“La vita, l’amore, la luce della luna, l’aria della notte, la paura della morte, le strade di Milano, il dialogo con Dio e infine o forse in principio, l’Angel”: così Anna De Simone nell’intensa prefazione sintetizza i tanti argomenti che il poeta tocca in Voci di un vecchio cantare, una raccolta di testi inediti (pubblicati da Il Ponte del Sale, Rovigo 2017), ai quali ben si addice il verbo cantare, perché per Loi la poesia è voce, elemento corporeo attraverso cui si plasmano sentimenti e pensieri, è respiro con cui si modula il proprio stare al mondo. Parole che nascono e si diffondono in quell’Aria de la memoria (titolo di un’opera antologica, Einaudi 2005) che così spesso ritorna nelle sue liriche, a fondere la vita e la possibilità di coglierla ed esprimerla, la stessa aria che dà vita al mondo.
‘Panta rei’ potrebbe essere scelta come cifra stilistica di questa poesia, il correre che ci richiama alla bellezza del mondo e senza sosta orienta lo sguardo: verso la realtà esterna, posandosi su paesaggi naturali e urbani, stanze e cieli, oltrepassando le finestre di casa e i finestrini di treni in corsa e tram milanesi; e verso la propria intimità, captando immagini della realtà e condensando percezioni di sé e del proprio vissuto. Un muoversi incontro alle cose e alle persone, accogliendole e fissandole in una esperienza del vivere ‘fraterna’ (come indica la De Simone nell’emblematico titolo: La parola fraterna di Franco Loi) perché condivisa: noster passà tra j ur e i fis’c del vent / malâ de nüm e del pirlà ch’in tund / ghe porta due mai nüm sèm e scappa via / la storia de la vita nel prufund (un nostro passare tra le ore e i fischi del vento / malato di noi e del gironzolare che in tondo / ci porta dove mai noi siamo e fugge via / la storia della vita nel profondo).
Di raccolta in raccolta e attraverso decenni di scrittura in cui la poesia in dialetto milanese coesiste con la prosa di racconti autobiografici (Da bambino il cielo, Garzanti 2010) e si affianca ai testi critici sulla poesia e su altri poeti (a partire dall’amatissimo Dante), Franco Loi ha saputo mantenere intatto lo stupore di fronte alle molteplici manifestazioni della vita e della realtà, individuale e collettiva. Con quella meraviglia da cui per gli antichi scaturivano insieme poesia e filosofia, qui si dispiegano immagini di bei momenti presenti e riflessioni sullo scorrere inesorabile del tempo (… ma c’è un dolore nel giro che fa la terra / che brutto trattenere la vita nel suo farsi!), si osservano i bambini che giocano senza dimenticare quanti non ci sono più, si scorre tra la città reale e i ricordi di una Milano con le sue strade che vanno lontano, ci si sofferma su avvenimenti storici in cui amare delusioni subentrano a ineludibili speranze di libertà e felicità (che per Loi si connotano sempre di rapporti umani e sociali). Uno stupore che a volte si confonde con il sogno ad occhi aperti, a volte è simile ad un incubo dove emergono le paure, le cattiverie degli uomini, lo spalancarsi di un vuoto esistenziale.
Il dialetto milanese, realistico e musicale, è lo strumento che consente il fluire continuo di una voce che dialoga con se stessa e il mondo; e fa risuonare parole e sillabe per dare forma e sostanza a una percezione, un sentimento, un pensiero che a volte si interrompe o si fa domanda, o vira verso un senso più profondo, cosmico, che c’è ma sfugge, eppure si sente nell’intimo e forse si chiama Dio. Ci sono parole cardine nella poesia di Loi, ma sono soprattutto le rime – interne o esterne, consonanze e assonanze…– a condurre un movimento che ha il ritmo e la leggerezza dei passi di danza (e che il ballo sia un’esperienza vitale lo evidenzia bene Loi quando ricorda le canzoni e le balere del dopoguerra) e crea allontanamenti e ritorni, metafore, ossimori, sospensioni e rimandi: come nel testo Cerco negli occhi d’Erminia il segno di Dio, dove vûs-voce rima con lüs-luce e büs-buco, che qui diviene platonica caverna dove si riflette la memoria del Bene.
I testi conclusivi sono “poesie scritte per la quinta parte del poema in progress L’angel”. La prima parte fu pubblicata nel 1981, e successivamente riportata insieme alle successive tre parti nell’omonima opera (Mondadori 1994). Il poema costituisce “una specie di autobiografia trasformata in visione” (Cesare Segre nella presentazione de L’angel) dove il protagonista posa sui fatti della propria vita il suo sguardo sincero e straniante, così che “la storia di Loi, presentandosi come una specola socialmente periferica, giunge spesso a toccare i centri nevralgici di una storia che è stata la nostra”. L’angelo caduto è un compagno di strada che continua a osservare con immediatezza e senza infingimenti quanto vede girando per una Milano che va in malora al crescere delle menzogne, si barcamena tra desideri e delusioni, patisce il sentirsi estraneo a una società dove gli uomini hanno l’aspetto di vivi ma sono di pietra, / gente morta che s’ingegna di respirare. Tutto a volte gli sembra inconsistente e privo di senso: e par che fis’cia el vêr, / ché sèm ùmber, berlìcch, aria che passa, / niül che l’è assé ’l vent (e pare un fischio nell’aria il reale, / giacché siamo ombre, diavolacci, aria che passa, / nuvole che basta il vento). Anche se il tempo porta via amici, case, amori e speranze, proviene da quest’anima tersa e sognante un canto alla vita che si diffonde nell’aria come una scia di luce che rapidamente scompare. Un niente, ma tanto basta a rischiarare istanti indelebili e a far emergere la poesia che li pervade: bèj strâd de la mia vita, bèla gent… / mì sun passâ tra vialter ’me na spera / che sta ne l’aria e nel vardà spariss (belle strade della mia vita, bella gente… / sono passato tra voi come una spera di sole / che sta nell’aria e a guardarla sparisce).
Nelvia Di Monte
pubblicato il 23 marzo 2017