“Explicit” di Francesco Paolo Memmo

Recensione di Vincenzo Luciani

Quando pubblicai il mio primo libro di poesia “Il paese e Torino” Antonio Salemi, il mio schietto e toscanissimo tipografo editore mi disse perentoriamente: “Vincenzo, la copertina gli è la metà del libro”. Sul momento ci restai molto male, poi riflettendoci e facendo attività editoriale, capii quel messaggio e ne feci tesoro.

Ne ho tenuto conto, anche esaminando la copertina di questa raccolta poetica di Francesco Paolo Memmo che giunge dopo 30 anni di non inoperoso silenzio, ma denso di letture e di accumulo interiore, poi di composizione e di labor limae.

Ho intrapreso la lettura di Explicit con grande rispetto, inculcatomi dai suoi cari interlocutori di un circolo poetico amicale ristretto, Ferdinando Falco e Achille Serrao (che non sono più con noi) e Mario Melis “esiliato” in quel di Palestrina. Essi mi parlavano di Memmo sempre con tono più che ammirativo. Pur avendo desiderio di conoscerlo ne ho avuto occasione solo in questi ultimi anni ed ho compreso il perché della ben risposta considerazione da parte dell’eccellente trio prima citato.

Del resto la sua biobibliografia, che riporto in fondo a questa recensione, è eloquente sia per quanto riguarda la sua attività di critico letterario che per quella poetica. In questi ultimi anni è nata con lui anche una collaborazione con la curatela della rubrica “Poesie per un anno” nella quale su “Poeti del Parco”, con cadenza quotidiana propone una poesia e una breve nota critica su poeti, molti dei quali, sconosciuti ai più, a dimostrazione ulteriore della sua studiosa competenza.

Rimanendo ancora all’esame della copertina del libro, trovo molto interessante la breve nota illustrativa della raccolta, un esempio di capacità di sintesi e di analisi, utile alla comprensione dei testi proposti, che è favorita pure dalle efficaci brevi note dell’autore, in una specifica sezione.

«Chi legge – cito dalla nota – pensa che dietro l’Explicit che titola il libro – compatto nella sua urgenza – ci sia la ripresa dolorosa di un discorso interrotto, se ora può quasi far proferire: “coi miei morti potrei / parlarci in sogno ancora a tu per tu”. L’ironia di sempre, la ricchezza sobria della parola mai venuta meno nel profondo di sé. Neanche quando il silenzio, perseguito per più di trent’anni, sovrastava tutto. Memmo, che forse se n’era andato a vivere su un monte, infastidito da una impoetica mondanità, è ricomparso e ha ripreso a scrivere “con lo stesso furore” calmo della giovinezza.»

In copertina infine, a proposito del dialogo con i suoi morti, un tema ben presente nella raccolta, esemplare è la poesia dedicata al padre e che suppongo stia molto a cuore al Poeta: «Questo mi ha detto mio padre, / in piedi accanto a me seduto alla mia scrivania, / sorpreso di vederlo, stanotte, / la rara volta che m’è venuto in sogno: / “Studia, mi raccomando, fa’ il bravo, e attento / alle cattive compagnie”, a me che in sogno / ero quello di adesso, con la mia età di adesso, / che nella stanza ancora sento impregnata / l’aria del fumo delle sue sigarette.»

Non a caso, la poesia che intitola il libro, i cui testi sono stati composti fra il settembre 2023 e l’agosto 2025, è collocata al termine dello stesso ed ha un tono conclusivo, quasi un testamento. Explicit: in filologia e letteratura (dal latino) si riferisce alle parole conclusive di un’opera. Deriva dal latino explicitus est liber (“il libro è completamente srotolato”). Nei manoscritti: Era la formula (es. Explicit liber primus) con cui gli amanuensi nel Medioevo indicavano la fine di un’opera o di un capitolo. Nella letteratura: Per estensione, indica le parole conclusive di un testo, contrapponendosi al termine incipit (che indica l’inizio).

Ed ora godiamocela la poesia “Explicit”!

