Dopo Sèison de poésia, l’antologia poetica edita nel 2014 che raccoglieva le quattro raccolte in francoprovenzale valdostano pubblicate dal 1991 al 2007, esce ora postuma una silloge che Marco Gal (Gressan 1940-Aosta 2015) aveva preparato ma era rimasta inedita. Il curatore, Giuseppe Zoppelli, spiega il percorso di questi testi, composti tra il 2007 e il 2009, con alcune correzioni e aggiunte fino al 2011, quando la raccolta era stata inviata ad Anna De Simone per la prefazione. Benché l’autore non ne abbia potuto correggere le bozze, la versione definitiva tiene conto delle indicazioni da lui date fino a quando “l’infaticabile poeta di Gressan era passato alla realizzazione di altri progetti”: vanno infatti ricordati gli studi di Gal su aspetti storici, artistici e religiosi locali, confluiti in varie pubblicazioni.
Anche in quest’opera le poesie in francoprovenzale di Flë sono accompagnate dalla duplice trasposizione in francese e in italiano. Poésie de plèisi et de dëplèisi (Poesie di piacere e di dispiacere) suona il sottotitolo, ad indicare la variegata compresenza di elementi, il mescolarsi di emozioni contrastanti, di aspettative e delusioni insite in ogni vissuto, già condensati nel titolo: Flë, ci informa l’autore nella nota iniziale, è “quel rimasuglio di fieno che si rinviene nel fienile in primavera (…) È la semenza naturale, grezza, non selezionata, che sigilla in sé tutti i germi, buoni e cattivi, dell’esplosione della vita”, simile dunque alla poesia che “esce dal germe della vita e deve rientravi senza pudori e vivere di questo scarto di piaceri e di dolori ove naviga l’essere”.
I primi testi sono riservati ai piaceri, cominciando da Plèisi d’éve (Piacere d’acqua) che rivela come l’autore non solo ponga i sensi quali intermediari tra il soggetto e l’ambiente esterno, ma veda in una raffinata sensualità il tramite per accedere all’essenza di una natura personificata, in una sorta di animismo per nulla ingenuo, in grado di proiettare la fisicità del paesaggio “in un mondo di scrosciare d’acque battesimali, / mondo puro bagnato a scrosci di sogni”. Con il lessico concreto e relativamente semplice del patois, Marco Gal sa comporre immagini complesse ed evanescenti, che dilatano a livello cosmico le percezioni più vitali o ricompongono la realtà in un’ottica straniante, talora al limite del surreale ma sempre intrisa di sensazioni e affettività. Come nella poesia Onda, dove lo sguardo del poeta si trasforma nelle finestre della sua casa, “grandi occhi immobili che sorvegliano / e riflettono la vita che si ripete”, mentre la casa diventa un’isola che naviga in un mare verde nell’attesa “da ogni parte dell’orizzonte, / che arrivi / l’immensa onda del silenzio”.
Se nel testo Piacere degli occhi è un elemento urbano, la ruella (viuzza), ad avere “occhi che bevono” il passo armonioso di una ragazza plen d’eun aveun-i sensa prissa, / puya euncarnachon de bôtou (pieno di un avvenire senza fretta, / pura incarnazione di bellezza), di solito è la natura a predominare, lo splendido e terso paesaggio montano della Valle d’Aosta, colto nei suoi elementi costitutivi essenziali così da divenire fonte di esperienza e conoscenza di sé nel mondo. Scrive la De Simone nella prefazione: “Il poeta sa far vibrare tutto ciò che esiste: un cielo, un prato sotto il suo sguardo si animano, conoscono la sacralità di una trasfigurazione”.
È una sensualità che nella corporeità dell’esserci scorge “la semenza naturale” che perennemente rinasce e si rinnova, generazione dopo generazione, simile a quella “tempesta” adolescente che il padre osserva ripetersi nel figlio: una carnalità che non è semplice erotismo, poiché la percezione si orienta al quid originario, permeato di una sacralità inesplicabile, che si chiama vita. E che contiene in sé il germe della fine e il dëplèisi che deriva dalla perdita delle cose amate: dalla cultura antica di una comunità contadina, di cui si descrivono persone, usanze, cibi di allora come reperti di un’infanzia ritrovata entrando “in una bottega / perduta in fondo al grande magazzino del tempo”. Al dolore che, come per il gatto aiutato a morire, cala su ogni vivente, sradicandolo “da questa poltiglia di carne e sangue (…) che amiamo come una condanna/ perché è il solo scoglio cui aggrapparci / nella tempesta del mare del nulla”.
Il paesaggio ricreato è caratterizzato da una nitidezza che lo sospende nel tempo: appare reale nella percezione ma ormai lontano se, ricordando le ciliegie selvatiche colte da ragazzini, viene spontanea la domanda: “C’è ancora la libertà incredibile / dove tutto è e pienamente esiste?”. Lo sguardo è il senso dominante, artefice di forme, ricordi, riflessioni, ma anche gli altri sensi trovano un loro spazio in testi dove a volte prevalgono i suoni, a volte il tatto (Toccare è il titolo di una poesia), oppure il gusto e i profumi. Tutti convergono ad un’unica meta, scorrendo fluidi come le sillabe dei versi che ne condensano il percorso: pe affinë noutro euntendemen, / eun savouren la tseur tendra di ten (per affinare il nostro intendimento / assaporando la tenera carne del tempo)”.
Fin dalla prima raccolta Ëcolie (1991), Marco Gal ha reso esplicito il rapporto inscindibile tra il patois usato e la sua poesia, poiché il proprio esserci nasce insieme a questa Lenva-lingua che appartiene ad una comunità legata in modo ancestrale a quel paesaggio : “Parlo antiche parole / nate con la mia carne vivente, / (…) / suoni cresciuti per secoli su bocche amare, / lisciati e sbattuti tra i denti del tempo”.
In Flë la struggente ed effimera bellezza della vita transita attraverso la fisicità di ciò che è dato, e lì – tramite sensazioni, percezioni ed emozioni – la si può cogliere o ritrovare: esprimerla spetta ad una lingua pi méye que noutra méye (più madre di nostra madre), a cui rivolgersi come ad una presenza familiare: “più carne, più sangue di vita sei stata / che macchia muta d’inchiostro”. Una lingua dove, non a caso, pa-olle tghetchéye (parole succhiate) rima con méye (madre), o dove san (sangue) rima con néan (nulla). Dentro poesie in versi liberi e sciolti, molti suoni rintoccano in parole anche tra loro lontane, creando legami sonori, echi che emergono in sottofondo e si dilatano verso altrove. In questa lingua la memoria non rimane impigliata al passato ma, vivificata dal presente, si schiude al futuro, perché con lei ancora si sente ciò che persiste lo lon de rive sensa adzo (lungo rive senza tempo).
Marco Gal, Flë, Edizioni Vida, Gressan 2017
Nelvia Di Monte