Gí e ní

Poesie in dialetto perugino di Ombretta Ciurnelli

 

[MARZO 2020] Gí e ní, di Ombretta Ciurnelli, poesie in dialetto perugino, Roma, Edizioni Cofine, pp. 60, euro 12,00

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Il libro

Nei testi di Ombretta Ciurnelli «nell’aspro dialetto perugino», come l’autrice stessa definisce l’idioma dimora della sua poesia dialettale, domina l’immagine del gí e del ní, andare e tornare. Quell’andirivieni allegoria dell’esistere e del fare e del disfare – o vedere disfarsi e disgregarsi – è altalena in due movimenti, slancio pungente e ritrarsi sognante, che si nutrono vicendevolmente e non possono essere separati l’uno dall’altro. È un moto perpetuo che prospetta con immagine viva il perenne avvicendarsi, nell’opera instancabile di mediazione, quale essa sia e qui, principalmente, plurilinguistica e poetica, di resa – restituire e arrendersi, tuttavia, all’urto, al cozzo e al residuo dell’ineffabile – e azzardo, ponte sospeso su un abisso, coscienza dell’orrido che si spalanca, del vuoto in agguato. (Anna Maria Curci)

 

Recensione di Anna Maria Curci

Recensione di Maurizio Rossi

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M.C. Escher: “Relativity” (1953)

“Gí e ní” è una locuzione formata da una coppia di infiniti sostantivati usata come complemento diretto o indiretto. La traduzione letterale, ‘andare e venire’, non dà ragione del valore che l’espressione può assumere nel parlato: fò ’n gí e ní significa, ad esempio, ‘faccio in un attimo’. Ma gí e ní, che in lingua corrisponde a ‘viavai’ o ‘andirivieni’, può divenire allegoria dell’esistere nonché del fare e disfare e dell’affanno che accompagna la vita.

I due infiniti, inoltre, in una dimensione descrittiva, colgono con efficacia la ricorsività di fenomeni naturali o cosmici, come il moto delle onde, il succedersi delle stagioni o il movimento degli astri.

L’espressione, presente in ogni poesia, è resa in lingua in modo diverso, a seconda del contesto: sono usati ‘attimo’, ‘baleno’ o ‘lampo’ per rendere la rapidità dell’agire o la velocità di un particolare fenomeno, gli infiniti sostantivati ‘girare’, ‘scorrere’, ‘alternarsi’, ‘volgere’, ‘fluire’, ‘volteggiare’ o i sostantivi ‘viavai’, ‘tremolio’, ‘dondolio’ per esprimere il ripetersi di azioni o fatti e la ricorsività di particolari fenomeni. (O. C.)

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L’autore

Ombretta Ciurnelli nei suoi versi racconta e si racconta con i suoni aspri e terragni del dialetto di Perugia, utilizzando il registro arcaico del contado.
Dopo la prima raccolta, Badarellasse ncle parole, abbecedario di acrostici (Perugia, Guerra Edizioni, 2007), ha pubblicato L’arcontastorie (Perugia, Guerra Edizioni, 2009) in cui in versi novenari, con lo stile proprio dei cantastorie, narra drammatiche vicende di donne sullo sfondo di un’arcaica società contadina. Nel 2010 ha pubblicato la raccolta Si curron le formiche (Perugia, Guerra Edizioni) e nel 2013 La città del vento (Roma, Edizioni Cofine), opera segnalata al Premio Nazionale di Poesia “Sandro Penna”.
Ha al suo attivo un testo teatrale in lingua italiana, Dai campi di granturco ai gelsomini (Perugia, Effe Fabrizio Fabbri Editore, 2012) ed è tra i curatori dell’antologia oliveTolive, Poesia dell’Olio e dell’Olivo da Omero a Oggi (Perugia, Fabrizio Fabbri Editore, 2011).
Nel 2015 ha curato Dialetto Lingua della Poesia (Roma, Edizioni Cofine), un’antologia frutto di una ricerca metalinguistica condotta nell’intento di cogliere il valore e il significato del dialetto nella vita e nella scrittura poetica e nel 2019 ha pubblicato il saggio Lingue allo specchio. L’autotraduzione nella poesia dialettale (Perugia, Ali&no Editore).