Lo conosco. Sì che lo conosco / questo brusìo che lentamente s’alza / finché diventa assordante fragore. / E questa tenue fiamma di candela / da cui si accende un indomabile incendio / la conosco, da tempo la conosco. / Io li conosco tutti / i rumori del mondo e le sue fiamme: / rimpiango il buio e il silenzio / dei cui resti adesso m’accontento / e in cui mi provo a stare / nel tempo che rimane. / E sì, lo so che qui dichiaro la mia / vigliaccheria. Ma è la sola mia difesa, / questa, la mia sola salvezza.

Il tema dei sogni e i ricordi famiglia – E’ ricorrente nella silloge a partire dal “Sogno n. 1”, p. 11, un ritratto di famiglia di tanti anni fa, lucido. Ci rimangono impressi «la foto di lui in sella alla sua moto» e «Seduta a letto mi guarda con occhi di vetro / una bambola vestita in panno lenci. La padrona / di casa bella nella sua straripante obesità / spinge cantando sul pedale della Singer nuova». Un’epoca rievocata in pochi, essenziali versi. “Tutto qui” conclude Memmo, e a noi viene da aggiungere, e scusate se è poco. E l’arte poetica consiste proprio in questo: le parole, solo quelle giuste, capaci di descrivere un mondo che torna in un sogno.

Nella poesia successiva (“I sogni” ) il poeta descrive molto bene il fondersi del colloquio con i propri morti di notte e di giorno con domande che purtroppo restano senza risposta.

I ricordi di famiglia sono raccontati con poche, esatte parole. Vedi ad es. “Il consólo”, p 42, rievoca il giorno in cui morì suo padre, vittima di un incidente motociclistico. Era la vigilia di Natale del 1954. Aveva sei anni e mezzo. Michele era un compagno di giochi.

A me dettero un mazzo di carte, delle biglie, un Intrepido / o forse un Monello e un bel mucchietto di figurine Liebig. / Erano il mio consólo. Sotto casa, Michele mi aspettava / per scambiarci i doppioni, per giocare a soffietto.

Strepitosa poesia è “La Standa”, p. 56, «una variazione, in chiave autobiografica, – così la definisce Memmo – di un celebre testo di Zanzotto così linguisticamente potente, con una ripresa quasi letterale là dove si parla delle “più o meno truffaldine meraviglie” che si celano nel grande magazzino». Memmo esordisce con un’affermazione che sembra a prima vista esagerata: Un tempo i bimbi erano contenti / d’esser venuti al mondo perché c’era la Standa. / Anch’io che mi sembrava d’essere bambino / dentro un film di fantascienza in technicolor e, a seguire, un’elencazione delle meraviglie: «le oblique scale mobili che portavano al piano di sopra al paradiso dei giocattoli» e poi:le scatole del Lego – i trenini elettrici – i modellini della Ferrari della Croce Rossa della Lamborghini, ecc. e incancellabile ricordo: (Io d’inverno alla Standa ci andavo con mia madre / ci rimanevo per anche più di un’ora / a godere di quel teporino proprio un bel calduccino). La mamma ritorna ancora in “Di cosa soffre la mente, p. 74, nel luogo dove adesso mi trovo / – lungo l’Appia, nei pressi dell’Acqua / Santa (lì dove da bambino mia madre / coglieva la cicoria, la domenica)

E infine il “Sogno n. 3”, p. 71 e in copertina, di cui ho accennato in apertura, un commovente ricordo che ci fa rivivere un tempo andato con l’immagine paterna e «l’aria del fumo delle sue sigarette.»

L’impegno politico e civile – In “Seconda domenica delle salme”, p. 20, Memmo constata con rammarico la “disimpegnata” situazione attuale: E noi immobili statue di gesso / ritirati nelle nostre catacombe / chi senza più voce / chi con la paura di perdere la voce / ancora respiriamo. Ma a stento. Ma subito dopo in “Controcorrente”, p. 22, riconferma il suo impegno civile, mai venuto meno: Andare controcorrente. / Come il salmone, come l’anguilla di Montale. / Come l’estate che resiste all’autunno. / Scrivere nel 2023 / con lo stesso furore di un tempo.

