‘Fabrica e altre poesie’ di Fabio Franzin

Poesia dal profondo della crisi

Fabio Franzin non demorde e con Fabrica e altre poesie (Ladolfi Editore , pp. 223, euro 15) ripropone il suo Fabrica (Borgomanero, Atelier, 2009), ormai esaurito, con numerosi inediti, mettendo poeticamente i piedi nel piatto di una crisi di entità incommensurabile dalla quale tanti, troppi scrittori e poeti girano (colpevolmente?) al largo.

Perciò come non condividere quanto afferma nella prefazione al libro Giuliano Ladolfi intitolata appropriatamente “La parola che brucia”? "Ottime elucubrazioni, graziosi bozzetti, trovate ingegnose, retorica sapienziale, ma dove cercare la vita nella poesia italiana contemporanea? Non è facile districarsi tra accademia e conventicole editoriali, tra promozioni e antologie, tra consacrazioni e icone massmediatiche. E nel frattempo la società cambia aspetto in modo totale: è finita un’epoca e se ne apre un’altra. Il ‘villaggio globale’ non è più soltanto un’utopia, è una rete collegata da internet, tv satellitare, cellulari e disastri economici. Popoli interi si disperdono, la tradizione corre il pericolo di essere annullata, si affacciano alla civiltà dei consumi nazioni prima sottosviluppate come Cina, India, Brasile, Russia, Sudafrica, Messico. E si continua a scrivere come se il mondo si fosse fermato all’età romantica.”

Chiarissimo l’intento del libro. Ce lo sintetizza come meglio non si potrebbe lo stesso Franzin: “Perché ancora Fabrica?, perché riproporlo, a distanza di quattro anni, pur corredato da una manciata di testi usciti in raccolte successive e da un nutrito corpus di inediti. Perché la raccolta, dopo due edizioni, è esaurita, innanzitutto, e perché questa pseudoantologia ripercorre, anche storicamente, il prima e il dopo della mia esperienza da cui ho tratto il materiale di “fabbrica”. La scomparsa della civiltà contadina avvenuta con l’industrializzazione del nord-est, e la crisi, umana, economica e industriale che ne sta corrodendo il tessuto sociale. Poi perché, chi ne scrive, ha vissuto intensamente ogni snodo epocale: la pianura, la terra vissuta e percorsa da bambino; trentadue anni spesi dentro un capannone, e ora l’affanno della deindustrializzazione col suo esercito di inermi cassintegrati.”

La poesia di Franzin, ci lascia sbigottiti, come la realtà che è sotto i nostri occhi che spesso facciamo finta di non vedere. Il suo è un linguaggio asciutto e urticante, senza retorica, senza querimonie, quello che è più adatto a descrivere il dramma che si consuma giorno dopo giorno, lasciandoci senza fiato e senza parole. Ma Franzin quelle parole, brucianti, ce le ha.

Un paio di esempi. In “me despiase” un kosovaro, un compagno di lavoro, chiede un prestito di cinquanta euro: el se vardéa tii pie / pa’ far su ‘l coràjo de chee paròe / chissà par quant rumegàdhe – lo sa / che ‘ò dó fiòi, el mutuo pa’a casa / e tut el resto – e za ‘l savéa, son sicuro / anca ‘a mé risposta, parché no’l se ‘à / ciapàdha, sì, sì, certo, capisco l’à dita / sgorlàndo ‘a testa intànt che ‘ndessi / verso i reparti, i guanti strenti tea man. / Però mi nò che no’ lo riconossée pì / co’là che ghe ‘à tocà dir mi dispiace / proprio co’ iera drio sonàr ‘a sirena / e no’ restéa tenpo nianca pa’a vergogna (si guardava nei piedi // mentre formulava / quella sua richiesta / chissà quanto a lungo meditata – lo sa / che ho / due figli il mutuo per la casa // e tutto il resto – e sono sicuro conoscesse / / anche la mia risposta perché non se l’è / presa sì, sì, certo, / capisco continuava // a dire scrollando la testa, intanto che ci avviavamo / / verso i reparti, stretti i guanti nella mano. / Però io no / che non lo riconoscevo // quello che ha dovuto dire mi dispiace / proprio quando suonava la sirena / e non c’era più tempo neanche / per la vergogna).

