Gettlíni de linòrio (Germogli di alloro) di Nadia Mogini

Nota di Manuel Cohen e Prefazione di Walter Cremonte

È fresca di stampa, edita da puntoacapo l’ultima raccolta poetica in dialetto perugino di Nadia Mogini Gettlíni de linòrio (Germogli di alloro).

Qui di seguito pubblichiamo la Nota al libro di Manuel Cohen e la prefazione di Walter Cremonte e una breve nota biobibliografica

 

Verticale e razionale, elegante e naturale, visionaria e, suo malgrado, sempre sorprendente per mitezza, la poesia di Nadia Mogini affronta i sentieri e i luoghi etici, morali, fisici e memoriali, dell’Umbrietà come dimensione dello spirito: “La parola, n dialetto, / è l zzòno de la cosa / che prima d’èsse idea / scappa da drénto e vola.”, “La parola, in dialetto, / è il suono della cosa che prima d’essere idea / scappa da dentro e vola.”

Coniugando la levità penniana del ‘suono della cosa’ con una acuta percezione pasoliniana e leopardiana del mondo o del ‘sogno di una cosa’, l’autrice attraversa (o sarebbe più legittimo ipotizzare, come suggerisce sapientemente Walter Cremonte in Prefazione, che sia attraversata?) da tutto il vento di religio e di passioni dell’originaria couche linguistica perugina o umbra tout court. Lingua e luoghi pervasi da figure esemplari, marginali e straordinarie come “santi scorbutici e schivi”. Poesie e parole come germogli d’alloro, che conservano, in nuce e per sempre, l’autenticità della vita e della poesia.

(Manuel Cohen)

 

 

“Che fai tu, luna, in ciel?” e la domanda del semplice pastore ritorna anche qui, con quella stessa radicalità che è delle domande che non hanno risposta possibile. Anzi, forse in modo ancor più radicale ed estremo: ti sei mai chiesta, tu, luna, di noi, come noi di te? E cioè: ti sei mai presa cura di noi, ti sei mai preoccupata? Certo che no: come la luna silenziosa, intatta di Leopardi. E noi allora, immersi in questa indifferenza ostile, siamo – come ci dice un altro passo memorabile di questo libro memorabile – il verme, nel cuore della mela spaccata, che, scoperto nella sua fragilità, s’abiricchia / gnudo e spaurato. Questa la condizione umana, la nostra condizione, appena velata dal velo allegorico. È così duro, così impietoso il nuovo libro di poesia di Nadia Mogini? Credo di sì, pur nell’eleganza del suo dettato, che tutti – fin dal suo splendido esordio poetico, con Íssne – le hanno riconosciuto. Credo di sì, se questo è il libro di chi, nella sua piena maturità stilistica e creativa, si sente nulla più che un fucéllo / caduto, sciutto / e mpò scordicàto / co la penína / che già l’òn tajato (la penína, cha a piè di pagina è reso in italiano, e spiegato, come “pena struggente”. Ma la forma diminutiva e vezzeggiativa, così tenera, la piccola pena, conferma quell’eleganza di cui dicevo, che è sostanzialmente un atteggiamento dimesso e assolutamente antiretorico).

Ma il lettore deve essere grato a Nadia Mogini di questa durezza, di questa spietatezza senza infingimenti, che avvertiamo quanto pesi per prima all’Autrice, la quale sarebbe – credo – tentata dall’incantamento e dai colori azzurri del fiabesco, “quando la testa si priva del pensiero …”: è come

un prezzo da pagare, non solo a un vissuto che conosce il dolore come esperienza vitale primaria, a cui lei (pur stracanata pl’afflizzione) sa guardare con occhio (quasi) asciutto, ma anche – e forse proprio grazie a questa conoscenza del dolore – alla conquista di un punto di vista di sempre più compiuta consapevolezza, ben lontana dalla banalità delle formule consolatorie. Deve esserle grato se può godere anche lui, insieme a lei, di questa luminosità non pacificata di pensiero poetico, che gli giunge non per via di argomentazioni logiche, sempre parziali e spesso ingannevoli, ma per via di una identificazione sentimentale, che è la via più certa e capace di durare.

