Chi scrive in “due lingue” non può non possedere la capacità di immedesimarsi in modi di pensare diversi, in atmosfere dissimili e a volte ne risente o il pensiero, o la costruzione poetica: è difficile di conseguenza tenere alta la tensione lirica ed il lettore se ne accorge. Altre volte il poetare in lingua ed in dialetto fa emergere un “doppio poetico”, uno sdoppiamento dell’animo poetico: ma questo non è sempre negativo, specialmente quando le due anime si integrano e completano, come nella Zoppi. E così, sono contento di unirmi a coloro che riconoscono in lei il dono della Poesia, ben espressa in lingua ed in romanesco: dono impreziosito dalla cura nella scrittura, dalla consuetudine con le parole ed anche, talvolta, da una certa “accademia”- nel verseggiare in romanesco – che però viene sublimata dalle immagini evocate e dal sentire profondo e autentico. La sua poesia- come detto da Marcello Teodonio- “ha un carattere spiccatamente interiore e lirico e rappresenta una notevole eccezione nel panorama della poesia romanesca, soprattutto epica e narrativa.” Il suo dialetto- come sostenuto da Achille Serrao – “prende le distanze dal realismo del Belli, dalla narratività pirandelliana, dal trilussismo di maniera, ancorando la propria dizione e visione del mondo all’aerea, lirica lezione di Mario Dell’Arco.” Non mancano però esempi – come in molti autori di poesia romanesca- della facezia arguta, dello sbeffeggiamento non volgare, della trovata finale che spinge al riso, come ne “Lo scambio de perzona”, “La citofonata”, “L’imbriaco”: in esse si rivela l’animo gioioso e giocoso della Poetessa, dotata di una presenza scenica ed una capacità di recitazione non comuni, quando e se si ha l’occasione di ascoltarla dal vivo.
L’uso del dialetto risulta profondamente interiorizzato, limpido, dolcemente “disperato”: “La mano ner sacchetto de la vita/ ha smucinato pe millanta vorte:/ e ha pescato la morte” (Tommola). Del resto, l’accettazione del romanesco – come confessato a suo padre ne “Nun lo dico più”- vissuto lungamente come “perzica acerba, (che) allappa in bocca” come “erba cattiva (che) guasta er prato”- avviene poco a poco, imparando a gustarlo come un dolce frutto “che s’è fatto maturo su la pianta”, ma che diviene “un cardo che s’arintorza in gola”, se non si può condividere con chi non c’è più. C’è qui la narrazione del rapporto tra linguaggio e razionalità, linguaggio ed emozione, nel più ampio contesto del rapporto parentale: questa poesia – bella e significativa- offre lo spunto per una riflessione sul dialetto, anche con l’aiuto delle neuroscienze. Infatti, si sa che il linguaggio- in particolare il dialetto, per le sue sonorità e inflessioni- resta impresso anche negli strati più profondi, inconsci, del cervello, quanto più precocemente si apprende: cosa che accade anche con la musica; riaffiora poi, e diviene consueto e quasi necessario, in modo particolare con il volgere degli anni, anche se, per vari motivi, sia stato rifiutato o dimenticato.
Non va cercata in Rosangela una poesia d’avanguardia, di sperimentazione, di ricerca linguistica: la sua è poesia consueta, poesia quotidiana, poesia “di recupero dialettale” che unisce il “dire bene”- il nominare le cose e i sentimenti – al “bene dire” che rivela cura, attenzione, a tutto ciò che è prezioso per l’uomo: l’esistenza, la natura, il trascendente. Tanto che il “bene-dire” spinge a fare in queste composizioni, un ardito parallelismo tra religione e poesia: la “religio poetica” della Zoppi si definisce così inserita nella tradizione che va da Cicerone allo storico Enrico Montanari, secondo cui “ l’origine del termine "religione" è da ricercarsi nella coppia dei termini religere/relegere intesi come "raccogliere nuovamente", "rileggere"- osservare "con scrupolo e coscienziosità l’esecuzione di un atto"e quindi eseguire con attenzione l’atto religioso (poetico). L’amore per la Città, per la sua storia e tradizione, per le strade, la musica, i miti, tutto si impasta nei suoi versi per offrire un dolce gustoso, mai troppo dolce, mai stucchevole.
La Poeta Rosangela è “un cuore vagante…un pensiero lucente…un sentiero… che porta a dolci pianure”;per lei la vita è vita, perché “scarsi di fede e di cuore/ immersi nell’orrore…/ Eppure viviamo/ perché parliamo di domani”; il pensiero sull’eterno e l’infinito, diviene “un’ansia lieve/ d’armonia con quel silenzio/ che certo fu all’origine./”: è lo stupore di fronte al mistero, non angosciante, ma inesprimibile per scelta, senza la parola e il suono, lo stesso che precedette il “grande bang”.
