evoluzione delle ultime forme poetiche ( 2013); suoi testi e interventi critici sono apparsi su diversi periodici specializzati e sono stati tradotti in greco, maltese, turco e spagnolo oltre che in Francia, Croazia e Svizzera e in Italia in griko salentino, nel catalano di Alghero e nel dialetto di alcune aree regionali.
Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada” è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni”. Dal 2013 è recensore di poesia per “LaRecherche.it” e dal 2014 giurato del Premio “Il giardino di Babuk- Proust en Italie”.
Tra i riconoscimenti ama ricordare i più lontani, il “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza” nel 1997, entrambi per l’inedito, e l’ultimo nella sezione poesia religiosa di “Arte in versi” nel 2021.