Franco aveva taciuto anche a noi, suoi più stretti amici, la precarietà del suo stato di salute, che non ha lasciato trasparire mai, neanche nel suo aspetto fisico. Eppure era segnato dal male che fatalmente ce lo ha sottratto, oserei dire quasi all’improvviso. Se è difficile sintetizzare in queste povere righe la sua incessante attività di organizzatore, di scrittore, di collaboratore, altrettanto lo è riassumere i tratti umani che lo hanno sempre contraddistinto: un carattere deciso, ma temperato dalle buone maniere e da un’innata capacità alle pubbliche relazioni. Il suo amore per Roma, come per la storia del melodramma, lo ha declinato per una vita intera in numerose pubblicazioni e articoli per riviste specialistiche, da lui animate, anche e soprattutto come curatore e redattore, con un’acribia pari soltanto all’amore che vi riversava.
Affabile nell’eloquio, come nei rapporti interpersonali, era punto di riferimento intelligente e conciliante nei sodalizi culturali, dove ha militato per decenni, dal Gruppo dei Romanisti, al Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli. È stato promotore incessante di progetti e catalizzatore di energie e competenze in qualsiasi ambito operasse. Una volta mi confessò, senza farsene un vanto e ben pochi lo sapevano, di essere stato lui a spingere la riedizione della Campagna Romana dei Tomassetti nei sette volumi di Olschki per il Banco di Roma curata da Luisa Chiumenti e Fernando Bilancia. Non faceva mai trapelare l’ansia, o la fatica per le innumerevoli iniziative volte alla conoscenza e alla divulgazione, anche internazionale, tanto dell’opera poetica di dell’Arco, quanto per quella di Belli, sia che si trattasse di organizzare convegni, sia che si sobbarcasse la cura editoriale degli atti.
Insieme a Umberto Mariotti Bianchi è stato l’artefice della prosecuzione dell’almanacco gastronomico letterario l’Apollo buongustaio, ideato da dell’Arco, che nel 1987 ce lo consegnò un giorno a casa sua, in quel di Genzano, più come una creatura, che come un testimone da staffetta, accompagnato dalle parole: «Mo’ gli A-polli siete voi!». Galeotto del nostro primo incontro nel 1982 fu proprio quell’almanacco, perché vedendo il mio cognome accanto al suo nell’indice, chiesi a Mario chi fosse l’altro “Onorati”. Alla domanda rise, perché forse anche “l’altro” gliela aveva posta, e così combinò un rendez-vous a tre a casa sua, dove scoprii che con Franco potevamo essere parenti solo per parte di Adamo. Subito dopo si aggiunsero i poeti Giuliano Malizia e Mauro Marè con il tipografo editore Franco Pedanesi, formando un gruppo di meravigliosi amici. Da allora ad oggi, nonostante alcuni curatori della pubblicazione si siano avvicendati nei decenni, il lavoro di redazione è sempre stato collegiale e Franco ha sempre rappresentato l’elemento trainante e di continuità.

Il sodale, l’amico ci è venuto a mancare la notte dell’8 settembre 2025. Era nato a Roma il 17 luglio 1936 da Antonio e Lidia. A Monte Compatri, nei Castelli Romani, la famiglia di Franco fu ospite di alcuni parenti nell’ultimo peggiore periodo della Seconda guerra mondiale. Tornato a Roma conseguì il diploma di liceo classico all’istituto Giulio Cesare e la laurea in giurisprudenza alla Sapienza. Assunto al Banco di Roma, si distinse per le sue qualità umane e culturali, assumendo il prestigioso ruolo di responsabile delle relazioni esterne dell’istituto bancario, per il quale, da pubblicista iscritto all’Albo, diresse anche la rivista aziendale «Prometeo», di cui con un pizzico di nostalgia mi raccontava aneddoti e avventure. Per diversi anni fu a fianco di don Luigi Di Liegro nella gestione amministrativa della Caritas di Roma con il riserbo di chi agisce bene, in silenzio e alieno da riconoscimenti.