Ancora la vergogna domina in “Sen in fìa” (Siamo in coda): Sen in fia, zent da òni part del mondo, / drio ‘a porta de ‘ste ajenzie interinài, / sen in fia, oniùn co’a só carta in man, / ‘a speranza fiapa. ‘E tose drio ‘l banco / òni tant ‘e sbufa, ‘e rebalta ‘i òci verso / el sufìto come sante in estase tii quari / del rinassimento. No’ un dio tea visión / però, ma sol ‘na processión de pòri cristi / che insiste, prega, domanda in imòsena / un lavoro che no’ l’esiste pì, pa’ nissùni, / che no’l se crea nianca co’ un miràcoeo. / Sen in fia, strachi de star in coda pa’ nient, / de tornàr indrìo co’ i sòiti pensieri. Fòra / l’é za scuro, fòjie zae sóea zo dae rame, / un vent rabioso le fa córer tel ‘sfalto, / le para drento ‘e pòce slòzhe. Ècoe qua / ‘e nostre speranze, èco ‘ndo’ che ‘e va / a finìr. Fra poc el jazh le fermerà, là co’ / lù, fra poc sarò casa da mé fiòi, dai òci / bèi de mé feména, e no’ ‘varò coràjo / de incrosarli, no’ ‘varò paròe, par lori (Siamo in fila, genti da ogni parte del pianeta, / dietro la porta di queste / agenzie interinali, / siamo in fila, ognuno col suo curriculum in / mano, / la speranza fioca. Le addette oltre il banco / ogni tanto sbuffano, / volgono lo sguardo / al soffitto come sante in estasi nei dipinti / / del rinascimento. Non un dio la visione / però, ma solo una processione / di poveri cristi / che insistono, pregano, chiedono l’elemosina / / di un lavoro che non esiste più, per nessuno, / che non si crea / neanche con un miracolo. / Siamo in fila, stanchi di stare in coda per / niente, / di ritornare indietro coi soliti grattacapi. Fuori // è ormai / buio, foglie gialle volteggiano giù dai rami, / un vento rabbioso le fa / correre per l’asfalto, / le depone dentro le pozzanghere. Ecco / le nostre / speranze, ecco dove vanno / a finire. Fra poco il ghiaccio le chiuderà, / là con / esso, fra poco sarò a casa dai miei figli, dagli occhi / belli / di mia moglie, e non avrò coraggio / di incrociarli, non avrò parole, / per loro).

“La poesia di Franzin – osserva giustamente Giuliano Ladolfi – ripropone una poesia ‘civile’ (…), una poesia ‘a misura d’uomo’, quella che sconvolge non solo il consueto modo di vedere il mondo, ma anche il consueto e pacifico modo di vivere l’esistenza, perché lacera le coscienze e le costringe a scontrarsi con i problemi che una società ricca ed opulenta tenta di dimenticare. La poesia di Franzin non è solo voce di chi non ha voce, ma è anche la coscienza inquieta di una società che sta smarrendo la preziosa eredità umanistico-cristiana in nome di una deriva disumanizzante.”

Ricordiamo che il dialetto di Franzin è quello parlato nell’Opitergino-Mottense, variante del dialetto Veneto-Trevigiano e si individua geograficamente nella zona compresa fra i comuni di Oderzo (l’antica Opitergium) e Motta di Livenza e si estende fra le acque dei fiumi Livenza e Monticano, nel Trevigiano sud-orientale; confina, (a una manciata di chilometri) a Nord-Est con la Provincia di Pordenone, e quindi con la regione Friuli Venezia-Giulia, e ad Est con la provincia di Venezia

Dal libro citato infine proponiamo queste tre poesie:

El reticoeàto

Lo ‘à cavà fòra mé fioét daa tèra
– ‘pena smojiàdha da ‘na piovéta
benedeta dopo un mese de sec
e caldo infernàe – ‘sto toc stort
de reticoeàto rùdhene che ‘dèss
mé fémena l’à metù, là, in pie,
te un dei só vasi de vero, come
se ‘l fusse un fior. Catà sabo

scorso te un picnic tel Montèo
drio un vigneto de prosecco,
a dó passi da l’abazhia mozha
de Nervesa*. Vinti schèi de fèro
intorcoeà, in mèdho ‘e tre stée
co’e ponte che spuncia. Ghe dise

a mé fiòl che i ‘o tiréa, tre righe
longhe òni pal, un toc prima
dee trincee, come ostàcoeo
a l’atàco, come ultima difesa
prima dea lòta a l’arma bianca.

Lo varde, ‘sto spezhón troncà
chi ’o sa se da ‘na bonba o da
‘na tanàjia, chi ’o sa se stort
da un corpo croeà parsora, mort.
Lo varde, ‘sto toc dea corona
de Cristo, ‘sta roa restàdha
incastrada drento ‘a tèra par
squasi un sècoeo senza mai
far more, ‘sta réichia del mal,
de l’odio. Lo varde come che
se varda un fòssie, ‘na busìa.

‘Dèss che ‘e roe de l’Europa
le ‘é fate dei numari revèssi
de sprèd e debiti, dai eserciti
disarmàdhi dei disocupàdhi,
e no’é bastà tut chel sangue
sparpagnà fra l’erba e i sassi

pa’ far nàsser el fior dea pase.

Il filo spinato – Lo ha estratto il mio figlioletto dalla terra / – ammorbidita da una pioggerellina / benedetta dopo un mese di siccità / e caldo infernale – questo pezzo storto / di filo spinato arrugginito che ora / mia moglie ha infilato, lì, ritto, / in uno dei suoi vasi di vetro, come se fosse un fiore. Raccolto sabato // scorso in un picnic sul Montello / lungo un vigneto di prosecco, / a due passi dai resti dell’abbazia / di Nervesa. Venti centimetri di ferro / attorcigliato, in centro le tre stelle / dalle punte acuminate. Dico // a lui che lo tendevano, tre righe / lunghe ogni asta, dinnanzi / alle trincee, come ostacolo / all’attacco, come ultimo baluardo / prima dello scontro all’arma bianca. // Lo guardo, questo spezzone troncato / chi sa se da una bomba o da / una tenaglia, chi sa se storto / da un corpo crollatogli sopra, morto. / Lo guardo, questo pezzo della corona / di Cristo, questo rovo rimasto piantato dentro la terra per / quasi un secolo senza mai / produrre more, questa reliquia del male, dell’odio. Lo guardo come / si osserva un fossile, una menzogna. // Ora che le spine dell’Europa / sono composte dai numeri negativi / di spread e debiti, dagli eserciti / inermi dei disoccupati, / e non è bastato tutto quel sangue / versato fra l’erba e i sassi // per far spuntare il fiore della pace.

* L’abbazia è quella di Nervesa della Battaglia, famosa perché Monsignor Della Casa, intorno al 1551, ivi vi scrisse il famoso “Galateo”. Nella prima guerra mondiale fu quasi totalmente distrutta durante i bombardamenti sulla linea del Piave, e così, mozza e sventrata, accoglie ancor oggi i suoi visitatori fra le colline del Prosecco.

Curiculum

No’ so, forse me sarò anca sbajià,
forse no’l iera ‘l mé curiculum quel
che ‘a segretaria bionda l’à fat su
te un baeòt, e po’ butà sot ‘el banco,
sot’ el só sorìso gentìe, el conpiuter,
el teèfono “attenda in linea, vedo se
è libero”. Ma son vignù fòra rosegà
da un brut dubio “ha compilato tutto?
i recapiti telefonici li ha trascritti?”
da che l’ofìcio lindo, pièn de vetrate
e piante e divaneti rossi, giornài de
barche e cavài da sfojiàr. L’é stat un
rapresentante che spetéa de ‘à, sentà
te chealtra saéta, ‘a só sagoma scura
in jessàto a schermàr al vero, a farlo
spècio che mostra ‘l sèst de chii déi,
dea man, fra ragno e pugno intant che
verdée ‘a porta. Forse ‘l mé toc de carta
lo ‘vea za mess zo, forse ‘a baéta drento
el zhestìn ièra un só apunto che no’
servìa pì, sì, chissà. Forse me sarò
anca sbajià, o forse l’é sbainà ‘sto
tenpo, che sbrana senza pì ‘baiàr.

