Le favole in dialetto non sono certo una novità, poiché che di favole ci siamo nutriti tutti- almeno fino ad una età giusta- indipendentemente dalla regione, lingua o dal luogo di vita. Questo libretto, che certamente non ha pretese di originalità riguardo all’argomento, è una nuova produzione di un gruppo di allievi della Scuola di Poesia Dialettale di Claudio Porena (nella foto): Claudia Partesano, Alberto Bellattreccia, Maddalena Fratini, Patrizia Formiconi e Adriano Coltella.
Le precedenti fatiche che li hanno visti impegnati sono: Le mutazzioni delle metamorfosi (in un volume di Poesia curata da Claudio Porena- Ed. Kollesis, 2012); Boccacce nostre, ispirata da Decamerone (2014); Er secchio della zizzania, (da la “Secchia rapita” di Tassoni) 2016, entrambi Stampati in proprio a Roma.
In queste produzioni gli Autori – che vanno elogiati per la loro ripetuta e riuscita esperienza di lavoro di gruppo- mostrano di aver appreso dal Professor – Poeta Porena, una buona tecnica ed una padronanza del dialetto romanesco, tali da sbizzarrire la loro fantasia con buoni risultati – nonostante la complessità o la “pesantezza” degli argomenti.
Peraltro, se nei lavori precedenti si scorge – a tratti- una certa “pedanteria di scuola”, dovuta alla forma metrica, che potrebbe affaticare il lettore, ne Er Fricandò l’immediatezza e leggerezza dell’argomento, unite ad una metrica più libera e allietate da simpatiche e originali illustrazioni, la lettura si rivela un piacevole e intelligente diversivo per ogni età.
I raccontini ospitano personaggi non “convenzionali” : del resto, le favole “classiche” hanno alquanto perso il loro fascino, perché legate ad una cultura diversa da quella attuale (principi, castelli, streghe, burattini, circhi…sono sempre più introvabili!) ed ampiamente studiate anche dalla psicologia e pedagogia moderna, che vi trova spesso argomenti non propriamente adatti, e in alcuni casi francamente negativi.
I Nostri, perciò attingono a mondi assolutamente fantastici, ma ambientati ad oggi- o argomenti tradizionali con inserimento di personaggi che sembrano venire da una moderna riscrittura dei sonetti belliani: il contenuto etico, educativo, fa riflettere sull’onestà, sull’uguaglianza, l’amicizia, la fiducia, ma senza pedanteria, grazie all’uso “discorsivo” del dialetto.
Dunque, conservare e far conoscere ai bambini il dialetto romanesco (non il romano o romanaccio, misto a idiomi plurilinguistici e gergali) è scelta significativa e preziosa: non basta essere “cittadini del mondo” ed esperti di lingue dalla prima infanzia; è opportuno anche non dimenticare la propria storia e le proprie radici che, volenti o nolenti, sono inclusi nei nostri geni.
Nel Fricandò ci sono dieci fiabe di vario argomento, alcune “vecchie conoscenze ammodernate” – l’elefante Otto non ricorda Dumbo, anche se adulto e senza lo strazio per la perdita della mamma? ; alcune quasi oniriche, come “La streghetta in saccoccetta”; altre, come “Li Micchi” sono parodia dello “status symbol” e della “forbice sociale”, insieme a chi furbescamente li sfrutta per arricchirsi.
Era de maggio e già faceva callo,
pe’ l’elefante Otto notà a rana
era proprio un piacere, era ‘no sballo,
trovacce er fresco drent’a la marana.
Se credeva un signore, buggerallo! (beato lui!)…
…Otto se sgrulla e sorte for de l’onne.
Recchie appizzate mo cerca qua e là
e te vede er cinico tra le fronne. (E vede il granello tra le fronde)
“Sippuro so’ gnappetti, so’ perzone (Anche se sono piccoli piccoli, sono persone)
e aiutalli pe’ me è ‘na missione!”…
…A sentì ‘ste parole se sorprenne:
“Ma davero ciavete ‘na città?”
La vocina je dice: “Si, s’intenne!
E io so’ proprio er sìnnico de qua.
Se contentamo senza mai protenne
chissà checcosa: è la felicità!
Vivemo tutti assieme a Friccichi,
er nome nostro è quello de li CHI”
(Otto e Li CHI)
Ma tratanto er monno va (Nel frattempo il mondo vaavanti)
e Craccanza cresce ‘n sacco.
Fra le tante novità
‘n’autostrada li scavarca.
Loro stanno ancora là
senza voja d’arzà er tacco.
Forze pe’ l’eternità.
(Li cracchi capoccioni)
Ne la tera de Babbanza,
c’è chi crede d’esse er mejo
pe ‘na stella su la panza.
Trutti l’antri senza stella
vanno in giro un po’ abbacchiati, (vanno in giro piuttosto depressi)
rosicanno pe’ ‘sta jella.
…
Li micchi co’ la stella so’ garganti; (i micchi con la stella sono boriosi)
je piace de mostrasse a li poracci
e spasseggià cor becco tutt’avanti.
Noi semo micchi veri e voi li stracci.
…
(Li Micchi)
AA. VV., Er fricandò, favole a modo nostro, Stampato in proprio, Roma, 2017
Maurizio Rossi
Pubblicato il 14 febbraio 2018