Il medesimo stupore si rivela nel titolo attribuito alla piccola, ma preziosa antologia “aperilibro n. 11” con il misterioso rifiorire di ciò che sembra morto (lo stecco, che rima con secco), il rinnovarsi della natura e della vita, il ciclico ritorno del tempo; ma anche il passato che rivive nel ricordo, nonostante il rammarico per il tempo che “se piazza accapo al letto e, scompiacente,/ me dice a brutto muso: stai in ritardo!/”
Si può ritrovare un parallelismo tra le poesie in lingua e quelle in romanesco; apprezzare da una duplice prospettiva – di stile, linguistica, di suono – una medesima tematica, come in Avere e Er pozzo, il tema del tempo, dell’infinito, della morte; in Da sola e Più oltre, la solitudine vissuta in quiete ascoltando la propria ombra; in L’orloggio e Non sempre, l’ambivalenza e il limite della memoria, che gioca con il tempo, la mente, gli affetti.
L’uso del verso libero, la mancanza di rime, una musicalità interna, la cura delle parole e dei segni di punteggiatura caratterizzano le composizioni in lingua; le poesie romanesche – in verso libero di quinari e settenari ed endecasillabi, alcune, in quartine di endecasillabi, altre – vengono scandite da una rima discreta, quasi una “cadenza” ; la rinuncia al sonetto contribuisce alla leggerezza delle composizioni e non lascia rimpianti di stile ai lettori “accademici”.
Avere
Ciò che ora ci appartiene
sarà del tempo domani
e lentamente
farà parte dell’infinito.
Tutto di questa vita
scivola dalle nostre mani
e non si posa
come l’acqua del fiume
che le fragili canne
non sanno fermare.
Er pozzo
Calo er secchio ner pozzo der passato:
ciò voja d’aggustamme la freschezza
de un po’ de giovinezza,
de parole scordate,
de strilli, de risate.
Vojo giocà a campana, a mazzarocca,
inzino a quanno er secchio nun trabocca,
vojo la cerbottana,
la pupazza de lana…
… Mentre mamma ariduna
li pupi e fa la conta
p’apparecchià la tavola,
er secchio sale e la girella sgnavola.
E papà co zi’ Annita e zi’ Adelina
se ne stanno in cucina a chiacchierà:
‘no sbarbajo de sole
j’allustra le parole,
le fa sbrilluccicà.
Ma proprio mo ch’er secchio è riassommato,
m’accorgo ch’è bucato
e da ogni buco sorte
un fiotto d’acqua dar color de morte.
Da sola
Lassateme da sola in d’una stanza,
come un ucello in gabbia che nun vola,
a strigne in pizzo ar becco
sto rametto de vita mezzo secco
che un po’ a la vorta sfronno.
Ormai solo a distanza
je vojo bene ar monno.
Più oltre
So che di là da queste ombre
schiere di raggi mi attendono.
So che posso affrontare
l’intrico buio dei rami
e andare aventi con le poche certezze ai fianchi
appese, come lanterne
a rischiarare il cammino.
L’orloggio
L’orloggio vecchio tuo è arimasto qua,
ner tiratore de sto commodino
‘ndove ogni tanto er core
se mette a smucinà.
Da trent’anni oramai le du’ lancette
so ferme su le sette e er centurino
de pelle arinzecchito
e tutto scolorito
s’è areso ar su’ distino.
Ma quanno smorzo er lume e se fa buio,
tramente un guazzabuio de penzieri
s’aggita ne la mente
e, come fusse gniente,
l’oggi addiventa jeri
e er passato s’abbraccica er presente,
l’orloggio tuo de botto, a la sordina,
se sveja e aricammina.
L’ore attaccheno a core come matte,
forse p’aricchiappatte,
ma inutirmente,
perché quer ticche-tacche che se sente
è solamente er còre mio che sbatte.
Non sempre
Non sempre ha la memoria
braccine soccorrevoli
da sollevarti glia anni sopra il capo
quel tanto che ti giungano
gli echi del vissuto.
A volte, cruda, lascia
che avanzi il buio della mente
per spegnerti la luce d’un ricordo,
altre volte ti negata la carità d’un seme
di quel che è ormai sfiorito.
Allora farai conto
su quel poco che resta agglutinato
al presente di chi con te d’allora
qualche raggio di sole ha condiviso.
Rosangela Zoppi è romana e vive a Roma. Laureata in Scienze Politiche, ha lavorato alla RAI, alla Telespazio e ha insegnato inglese, per un breve periodo, presso un istituto statale. Da molti anni si dedica alla poesia, in dialetto e in lingua. Vincitrice di diversi concorsi, ha pubblicato alcune raccolte poetiche, tra le quali ricordiamo: Mo ch’er primo cartoccio l’ho vòtato (2001), Neve marzarola (2004), Le mie parole per gli altri (1990), Prima che il cuore impietri (2005), Frammezzo ar maruame (2005) ed il romanzo storico Una donna contro un re (2000). Insieme con Claudio Sterpi, ha scritto “SPQR – Sproloqui, Proverbi, Quisquilie, Ricordi – Roma e il suo popolo” (2011). Sue liriche sono apparse su molte riviste italiane e straniere e sono state tradotte in francese dal poeta Paul Courget. Si interessa di teatro (testi e regìa) e di traduzioni; di Eliot ha tradotto Assassinio nella Cattedrale (2016).
Rosangela Zoppi, Fiore di stecco, Collana Aperilibri, Ed. Cofine, Roma, 2018
Maurizio Rossi
Pubblicato 4 maggio 2018