Curriculum – Non so, forse mi sarò anche sbagliato, / forse non era il mio curriculum quello / che la segretaria bionda ha appallottolato / fra le mani, e poi gettato sotto il bancone, / sotto il suo sorriso cordiale, il computer, / il telefono “attenda in linea, vedo se / è libero”. Ma sono uscito roso / da un brutto dubbio “ha compilato tutto? / i recapiti telefonici li ha trascritti?” / da quell’ufficio lindo, tutto vetrate / e piante e divanetti rossi, riviste di / barche e cavalli da sfogliare. È stato un / rappresentante che attendeva di là, seduto / nell’altra saletta, la sua sagoma scura / in gessato a schermare la trasparenza, a renderla / specchio che mostra il gesto di quelle dita, / della mano, fra ragno e pugno mentre / aprivo la porta. Forse il mio pezzo di carta / lo aveva già deposto, forse la pallina dentro / il cestino era un suo appunto che non le / serviva più, sì, chissà. Forse mi sarò / anche sbagliato, o forse è sballato questo / tempo, che sbrana senza più abbaiare.

Autoritràto (a 50 àni, disocupà)

‘E man tii òci, come a vóer ‘scónder
via ‘a realtà, e tègnersea drento tuta
‘a desperazhión. I dei vèrti che fraca
tea front nuda, rughe fonde se ingrespa
sora ‘e zhéjie, un pòice sfiora el mòll
dea recia. I nervi, po’, ‘e vene, nosèe.
Dei che ciama un siénzhio crudo, ‘na
assenza romai fata, marzha. Palme
che scava ‘a carne co’a carne, ‘i ossi
co’i ossi, onge rote che sgrafa ‘a pièra
tonda dei pensieri. E po’ strissi, mace
scure. Tumori tea memoria, ictus come
rùdhene, jozhe grise tea polpa dei sogni.

‘E man tii òci, morte, stonfe de ‘àgreme
o ‘ssute come rame seche, man che no’
pòl pì far uso dea só arte, che no’ sa pì
stacarse dal muso pa’ zontarse basse,
pregar. Man come sgranfi, ragni del mal
che i brazhi no’ rièsse a trar via dai òci,
che ciucia ‘l ciaro aa speranza. Sot de lore
un buso nero, un zhigo grando, senza vose.

Autoritratto (a 50 anni, disoccupato) – Le mani sugli occhi, come a voler nascondere / la realtà, e custodirla tutta / la disperazione. Le dita aperte che premono / nella fronte nuda, rughe profonde si increspano / sopra le ciglia, un pollice sfiora il lobo / dell’orecchio. I nervi, poi, le vene, nocche. / Dita che chiamano un silenzio crudo, una / assenza ormai matura, marcia. Palmi / che scavano la carne con la carne, le ossa / con le ossa, unghie spezzate che graffiano la pietra / convessa dei pensieri. E poi, strisci, macchie / scure. Tumori nella memoria, ictus come / ruggine, gocce grigie nella polpa dei sogni. // Le mani sugli occhi, morte, umide di lacrime / o asciutte come rami secchi, mani che non / possono più far uso della loro arte, che non sanno più / staccarsi dal viso per congiungersi basse, / pregare. Mani come crampi, ragni del male / che le braccia non riescono a strappare dagli occhi, / che succhiano la luce della speranza. Sotto ad esse / una buia voragine, un urlo grande, senza voce. 

 

12 marzo 2012