L’ars poetica – Memmo è un sopraffino esperto di metrica e ordina i suoi versi con una maestria sorprendente e con una capacità unica e rara di nascondere l’artifizio. In “La Luna”, p. 13, restiamo folgorati dalla straordinaria scorrevolezza ritmica dell’incipit: La luna questa notte benché piena / è stranamente opaca. E il poeta che l’ammira semplicemente senza muoversi da “invecchiato voyeur”.

Deliziosamente Memmo racconta la sua “Scoperta della poesia”, p. 39, (precisando in nota che: era l’anno scolastico 1966-1967 e la professoressa “seminatrice” della passione poetica, Alessandra Morbidelli):

(…) leggete, ragazzi, / sentite come odorano di mare questi versi, / e ricordate – aggiunse –: per capire / davvero la poesia fino in fondo / dovete usare tutti e cinque i sensi / (il sesto ce l’hanno solo loro: i poeti). // E dunque come potrei / ancora adesso non amare quella donna / dai denti anneriti, dai capelli / che non conoscevano shampoo,

Lo sguardo periferico – In “Primo catalogo, a piedi, p. 23, in un “assolato marciapiede estivo” il poeta si sforza di «tenere a mente / il catalogo di ciò che gli occhi vedono». E cioè: «un monopattino / steso sull’asfalto, un cane sciolto e… / Dimenticavo: e io». Meraviglioso quest’ultimo verso che sta a significare appartenenza a un mondo purtroppo condannato al degrado che, molto dettagliatamente e a contrasto con l’altra Roma, appare in “Secondo catalogo, in automobile, p. 24: Su un lato della strada un salottino con mobili in stile / svedese, / un frigo ancora (pare) in buone condizioni e un po’ più oltre / la carcassa di un’auto bruciata, un lavabo in due pezzi. // Aurora / diceva: vedi Roma com’è. Esci di casa e ti circondano / bellezze che tolgono il fiato. Ma lei era molto / dannunziana. / Molto proustiana, molto fin de siècle. Amava l’art nouveau / e l’art déco. Non abitava sulla Tuscolana.

In “Il ragazzo al bar”, p. 25, il poeta si rispecchia in un «ragazzo occhiverdi seduto al bar con fogli e penna in mano» e avverte che quei fogli nascondono poesie. / Invertite le parti, a me successe lo stesso un giorno / che sul 46, una volta tanto seduto con il bus mezzo vuoto / scrivevo (quanti secoli fa?) con mano incerta incerti versi. / Mi fissava un maturo signore che a ripensarci adesso poteva /

somigliare a me di adesso. Arrossii (io, non lui), rimisi in / tasca / il foglio, la poesia rimase per sempre incompiuta.

In periferia colpiscono il suo sguardo “Le cose in via di estinzione”, p. 26, e tra queste: quel portacenere, ad esempio, / di plastica, bianco, con su scritto ai lati CinZano (…) che io per l’ultima volta ho toccato, / quasi fuso ai tre vertici, nel piccolo bar del Pigneto / pochi giorni prima che smettessi di fumare.

Segnalo “Il giorno della marmotta, p. 45 una poesia, ambientata nel parco di Villa Lazzaroni descritto in preciso dettaglio e conclusa in maniera mirabile e delusa: È il giorno della marmotta. Se non fosse che i pony / sono scomparsi e le fontane non gettano più acqua.

Lo sguardo periferico e attento di Memmo lo troviamo in azione in “Notturno”, p. 51, con dedica “a Franco Poldi, col suo sguardo” (un amico): La notte, a volte, m’affaccio alla finestra / per osservare dall’alto come cambia / il colore dell’asfalto quando piove, le foglie / dei platani cadute a terra in autunno, / catalogare le auto parcheggiate lungo / il marciapiede, contare quelle che coi fanali / accesi scompaiono dietro la curva. / E intanto si fa quasi l’alba, escono i giocatori / dalla sala Bingo, il ristorante indiano / ha già abbassato le serrande, tutto si ferma / in attesa che l’edicola apra.

