Ferri vecchi di Pierino Pennesi

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

I ferri vecchi sono “robba speciale/ che n’ha lassato ‘n grammo de monnezza/ ma solo un’eco della giovinezza” sono cose,  “idee realizzate,/ le giocarelle della scimbia umana”, che oggi però, so’ cambiate/ e drento adànno ‘na sostanza strana/…guasi avesseno n’anema crischiana”.

Nel tempo dei devices per tutte le età, parlare di utensili, e per di più “vecchi” può sembrare l’ennesima malinconia del tempo che fu; se non fosse per il bricolage e le biciclette- anche nelle grandi città- con i quali l’homo digitalis cerca di mantenersi habilis e homo.  “…Sapivo fa le ‘nnode co’ le corde/…sull’arbere pianavo come ‘n gatto/…addoprà chiode e martello/…’r penzà prima che ditto adera fatto…” ricorda l’Autore, enumerando le sue e altrui abilità di un tempo.

Pennesi fa tutt’altro che rimpiangere o condannare il progresso: nel ricordare e nel ripresentare i vari strumenti- quasi tutti di una civiltà contadina – egli richiama il gesto o i gesti che erano loro legati, spesso evocati dallo stesso nome, il progressivo affinamento degli stessi, l’umano disporsi con tutto il corpo e con la mente all’azione, l’inventiva sottesa per alcuni lavori “adè ‘nder fa l’oggette che c’è ‘r nodo/ ‘ndell’addopralle come ‘na maggia/…

Tant’è che quando ritrova nel terreno un ferro vecchio, lo ripulisce dalla ruggine che lo ha intaccato, gli mette “pe’ bellezza du’ fiocchette/ p’onorallo ‘llavoro c’ha patito/ e cusì custodito/ ce l’ho attaccato sopra ‘na parete/ “ …e ne assapora la sete di vita; come una eco della vita in esso contenuta, “seme antico per nuove piantagioni”come dice il sottotitolo. L’Autore stesso, nella prefazione spiega molto bene le sue intenzioni: “…Ho voluto comunicare tale sensazione nella speranza…di diffondere alle nuove generazioni semi da coltivare nelle condizioni attuali…Io voglio credere che, sotto le apparenze di superficialità tecnicista, nei giovani rimanga il desiderio di senso per le proprie azioni, capace di rigenerare atteggiamenti e modi di vita.” Quei giovani che magari perdono un po’ di tempo con l’anziano “pe’ spiegà/ come de tante aggegge se viè schiavo/…” ed è questo il paradosso di una generazione che si vuole giustamente affrancare dall’autorità e dal passato!

Frattanto, la “ruzzena, pe’ strade sue contorte/ e co’ l’umidità che benedice/…risurta alla fine vincitrice/…perché il Poeta sa che “E’ ‘nder tempo la legge che commanna/ e tutto quello che l’omo produce/ prima o doppo alla ruzzena condanna/…” Ma senza disperarsi, perché egli appartiene  alla generazione del calendario con “le fojette, le giorne che dio manna,/ scritte su carta d’ala de moscone” giorni e foglietti leggeri, non perché privi di fatica e anche miseria, ma per la loro “trasparenza”, schiettezza” che te faciva scorge er giorno appresso e te deva la speranza pe’ er presente”. Solo intravedendo il futuro e le nuove opportunità che può contenere, si vive l’oggi con speranza; ma sarebbe da sciocchi, o da illusi, immaginare il futuro senza ricordare e accogliere il passato, vale a dire: “semi antichi per nuove piantagioni”, ennesima efficace metafora della Poesia.

Nei sonetti della silloge vengono enumerati strumenti e utensili d’ogni tipo, tutti evocativi di mestieri in gran parte scomparsi, di abilità e qualità umane oggi sconosciute; non manca il riferimento al mestiere del poeta, che Pennesi vive come la ricerca di una “sintonia”- simile alla ricerca delle stazioni nei vecchi apparecchi radio- tra quello che vive, e che riesce ad esprimere e a comunicare.

 

 

 

L’accetta

 

Vola nell’aria e schiocca sopra ‘l legno

l’accetta e la pedagna nu’ la sente,

l’arbero serra e trattiene l’ordegno

come sperasse ancora che te pente.

 

La prima botta nu’ lo lassa ‘r segno

ma micidiale è quella susseguente

che data co’ la forza e co’ l’ingegno,

apre la strada a ogni artro fendente.

 

Vòleno via le tacchie a una a una

e’r filodell’accetta s’è ‘nfocato

e ‘nder tronco c’è già ‘na mezza luna;

 

l’arbero geme tutto sbilanciato

‘n’urtima botta su la scorza bruna

e se sfragne per terra macellato.

 

 

 

Sintonie I

 

L’aradio de ‘na vorta c’ho presente

co’ la rotella de la sintonia

che fischiava ‘qua e ‘nlà come ‘n serpente

quella me fa capì la poesia.

 

C?aviva ‘na lucetta ‘nteliggente

che cambiava colore a fantasia

veniva verde si prescisamente

ere arivato su la giusta via.

 

C’era ‘na riga rossa che scurriva

direto ar vietro e tutte le stazione

scritte cor nome proprio te diciva;

 

l’occhio maggico mesto in posozione

la musica perfetta se sentiva

era proprio ‘na gran soddisfazione.

 

 

Sintonie II

 

‘R bravo poeta quello che se sente

girà ‘n testa o ‘nder core ‘n frenesia

coll’arte sua semprice e paziente

lo mette su la carta in armonia

 

e nun c’è trucco che nun sie evidente

come fusse ‘na specie de maggìa

le parole racconteno  a la gente

le magagne de quella sintonia;

 

quanno però ce ‘nbrocca de preciso

e da la penna l’esce giù la vena

allora ècchete ‘r pianto oppure ‘r riso

 

e te pare de sta drento la scena,

te s’illumina ‘r core e sprenne ‘r viso…

ma dura quanto ‘n volo de falena.

 

Pierino Pennesi, Ferri vecchi, Gimax, S. Marinella (RM), 2015

 

Pierino Pennesi.   Nasce ad Allumiere nel 1947 e ci vive fino all’età di 11 anni.  Si trasferisce poi, nel collegio di S. Domenico di Arezzo per proseguire gli studi. Vestito l’abito religioso, si sposta a Pistoia, dove frequenta il liceo classico e gli studi universitari interni al Seminario Vescovile; ma, entrato in conflitto interiore con la vita religiosa, dopo il primo anno lascia l’abito e torna al suo paese di origine. Riprende a studiare per conseguire la maturità classica pubblica  e contestualmente vince un concorso e inizia a lavorare presso l’ISTAT. Si iscrive alla facoltà di Sociologia  presso l’Università di Roma, dove frequenta i corsi senza completarli, avendo nel frattempo formato una famiglia.  Appena raggiunta la  pensione, lascia il lavoro per dedicarsi alla campagna, alla fotografia e alla poesia. Ricerca e usa il dialetto allumierasco per l’ottava rima,  i sonetti ed altre forme metriche, riservando  l’italiano soprattutto per poesie in versi sciolti. Ha ottenuto  riconoscimenti in varie edizioni del “Vincenzo Scarpellino” per i dialetti del Lazio. Con questa silloge edita ha ottenuto il III premio al “Salva la tua lingua locale” 2016.

 

 

Maurizio Rossi                                                                       

 

 

 

Pubblicato 26/10/2109