“Esperienza dialogante” con i versi di gí e ní di Ombretta Ciurnelli

di Maria Grazia Cabras

 

agíra ’l sole e agíra ’l girasole / agíra ’l giorno e agírono le notte / agíra ’l mónno e sempre agíra ’l vento > gira il sole e gira il girasole / gira il giorno e girano le notti / gira il mondo e sempre gira il vento […]  

Nell’andirivieni, il – gí e ní – locuzione affascinante quasi arcana, dalla sonorità ipnotica qualora la si ripeta cant(ilen)ando, nel gí e ní, corrono si rincorrono sillabe e parole, mentre nel movimento della Terra e del Cielo vibra l’eliotropismo di tutte le creature viventi:

e corre la notte dietro al giorno / e corre la luce dietro al buio / l’estate nell’autunno va a morire / che poi l’inverno implacabile incalza […]

Il tempo della Natura scandito dai cicli di nascita e morte, dalle stagioni e dal ritmo del giorno e della notte, è altresì il tempo caldo dell’infanzia che sarà inesorabilmente superato dal tempo dell’età adulta, il “tempo lineare”, freccia della velocità lanciata verso il futuro, che non è necessariamente “progresso” (come la Storia dimostra) tutto va e ritorna, niente permanendo uguale a prima, tutto ritorna e va nel divenire “eracliteo” che com-prende peraltro la trasformazione dei viventi, interconnessi nella fonosfera, aperti all’ ”ánemos” che è soffio e vento:

qui albre / che liggère lígion l’aqqua /’l currí lento del fiume acompagnanno / giorno e notte stòn  sempre a chiacchiarà // sarà che ’l vento / ntól su gí e ní / spaja dentorno / i triqle dela vita // ma che dirònno mè dla bilimbènza / lassata gí ta lo zzoffià del vento ?   >  quegli alberi / che leggeri accarezzano l’acqua / accompagnando lo scorrere lento del fiume / giorno e notte stan sempre a chiacchierare // sarà che il vento / nel suo girare / disperde intorno / le briciole della vita // ma che diranno mai dell’altalena / abbandonata al soffiare del vento ?

Il tempo è sguardo obliquo di orologi:
che capisce l’orologio del vaevieni / di bambini ragazzi donne vecchi / che ogni ora meticoloso scandisce?

e suoni del campanone:

prova a separarli tutti i suoni del tempo / quando cupi arrivano giù dal campanone / che ostinato batte lo scorrere dei giorni […] ma il tempo che non suona il campanone / sicuro non arrivi a immaginarlo e  il tempo che non suona il campanone potrebbe essere tante cose, “assenza”

o anche “silenzio” da cui parole e suoni provengono, e di cui tutte le cose sono impastate, quel silenzio che mai è totale inabissamento, e puoi ascoltarlo / sentirlo / toccarlo in qualche momento molto speciale che si presenti a te in forma di brivido balenio o languore:

qla languizzione fina / quann’è stata? // confónnono ’l lor pòsto ntó la mente / e vònno avante e addietro còm’i pare / triqlíne che s’amúcchiono sgarate / drent’a ’n gí e ní che piú nun tiene a bada / e duèlle l’arcapézze ’l tu lunario  >  quel languore sottile / quando è stato? // confondono il loro posto nella mente / e vanno avanti e indietro come vogliono / frammenti che si ammucchiano sparsi / in un fluire che più non controlli / e in nessun posto ritrovi il tuo lunario

La vita scorre nello spazio e nel tempo, il tempo del mito e il tempo dell’oggi: Penelope che col suo telaio difende dalla brutalità un mondo, e la Marietta, entrambe colte nella ripetizione dei gesti e/o nella familiarità con le altre creature: il gatto, i gerani, le piccole cose che intensificano il senso profondo di una comunità:

maní ben-ben tal gatto’l da magnà / le còcce di geranie nutricà / tutt’i pagne agiustà ntól capistino […] e manco ’n tè e dà qqua da polé fà / d’erbetta, d’òjo o sale ncla Marietta / ntra ch’amanisce tutt’i su soché / descurrènno de scese e de sajíte […]   > preparare con cura il cibo al gatto / curare i vasi dei gerani / sistemare tutti i panni nella cesta […] e nemmeno uno scambio da poter fare / di prezzemolo, d’olio o di sale con la Marietta / mentre prepara tutti i suoi soché / discorrendo di discese e di salite […]

dmèn se sfà / quil ch’è cugito jere / ntón quil gí e ní che mè nn aristillísce […] e tutto’l fà e lo sfà / che spettanno Penelope ntrigava / quanno di Proce l’ardijón mucciva? // ntó ste stànzie, tuquí, / nun  c’èn telèe  > domani si disfa / quello che hai cucito ieri / in quel viavai che non si ferma mai […] e tutto il fare e disfare / che aspettando Penelope intrecciava / quando fuggiva la tracotanza dei Proci? // in questa stanze, qui, / non ci sono telai

La lettura di una raccolta di poesie rappresenta per me una particolare “esperienza dialogante” con l’autrice/autore, la quale, non utilizzando, in primo luogo, gli strumenti della critica letteraria volta a una interpretazione dei testi, accade quando alcune parole, alcuni versi “migrano” sul foglio bianco per dare inizio a un racconto (interrogazione, chiamata, o altro ), che mi coinvolge in un dialogo, vissuto come se l’autore fosse davvero presente.

La raccolta di Ombretta Ciurnelli gí e ní (Edizioni Cofine, 2020) è stata questo incontro / incanto, non solo dal punto di vista linguistico, per la fascinazione del dialetto perugino così sintetico, quasi rappreso nel cuore più segreto dei suoi suoni (dei suoi sogni?), ma anche perché luoghi, viavai, situazioni, domande e sfumature intime dell’esistenza risuonano nei versi in una luce chiaroscurale, che è profondità di vita e riverbero di moltitudini vibranti: stagioni, colori, vento, foglie, alberi, sassi, onde, creature animali e vegetali immersi nel cosmo / mondo, con i suoi affanni e la grazia lunare di luce e ombre

in braccio al sole
ma solo per un poco
già lui tramonta
tu stanca degli affanni
spargi parole in aria                    

Maria Grazia Cabras