Potremmo arrischiarci a dire che questo è il compito della poesia, e dunque del poeta: un compito che Nadia Mogini sente con una forte ispirazione morale, se le detta parole come quelle della poesia Zzitta, dove sono all’opera tutti i sensi (la vista, l’olfatto, il gusto, l’udito) a creare una sorta di sinestesia capace di cogliere il mondo nella sua totalità e “farlo sentire” a tutti noi. E la poetessa da qui in avanti è tutta intenta alla vista, o all’ascolto – come suggerisce anche il titolo della sezione successiva, Scólta, che pare ricordarsi dell’attacco montaliano agli Ossi di seppia. Ma la percezione dell’universo è carica d’angoscia, dalle notti viene na farzzumàja de sogni arcapàti che non portano conforto. Perfino la casarifugio sembra fare opposizione. Certo, non è tutto così: ci sono anche i momenti in cui, in un modo o nell’altro, sembra di prendere il volo. Come un’illusione irrinunciabile e irriducibile. E poi (anzi, prima, proprio all’inizio del libro) c’è la santità, o la follia, che infine sono la stessa cosa (la santità è follia e viceversa), e sono un’alternativa molto forte e viva al doloroso e all’inautentico che c’è toccato. Sono la stessa cosa: Nutricati cussí o santi o matti, o magari anche

poeti. Ed è la terra, questa terra umbra a farli così, e questo vento che tira forte: è la tramontana di Walter Binni, dalla voce “pazza e terribile”, che “taglia la faccia e stimola l’animo e la fantasia a impegni, e sogni profondi”. E appena più in là c’è Aldo Capitini, testimone di una religiosità aperta e solidale, eretica, francescana, non lontana forse da quella possibile, qui appena intravista, di Nadia Mogini (che si dichiara non credente, ma con questa strana voglia d’èsse santa).

È da questa umbrietà di santi e di matti che viene la scelta del dialetto? (Nadia Mogini, lo ricordiamo, è poetessa perfettamente bilingue, se così si può dire). Ma ancora una volta ci domandiamo, di fronte a un libro di tale rilevanza, e sulla scorta anche della grande lezione di Giovanni Giudici, è il poeta che sceglie la lingua, o è piuttosto la lingua che sceglie il suo poeta? Deve essere questa seconda la risposta, perché il perugino di queste poesie – che presenta uno scarto minimo rispetto all’italiano, un po’ come il neovolgare del grandissimo Scataglini, concittadino della nostra poetessa, che una parte delle sue radici ce l’ha ad Ancona – è davvero, e non può essere altro, la “lingua della poesia” di Nadia Mogini: perché è la sua memoria sentimentale, lirica, il suo pensare poetico, il tessuto profondo degli affetti. Niente a che fare col vernacolo, col folclorico, con la nostalgia un po’ gretta di un mondo in sfacelo.

Il dialetto di Nadia, il suo parlarci in perugino, è il zzòno della sua stessa ispirazione, che scappa da drénto e vola: come il passero che apre le ali e asseconda il vento, che pure è di sbieco. E il frullo di quelle ali ci ha donato questo libro bellissimo.

Walter Cremonte

 

Nadia Mogini è nata a Perugia, dove ha compiuto i suoi studi, laureandosi in Lettere Moderne. Dopo alcuni anni trascorsi in Lombardia, si è trasferita e vive ad Ancona. Interessata alla poesia, al canto corale e al teatro (in lingua e in dialetto), da tempo s’impegna in questi ambiti. Nel 2005 le è stato assegnato il Premio come migliore caratterista femminile al Festival Nazionale del Dialetto “La Guglia d’oro” di Agugliano (Ancona). Scrive poesie prevalentemente nel dialetto di Perugia, di Ancona e in italiano. Nel 2016, con la raccolta in dialetto perugino Íssne (Andarsene), ha vinto il Premio “Ischitella-Pietro Giannone” e il 2° posto al Premio “Salva la tua lingua locale”. Nel 2017, con la stessa opera, ha vinto il Premio “Isabella Morra”. Le sue poesie sono incluse in antologie e riviste letterarie cui: Dialetto lingua della poesia, antologia a cura di Ombretta Ciurnelli, Cofine, Roma, 2015; Versante ripido. Ventuno poeti italiani neodialettali, a cura di Manuel Cohen, n. 3, marzo 2015; Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, antologia a cura di Francesco Piga, Cofine, Roma, 2017; Poeti neodialettali marchigiani, antologia a cura di Jacopo Curi e Fabio Maria Serpilli, Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, Ancona, 2018.