L’autoironia – Presente con diverse sfumature nella silloge, è spietata, p. 38, in “Alle Tombe Latine” (località tra l’Appia Nuova e la Tuscolana), dove si svolgevano, a metà degli anni Sessanta, le gare di corsa campestre del Ginnasio-Liceo Augusto. Allora, «Non feci in tempo a esultare. Caddi a terra svenuto, / e fu quella la prima volta che vidi in faccia la morte (…) E quella fu la mia morte sportiva». E addio titolo sul “Corriere dello sport”: “Memmo conquista la medaglia d’oro”.

In “Nel letto d’ospedale” Memmo immagina che una folla di amici e di personalità, durante il suo ricovero si rechino in visita (siamo nel pieno dell’emergenza Covid), quando erano vietate anche le visite dei familiari più stretti. “Dunque – commenta in nota autoironicamente Memmo – potevo ben figurarmi di essere circondato, oltre che da loro, da una piccola folla di fantasmi a me cari”. E dopo un lungo elenco di nomi, commenta: “E se pure la morte m’era accanto, / la morte, io, non l’ho vista”.

Lettera agli amici, a p. 46, è poesia significativamente testamentaria. Dopo aver elencato tutti i suoi difetti, ecco l’invito agli amici: «ma parlate di me come se fossi vivo / ancora, ve ne prego».

Sulla poesia che rinasce”, p. 70, autoironicamente si interroga sull’utilità «di questa risorgenza / intendo di poesia / ma tu scrivi – mi dico – lo stesso / adesso e finché puoi: / a cancellare sei ancora in tempo».

Molto bella e contraddittoria è “Regolamento dei conti, p. 64: Non ho altro da dire. / Quello che ho detto ho detto. E fatto / tutto quello che c’era da fare./ Ora si tratta soltanto di aspettare / senza che nulla rimanga sottinteso. // (E intanto scrivo, leggo, mi svago, / passeggio, osservo, regolo / per quanto mi è possibile ogni conto / piccolo o grande che ho in sospeso).

Infine splendida e commovente è “L’ultima partita”, p. 67, Tra gli strati del senso comune / ripasso in quali modi si possa invertire la rotta / esplorare la via alternativa giocare / anche se necessario barando tutte le carte / mi faccio tarlo e così lentamente rodo / il legno mi appresto alla tabula rasa / con perizia paziente con l’ilare strazio / di chi combatte l’ultima partita.  Il neretto è del recensore.

Francesco Paolo Memmo, Explicit, Il Labirinto, 2026

FRANCESCO PAOLO MEMMO è nato a Lanciano (Chieti) nel 1948. Vive a Roma. Dal 1971 al 1985 ha collaborato alle pagine culturali di “Paese Sera”. Ha pubblicato tre monografie critiche: Vittorio Sereni (Mursia, 1973), Invito alla lettura di Palazzeschi (ivi, 1976), Pratolini (La Nuova Italia, 1977); un Dizionario di metrica italiana (Edizioni dell’Ateneo, 1983) e Vasco Pratolini. Bibliografia 1931-1997 (Giunti, 1998). Di Pratolini ha curato l’edizione scolastica di Metello (Edizioni Scolastiche Mondadori, 1976), le ristampe de Il tappeto verde (Editori Riuniti, 1981) e di Allegoria e Derisione (Oscar Mondadori, 1983), e infine i Romanzi nella collana mondadoriana dei “Meridiani” (vol. I, 1993; vol. II, 1995).

Come poeta ha esordito con L’inverso della norma (Umbria Editrice, 1975), cui hanno fatto seguito Varie destinazioni (ivi, 1978), Le precipue funzioni (Quaderni di Messapo, 1980), La sezione aurea (Vallecchi, 1986), In via esplorativa (Il Ventaglio, 1991), Linea di basso ostinato. Le poesie 1971-1997 (Il Labirinto, 2023).

Vedi anche sul sito https://poetidelparco.it/su-explicit-di-francesco-paolo-memmo/ la recensione di Roberto Deidier