Franco Pinto è nato a Manfredonia il 21 aprile 1943. Da bambino aiuta il padre, pescatore. Rischia di perdere la vita in una tempesta, lascia il mare e continua gli studi abbandonati qualche anno prima, cominciando nel frattempo a lavorare presso un falegname; la morte del padre ed altre necessità di famiglia fanno sì che questo diventi il suo mestiere. Autore di poesia e teatro in dialetto manfredoniano. Copioso il materiale poetico e teatrale inedito in via di sistemazione.
La prima raccolta di poesie edita è del 1985, U Chiamatôre[‘Il chiamatore’]. Liriche scelte, (Foggia, Bastogi). Seguono due pubblicazioni teatrali: Vernucchje [‘Bernoccolo’] (Manfredonia, Edizioni Il Sipontiere, s.d. [ma 1990]) e A pûpe [‘La bambola’], (Manfredonia, Edizioni del Golfo, 1991).
Nel 2002 pubblica la raccolta di poesie Nu corje dôje memorje [‘Una pelle due memorie’], Manfredonia, Edizioni Il Sipontiere; nel 2004 Méje cume e mo’ (Mai come adesso), Roma, Edizione Cofine; nel 2009 Nvrà vigghje e sunne (Tra veglia e sonno), sempre con le Edizioni Cofine.
Zitto cuore: Zitto cuore, non parlare, / e tu, testa, non pensare, / ridi faccia mascherata, / fai la parte che ti ho dato. / All’amore non dare ascolto, / se ti duole, non piangere, / ridi bene faccia mia, / fai capire che mi diverto, / che la vita è un gioco / e che tutto va bene. / Quando solo sarai in un angolo / butta a mare la vergogna; / piangi fino a riempire i secchi / e di alla morte: “Io t’aspetto”.
Il mare non è chiaro:Come sei venuta / così te ne sei andata / senza fiatar parola / al tramontar del sole. // Di te ora parlo al vento, / di te ora parlo al mare, / ma il vento non sa niente / e il mare non è chiaro: / non dice se ti ho incontrata / oppure t’ ho sognata. // Da dove sei venuta / là te ne sei tornata / senza fiatar parola / al tramontar del sole. / Ora abiti nel pensiero / al caldo come ieri, / un volto tu non hai, / ma so che m’appartieni.
Il temporale: Un lampo a ciel sereno / E poi non s’è capito più niente. / Tuoni, pioggia, vento,saette / che incendiavano l’aria, / spaventi, / pianti, / pugni sul petto, / mamme in giro / che chiamano i figli, / corri, scappa, acchiappa, prendi… / Gesù! Gesù!! / e dove stava scritto / ‘sto sfacelo?! / poveri ragazzi / sull’acqua del mare! / Il sole vuol riapparire, / ma non ne ha il coraggio. / in un angolo / c’è una barca pancia all’aria: / a qualcuno / i conti non son tornati. / Quanto danno / ha fatto un temporale!!
Ombre: Parlare di te / raccontare / di te e di me / magari il frutto / al vento pellegrino / e poi mandarlo dietro / e avanti in giro / per piazze / e deserti / del mondo tutto: / Oh come lo vorrei! / Ma come faccio? / Ma poi si può?! / Quando mamma ci ha partoriti ancor fanciulla / sui paglioli di una barchetta / in cielo a nuvole stormi d’argento e di ferro / riempivano di croci la faccia della terra. / Ombre noi siamo / sole / di notte senza luna / io la lampada / che ti fa vivere / tu lo stoppino / che la fa ardere.
Desiderio: Ancora la notte / col freddo che stringe / ancora la pioggia / che annega la terra / e il mare che sbatte / e si rompe la testa / e il vento che si lamenta / e cosa vuole non sa… / Oh poter dire:-Basta- / e gettare in bocca ai cani / il poco che è rimasto / e volare con il gabbiano!
Io adesso me ne vado: Io adesso me ne vado / tu non mi chiamare / tanto non ti ascolto / stavolta non mi volto. / In giro me ne vado / ubriaco per il mondo / malfermo in mezzo ai giunchi, / per spiagge selvagge / sotto sole e acqua / urlando al vento / l’amore, il dolore, / il torto che sopporti. / E quando la sera stanco / solo e senza voce / la croce sulla foce / di dosso mi toglierò / da te devo ritornare / Regina del Pensiero / amata e mai avuta / per farmi accarezzare / la bocca come ieri / e stringendo forte la vita / tua e le belle forme / inclinare il capo e dormire.
L’occhio non conosce – L’occhio non conosce / né conoscerà mai goccia / se come un pesce / nuoto in un mare di seppie / ora che la mano / – in verità con una pena – / mi hai lasciato / per correre in abito / da sposa / all’altare da chi / prima e più di me / ti ha voluto bene. / Io non ti porto / né ti porterò mai il broncio / ora che dividi / con un altro tempo, respiro e passi. / Come potrei / io povero chiamatore / pretendere che un fiore / promesso a Dominiddio / restasse nel mio orto / una vita intera? / No. Semmai una preghiera / ancora mi è concesso / fare a te / regina delle rose / non è che tu ritorni / a ubriacarmi di profumo / come prima / no, sarebbe troppo / ma, se un giorno / mi dovessi vedere / al limite della spiaggia / del molo di ponente / zoppo / curvo / soccombere / sotto la frusta selvaggia / del vento / abbandonato alla pioggia / senza speranza / sugli scogli / pàrati davanti / in tutta la tua bellezza / così che io raccolga / le mie ultime forze per entrare / nel porto.
Pe vulîsce
de nu zinne de cchiô
o pe piacì
a chi nzé manghe tô
te si’ masquaréte
da madéma Kocosce.
Pitte sbrachéte,
môsse appîtéte,
facce pu stôcche,
capille pi blôcche,
bucchîne e paltò
e na parléte
moscia moscie
alla “E ninde e che sso’ ”.
Che ssi’? Nde canosce!?
Ma, dîche je:
“Te si’ viste a lu spècchje?”
M’assemigghje na trègghja
mbulînéte
pronde pe frîje.
Se te vu’ bbône,
se pôche pôche de té
angôre t’ji rumése,
càlete,
dalla chépe a li pite,
nd’a nu cavedarône
d’acqua frevûte
pe nu môse,
lìvete
bèlle bèlle da ngudde
côdde
fite
de sîgnôra scadûte,
turne
la ’ngènua figghjôle
pi vôle
ca nu iurne
allundéne d’abbrîle
stanne
citte a na zènne
ucchje fisse nd’i mîje
m’ho mbriachéte de puisîje.
Chi sei? – Chi sei? Non ti conosco!? / Per voglia / di un occhietto
di più / o per piacere / a chi non sai neanche tu / ti sei mascherata /
da Madama Kocoscia. / Seno scoperto, / labbra dipinte, / faccia con lo
stucco, / capelli a boccoli, / bocchino e paltò / e una parlata / lenta
lenta / alla “Guarda chi sono”. / Chi sei? Non ti conosco!? / Ma, dico
io: / “Ti sei guardata allo specchio?” / Sembri una triglia /
infarinata / pronta da friggere. / Se ti vuoi bene, / se poco poco di
te / ancora ti è rimasto, / calati, / dalla testa ai piedi, / in un
calderone / di acqua bollente / per un mese, / togliti / bene bene di
dosso / quel / puzzo / di signora scaduta, / torna / l’ingenua ragazza
/ con i veli / che un giorno / lontano d’aprile / stando / zitta in un
angolo / occhi fissi nei miei / mi ha ubriacato di poesia. (dalla raccolta Nvrà vigghie e sunne, 2009)