Entro a volte nel tuo sonno di Sergio Claudio Perroni

Recensione e scelta di testi di Vincenzo Luciani

 

Il libro di Sergio Perroni colpisce per molteplici aspetti sin dal primo approccio: per la forma libro maneggevole, per il titolo sorprendente: Entro a volte nel tuo sonno, per l’immagine di copertina: un ritratto di Sarah Bernard (1876, di Georges Clarin), per la sintesi tratta dalla postfazione di Sandro Veronesi (nel primo risvolto di copertina) e poi per la lapidaria, stringatissima biobibliografia del secondo risvolto: “Sergio Claudio Perroni traduce, scrive, cura libri”… Seguono i titoli pubblicati: Non muore nessuno (2007), Raccapriccio. Mostri e scelleratezze della stampa italiana (2007), Leonilde. Storia eccezionale di una donna normale (2010), Nel ventre (2013), Renuntio vobis (2015), Il principio della carezza (2016).

Ma ci colpisce in particolare la citazione del retro di copertina: Sei la strada che so, il gradino / che il passo riconosce al buio, la bomba al cuore appena ti vedo (qui il testo è disposto a poesia, a differenza dei brani, all’interno del libro, ordinati in blocchi di prosa graficamente compatti e giustificati ad arte. Prosa poetica, naturalmente).

Prosa poetica? E qui mi soccorre Leopardi che scriveva: “…l’uso ha introdotto che il poeta scriva in verso. L’uomo potrebb’essere poeta caldissimo in prosa, senza veruna sconvenienza assoluta” (Zibaldone 1695-97, 14 settembre 1821).

E Sergio Perroni “poeta caldissimo in prosa” lo è. A partire dall’esergo programmatico: Ama impetuosamente / senti forsennatamente / non c’è altra vita.

Un consiglio per la lettura dei mirabili ed originali testi del libro è questo: leggere lentamente e non troppi brani in una volta. Con la stessa precauzione con cui vanno degustati i dolci siciliani il cui intenso straordinario sapore nell’immediato sazia e sconsiglia l’abuso per meglio gustarli a suo tempo e modo.

Quello di Perroni è, a mio avviso un livre de chevet. E per me lo è stato e lo è. Sì certo, uno straordinario libro da tenere a portata di mano e da centellinare.

Un libro che trabocca d’amore nei Madrigali (dedicati alla sua amata Cettina Caliò, valente poetessa in lingua e in dialetto. Una conferma è nei ringraziamenti finali “Devo la mia parte migliore a Cettina” a p. 167). Tra i madrigali (nel volume proposti in corsivo per distinguerli dagli altri con altri temi importanti e vari) che fanno parte della mia selezione, il preferito è “Una parola per dirti” (a p. 13), che contiene la gemma posta in quarta di copertina (di cui ho fatto cenno) insieme ad altre espressioni inusitate e “frenetiche” (cose strabilianti che andrebbero dette con / una sola parola in tutte le lingue dell’uomo, che andrebbero / cantate con la voce di tutte le foglie). Altri Madrigali che segnalo sono: “Dove avevo la testa”, a p. 27 (Ora prendo un foglio e ti disegno, prendo un libro e ti / romanzo, affi tto un orizzonte e ti paesaggio, non è giusto / lasciarti non detta, non ha senso tenerti sottintesa, è uno / spreco assistere al tuo viso e non farne un dipinto da portare / appeso al cuore, precipitare nei tuoi occhi e non raccontarli a tutti (…); I raggi tra le foglie a p. 37 (Quando passi tu le rondini si danno la voce, si danno di / gomito, si danno d’ala, sui rami è tutto un chiedersi di te, un / indicarti col becco, un lasciar cadere frasche per la meraviglia, / il cielo si sposta un po’ per vederti meglio e i rami stessi / invertono la loro corsa verso l’alto, si girano per inseguire la / luce del tuo viso (…); “Questione di vite” a p. 65 (Avrei voluto conoscerti da bambina, seduto accanto a te nel / banco di scuola, ti guarderei disegnare futuri a pastello e cancellare / con la gomma quelli sbagliati, cercherei di imitare la / tua aria assorta mentre scruti il giardino, dipenderei dal tuo / incomprensibile broncio come dal più avventuroso dei giochi (…), “Lasciata alle spalle” a p. 141 (Respiro l’aria che hai dimenticato nella stanza, il fiato che / ti sei lasciata alle spalle, mi rotolo tra i tuoi sorrisi ancora / freschi sul cuscino, tra i sussurri che hai sciolto nel lenzuolo, / gratto le pareti per cavare dal bianco un po’ dei tuoi colori, / per rintracciare nel bianco un po’ della tua ombra, mi blocco / in mezzo alla stanza per vedere se si sente il tuo ricordo, / se negli angoli è rimasta un po’ della tua voce (…); “La luce sommersa” a p. 159 (A volte il mare fa rumore di te, fa fare all’acqua quel gesto / lungo che pare un respiro, che pare un rimpianto, a volte il / mare mi ascolta mentre gli parlo di te, mentre gli spiego il / tuo sguardo, il tuo sapore, le tue risate (…)

