Giampiero Mirabassi è nato nel 1942 a Perugia, dove vive ed esercita la professione di avvocato. Ha trascorso di vignettista, umorista (“La legge è uguale per tutti, salvo complicazioni” – Volumnia Ed. 1973; “ Fuga dal Paradiso” Piria Ed. 1994) e illustratore (“Scilla nel tempo “Piria Ed. 2002 ; “Un po’ per celia, un po’ per non…” Piria Ed. 2008).
Ha sempre scritto, ma solo dal 1995 ha tratto fuori dal cassetto la sua produzione letteraria “seria” in dialetto e in italiano, sia poetica che narrativa, conseguendo lusinghieri riconoscimenti in numerosi concorsi a carattere nazionale ed internazionale.
È l’unico poeta dialettale perugino cui sia stata dedicata una serata dallo storico caffè letterario “Florian” di Venezia (maggio 1996).
LA MIA
POETICA – Tra i rovi di questo burrone/ vicino al fango di una
pozzanghera sporca,/ dorme il cinghiale da mattina a sera,/ sopra un
giaciglio di eriche e corbezzoli./ Poi a notte esce fuori dal folto/ e
in mezzo ad un piccolo bosco di quercioli/ affonda il grugno per
assaggiare la terra bagnata/che gli deve fare da guida e sentinella./
Infine ecco la rugiada del campo mietuto/ e comincia a fare il suo solco
buongustaio./ Incontra un tartufo, un verme, una limaccia;/ si ferma
per guardare una cosa tonda/ che luccica nel fondo di una pozza/ e
mentre il grugno riprende il suo lavoro,/ la zanna va ad urtare un
frammento di stella.
ORGOGLIO
– Anche un ruscelletto/ vuole essere fiume./ E ogni tanto ci prova/ ma
non gli riesce/ anche se spaventa/ quando si inquieta./ A nulla servirà/
ma intanto si ripulisce/ e può fare il fanfarone/ per un momento/ che
lo guardano con timore/ i contadini.
ERAVAMO – Umbri eravamo/ umbri e contadini/ nascevamo dalle pietre/ con il dónca e la toletta/
e il tempo era il cemento/ e il pane la fatica./ Radici d’ulivo/ di
questa terra avara./ E case costruivamo/ in cima ai colli/ vicino al
cielo/ che era il nostro mare/ con le strida dei rondoni/ a navigarlo./
Ti lascio una torraccia/ ti lascio una torraccia e un campanile./ Ti
lascio una bestemmia/ e una preghiera/ te le lascio tutte e due/ per
devozione.
ULTIMI – Noi siamo gli ultimi/ che andavamo a scuola a piedi/ con i calzoni corti/ la cartella di fibra con il quaderno/ ed il grembiale nero con il colletto ed il fiocco./ Che avevamo sopra il banco il calamaio/ e nella tasca il pane nostro senza sale.// Noi siamo gli ultimi/ che giocavamo con i tappini e le figurine/ in mezzo alle strade senza avere paura/ e andavamo giù per le discese a capofitto/ sul carrozzone fatto con i cuscinetti usati.// Noi siamo gli ultimi/ che abbiamo visto le botteghe/ con i maccheroni sfusi nei cassetti,/ la saponina, la carta moschicida,/ l’olio che si comprava portando piccole bottiglie/ e il sale fradicio dentro la buca scura.// Noi siamo gli ultimi/ con il sacchetto della canfora/ sotto la camicina/ insieme ad una immaginetta sacra, contro la poliomielite./ Che ci lavavamo i riccioli con l’aceto,/ e li lucidavamo con la brillantina.// Noi siamo gli ultimi/ che facevamo festa per una pigna,/ un’arancia, una melagrana./ Che abbiamo visto il rosso vero del cocomero, grande, verdenero, che scricchiolava quando si tagliava.// Noi siamo gli ultimi/ che facevamo le bolle di sapone/ per colorare quelle stradette buie del centro,/ che non avevano visto mai farfalle./ Che abbiamo visto il carro con i buoi all’Alberata/ venire su per portare il mosto ai padroni.// Noi siamo gli ultimi/ che scivolavamo con i ferretti/ sotto le scarpe nuove e rare.// Noi siamo gli ultimi a sapere/ quello che voleva dire non avere niente/ e non sentirsi poveri./ Sotto questo cielo,/ in mezzo a queste mura,/ di questa città.
TRAN TRAN –
Dio, questo novembre!/ Ma è giorno o no?/ Alzarsi di sorbi acerbi./
Cercarsi nello specchio/ una scusa di identità,/ un filo di pensiero,/
che non fosse la fatica/ di rimettersi addosso/ questa vita sgualcita./
Un piattino ai gatti,/ un’occhiata al tempo,/ scottarsi con il caffè/ e
si ricomincia.