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Nel libro

I

de nguèrno lagiú al piano a Sammartino
quan piú freddo davero n’ polév’èsse
nascétte guèso adòsso tal Bambino
còst’i campe dua ’l grano già nut’ su
sott’a la neve s’acovava zzitto

e mamanco poléllo mmaginà
che ntól ’l gí e ní de núgole e de sole
de gir de tramontana e ventisótta
bompò ròbbe, tal fin, saríno armaste
sól che gruvíje ngluppate ntla mente!

 

d’inverno laggiú nella pianura a San Martino
quando piú freddo davvero non poteva essere
nacque quasi a Natale
vicino ai campi dove il grano già spuntato
sotto la neve si accovacciava silenzioso 

            e neanche poterlo immaginare
            che nel viavai di nuvole e di sole
            di giri di tramontana e di scirocco
            tante cose, infine, sarebbero rimaste
            solo grovigli avvolti nella mente!

III

ch’arà volsúto dí
la bilimbènza
quan che nti passe
sigura nunn’éva

(quil gran gí e ní ntól gòito
ch’arà volsúto dí)?

 

che avrà voluto dire
l’altalena
quando nei passi
sicura non era

            (quel gran dondolio nel vuoto
            che avrà voluto dire)?

 

V

qui albre
che liggère lígion l’aqqua
’l currí lento del fiume acompagnanno
giorno e notte stòn sempre a chiacchiarà
              sarà che ’l vento
              ntól su gí e ní
              spaja dentorno
i triqle dela vita
ma che dirònno mè dla bilimbènza
lassata gí ta lo zzoffià del vento?

 

quegli alberi 
che leggeri accarezzano l’acqua
accompagnando lo scorrere lento del fiume
giorno e notte stan sempre a chiacchierare
           sarà che il vento
           nel suo girare
          disperde intorno
          le briciole della vita

ma che diranno mai dell’altalena
abbandonata al soffiare del vento?

 

VI

             (diem nox premit, dies noctem, aestas in autumnum desinit,
            autumno hiemps instat, quae vere compescitur;
            omnia sic transeunt ut revertantur – Seneca)

e curre la notte addietro tal giorno
e curre la luce addietro tal bujo
l’istate ntó l’autunno va a murí
che lo nguèrno pu tristo l’arincurre
per gisse a sciòje ntól chiarore granne
del tempo ch’arinfióra, quan dentorno
gni cosa è offrór tamanto de turchino

ma pu l’istate arviene e abrúgia ’l monno
e arviene ’l tempo che ta j’albre gnuda
e che ntól gel pianín pianín armucce…

gni cosa cussí passa sol p’arní
ntra bujo e luce ntra galaverna e sole
ntra sciucco e mòllo ntra ’l ventisótta
che mpólvra fitto financo i pensiere
e quil de nsú che tutta l’aria arlustra

tutto ’n gí e ní dua senz’aristillí
gni cosa arviene e armucce
arviene armucce…

 

e corre la notte dietro al giorno
e corre la luce dietro al buio
l’estate nell’autunno va a morire
che poi l’inverno implacabile incalza
per sciogliersi nella gran luce
del tempo che torna a fiorire, quando intorno
ogni cosa è profumo immenso d’azzurro

ma poi ritorna l’estate e brucia il mondo
e ritorna la stagione che spoglia gli alberi
e che nel gelo pian piano rifugge…

ogni cosa cosí passa solo per tornare
tra buio e luce tra gelo e sole
tra secco e pioggia tra il vento del Sud
che impolvera fitto perfino i pensieri
e quello del Nord che tutta l’aria fa brillare

tutto un vaevieni dove senza tregua
ogni cosa ritorna e rifugge
ritorna rifugge…

 

XIX

qla languizzione fina
quann’è stata?

confónnono ’l lor pòsto ntó la mente
e vònno avante e addietro còm’i pare
triqlíne che s’amúcchiono sgarate
drent’a ’n gí e ní che piú nun tiene a bada
e duèlle l’arcapézze ’l tu lunario

 

quel languore sottile
quando è stato?

confondono il loro posto nella mente
e vanno avanti e indietro come vogliono
frammenti che si ammucchiano sparsi
in un fluire che piú non controlli
e in nessun posto ritrovi il tuo lunario