 

Tra gli altri testi, diversi dai madrigali, in cui prevale la riflessione, spesso filosofica, l’osservazione acuta dei fenomeni e delle persone, il mio preferito è “Andare a capo”, p. 23 (Il pensiero è una corrente, a volte una febbre, a volte un / sonno, non ha intervalli, soste, non ha punti fermi, non va / a pagine, è un foglio unico, una frase continua che nasce / con la coscienza e forse le sopravvive, il pensiero è ininterrotto / come il paesaggio, come la terra che resta terra / anche con l’inciso del mare, come il mare che resta mare / nonostante il sottinteso della terra (…) e invece preferiamo praticare ogni giorno la / violenza della fine, preferiamo andare a capo, chiudere / fasi, tagliare netto, applicare al suo contrario lo schema / della morte).

E trovo molto interessanti da leggere quelli che seguono e che qui di seguito riporto in parte o integralmente. Eccoli: “A forma di grande”, p. 24 (Sul volto di alcuni vedi di colpo l’origine bambina, basta / un niente e gli trovi in faccia un muso di pargolo che ride / nel sonno, basta un niente, a volte un’enormità, e scopri / anche in loro l’adulto ripieno, con il fuori a forma di grande / e il dentro farcito di candore e follia, di ebbrezza e / paura, basta un niente, a volte meno, e ti accorgi che anche / loro nascondono negli occhi un cucciolo di sé, e nel / vedersi scoperti sorridono come il neonato che riconosce / un viso); “Intelligenza del mondo”, p. 53 (La sconfitta con le cose s’impara presto, è la prima intelligenza / che si ha del mondo, è la stizza della scimmia che / vede sfuggirle dalle dita ciò che ha appena imparato ad / afferrare, è lo sgomento del neonato costretto a scoprire / che le cose non seguono la sua mano, non diventano la / sua mano, non sono la sua mano, la sconfitta con le cose è / la prima esperienza che hai del mondo ma non ti ci abitui / mai); “Odio di massa”, p. 56 (I postini odiano gli utenti, le commesse odiano i clienti, / gli editori odiano gli autori, gli autori i lettori, i concertisti / i compositori (che dall’oltretomba li maledicono), gli avvocati / odiano i clienti, i camerieri gli avventori, i bancari i / correntisti, le hostess i passeggeri, la moglie odia il marito, / che ricambia di cuore, gli infermieri odiano i degenti, i / medici i pazienti, i politici gli elettori, i confessori (immagino) / i penitenti, la luna (senz’altro) i poeti, si odia chi ti / dà il pane, chi ha bisogno di te, si odia chi si ostina a non / essere te); “La frase giusta” p. 70 (Ci sono persone che mettono voglia di sottolinearle, di / tirare una riga sotto le cose che dicono, di fare un cerchio / intorno ai loro gesti, ai loro sguardi, di fissarle in qualche / modo per poi leggerle con calma e ritrovare quello sguardo / sottolineato, rifugiarsi in quel sorriso circoscritto, o / magari per aprirle a caso come si fa con i libri più belli, / che hanno sempre pronta la frase giusta (…) ma purtroppo le persone / sottolineabili non sono libri, non si lasciano mettere sugli / scaffali, una volta chiuse non si lasciano più riaprire); “Di sfuggita”, p. 131 (Ci scopriamo tra la gente, ci capiamo in mezzo agli altri, / ci guardiamo di sfuggita nella folla gridando sottovoce, / come i bambini che si chiamano da un nascondiglio all’altro, / ci leggiamo negli occhi i gusti in comune, i difetti che / inteneriscono, le paure mai spiegate, ci parliamo a distanza, / in silenzio, sorridendo nella connivenza di vicende sfi- / nite, (…) poi con un’ultima occhiata ci lasciamo a malincuore / nel palmo di un pensiero, e ognuno se ne va per il suo / mondo); “Il male sul tuo conto” p. 146 (Vedi negli altri quello che sei diventato, lo vedi dapprima / come un’ipotesi, come un sospetto, ti chiedi se ormai / anche tu sei fatto di distacco, se anche le tue insicurezze / si sono rifugiate nella chiusura, nell’ottusa negazione di / ogni fiducia, in quel rifiuto che per le donne è la strada / che finge di riportarle a prima, per gli uomini la strada / che finge di allungare la poca che resta, ti chiedi se sei / diventato quello che vedi negli altri, e capisci che se te / lo chiedi è perché ti stupisce, perché non ti piace, perché / ti spaventa, capisci che se te lo chiedi è proprio perché / lo sei diventato, altrimenti accetteresti il fatto compiuto, / condivideresti l’evidenza di ciò che senti, il male che hai / scoperto di pensare sul tuo conto, ma preferisci ripiegare / nella cinta del dubbio, nella scontata tassatività del diniego, / esattamente come fa chi vede in te quello che è / diventato).

 

Sergio Claudio Perroni, Entro a volte nel tuo sonno. Postfazione di Sandro Veronesi, La nave di Teseo, Milano 2018