Dal 1989 è entrato a far parte del Gruppo dei Romanisti, di cui è stato consigliere e vicepresidente. Sulla Strenna dei Romanisti, di cui è stato uno dei redattori dal 1995, ha pubblicato saggi di storia e di personaggi del melodramma in rapporto con Roma. Socio dal 1991 e poi tesoriere per un decennio del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli, ha promosso e organizzato per il sodalizio culturale convegni e pubblicazioni, tra cui la rivista quadrimestrale il 996, della quale era direttore responsabile.
In occasione del bicentenario della nascita di G. G. Belli si adoperò per fare in modo che la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, già depositaria dell’archivio del poeta romano, acquisisse in comodato d’uso le 175 lettere del carteggio Belli – Cencia (1822-1854) di proprietà del Banco di Roma, già pubblicate nel 1973 a cura di Muzio Mazzocchi Alemanni, formalmente concluso nel 2024.
Con Marcello Teodonio e Laura Biancini ha realizzato al teatro Argentina più cicli di conferenze, contribuendo alla rilettura critica della produzione di Belli e di altri autori romaneschi. Così pure è stato attivo alla Fondazione Besso con vari incontri inerenti alla poesia e alla canzone romana, in particolar modo nella ricorrenza del centenario della nascita di Mario dell’Arco, organizzata con il figlio di questo, lo storico dell’arte Marcello Fagiolo dell’Arco, conclusasi con la collocazione di un monumento al poeta nel parco Sforza Cesarini di Genzano.
Alla poesia dialettale ha dedicato numerosi studi, tra saggi e cure editoriali. Tra questi ricordiamo: Jacopo Ferretti, poeta e librettista, apparso sul «Lunario Romano», diretto da Armando Ravaglioli, nel 1986; La lingua della realtà, la promozione dei dialetti nelle rivistine di Mario dell’Arco (Arcana Romae 1993); la cura editoriale di Il sacro nella letteratura in dialetto romanesco, da Belli al Novecento (2003); La stagione romanesca di Leonardo Sciascia fra Pasolini e dell’Arco (La Vita Felice 2003); la cura editoriale di Se chiama, e se ne grolia. Meo Patacca, Giuseppe Berneri e la poesia romana fra Sei e Settecento (2004); Giuseppe Gioachino Belli in Campidoglio (2005) edito a sua cura per l’omonimo Centro Studi. Poi, in collaborazione con Marcello Fagiolo e Carolina Marconi, l’opera omnia Tutte le poesie romanesche, (Gangemi 2005); Roma di Mario dell’Arco, poesia e architettura (Gangemi 2005); Studi su Mario dell’Arco (Gangemi 2006). Segue la curatela di studi Belli da Roma all’Europa (2010). Il quaderno della Fondazione Besso Omaggio a Giggi Zanazzo (2010), poi relazione negli atti del convegno Le Voci di Roma, omaggio a G. Zanazzo (2011) da lui curati. E infine Leonardo Sciascia / Mario dell’Arco, carteggio 1949-1974 (Gangemi 2015); Pagine belliane (2016). Ha fatto parte anche dal 2011 della Giuria del Premio Vincenzo Scarpellino per poesia e stornelli inediti nei dialetti del Lazio.

Alla musicologia e al teatro, con particolare riguardo all’ambiente romano, ha contribuito con “Libiamo, libiamo”, trasgressioni conviviali nell’opera lirica e dintorni (Il Ventaglio 1987); il contributo Rossini e Roma (1992) a margine dell’omonimo convegno; A teatro col Belli, il sublime ridicolo del melodramma nei sonetti romaneschi (Palombi 1996); Jacopo Ferretti e la cultura del suo tempo (Skira 1999); I finti commedianti, farsa presa liberamente dal francese di G. G. Belli (2008); De Musica (2010) con Annalisa Bini di nuovo su Ferretti, consuocero di Belli, attraverso la raccolta di scritti musicali di Ettore Paratore; Le stagioni romane di Maria Callas (Edilazio 2017, II ed. 2023); I musicisti e Roma. Il paesaggio sonoro del Grand Tour da Händel a Maria Callas (Elliot 2017); la cura di Giuseppe Gioachino Belli, Scritti sul teatro. Da recensore a censore (Il Formichiere 2021); L’erotismo nel melodramma, dall’incesto alla seduzione, passando per l’idillio amoroso (Aracne 2021). La sua ultima iniziativa pubblica che ricordo è stato l’incontro del 12 marzo 2025 in una sala della Biblioteca Nazionale di Roma, dove presentò insieme a Carolina Marconi e a Riccardo Duranti il volume uscito a novembre dell’anno prima Day Lasts Forever, Selected Poems of Mario dell’Arco nella traduzione di Marc Alan Di Martino, che Franco aveva sollecitato e seguito per anni, pubblicata nella prestigiosa collana editoriale World Poetry.
Nel solco di questi interessi e curiosità trasversali, coagulati in piacevoli articoli, Franco non ha disdegnato di lasciare una consistente traccia nelle riviste, come «Voce Romana» e «Salotto romano» diretti da Sandro Bari, «Lazio ieri e oggi», diretto prima da Willy Pocino poi da sua figlia Maria Rita, e «Castelli Romani», diretto da Francesco Petrucci. Per l’Apollo buongustaio ha pubblicato anno dopo anno brani sapidi, ispirati tutti al rapporto tra i musicisti e la tavola.

Abbiamo salutato Franco l’ultima volta il 9 settembre nella chiesa romana di San Saturnino, sua parrocchia da quando abitava in via Ghirza n. 6 e rimasta la medesima anche dopo che un anno fa si era trasferito in viale Regina Margherita n. 140, unendo il nostro dolore a quello dei figli Eleonora e Lorenzo. Nel mio ricordo di lui restano anche piccoli particolari, come la stretta di mano vigorosa e leale, la voce calma ma decisa, il suo sorriso aperto e le immancabili cartelline sotto il braccio, sempre piene di idee e di progetti. Ora lo immagino ricongiunto alla sua amata Paola Barone, vicino agli amici di sempre e agli spiriti magni di cui, da intellettuale, ha intrigato per una vita. La sua scrittura elegante, di leggera e coltivata erudizione, lo rammenterà ai lettori futuri. Noi tutti, che possiamo vantare di aver provato la sua amicizia, ricorderemo Franco anche per la cordialità, la cortesia, la disponibilità.
