La passione per la poesia e la tenacia della professoressa Silvana e dei suoi alunni saranno premiate.
La prof.ssa Sabatino, docente nel liceo classico “Pitagora” di Crotone ed i suoi alunni sono gli autori di una audace antologia di 20 testi poetici elaborati in dialetti differenti in cui si alternano: da quello garganico di San Marco in Lamis (FG), a quello di Crotone, a quello di Scandale (KR), di Isola Capo Rizzuto (KR).
I testi sono stati inviati alla Giuria del Premio che ha li ha trovati meritevoli di un encomio speciale. Alle poesie era allegato un supporto multimediale contenente gli stessi testi con traduzione a fronte in formato power point per consentire alla Giuria di ascoltare i brani recitati dai rispettivi autori, per semplificare il lavoro di decodificazione e per abbinare alla valenza prettamente testuale quella fonosimbolica, caratterizzata da accenti, timbri, dizione.
Accanto alla prof.ssa Sabatino che gestisce con oculatezza il dialetto garganico sammarchese emergono voci in dialetto calabrese dei liceali calabresi: Marika Manfredi, Sara Albo, Cristiana Chiodo, Rossella Garofalo, Antonella Saraco; Maria Assunta Scalzi, Marika Manfredi, Alessia Vitale, Martina Graziani, Veronica Lucente, Maria Basta, Giuseppe Mazzei, Roberto Megna
Il 21 agosto 2011 alle ore 21 quindi una delegazione di studenti del liceo classico “Pitagora” di Crotone, guidata dall’insegnante Sabatino sarà ospite speciale della rassegna MaratonaPoesia 2011 e leggerà nella piazza principale del centro garganico alcuni testi della raccolta collettiva presentata al Premio di poesia nei dialetti d’Italia “Città di Ischitella-Pietro Giannone”. La delegazione riceverà oltre agli attestati individuali, una targa e l’encomio della giuria presieduta dal prof. Dante Della Terza.
Ed ecco un commento alla raccolta poetica premiata.
Accanto alla Sabatino che gestisce con oculatezza il dialetto garganico sammarchese emergono voci di alunne: Marika Manfredi che parla crotonese e Sara Albo – crotonese anche lei – che riproduce con tenerezza l’affetto che ha sul suo cuore “a vucia da’ professoressa”. Para na mamma… / tena nu tone e na musica / ca t’acquieta / e ca te fa’ esprimere / pi cume sì (…) Ma me sa / ca sa vucia forte / è sull na mashkera / ’l na parte kiù gucia / e ’ndifesa (vulnerabile).
Le parole optate con estro inventivo dalla Silvana Sabatino scuotono la memoria del lettore travolto dall’indice della loro dialettalità. Ad es. ne “Lu spusalizje della Sabatino: La vi, ha asciute la legna / quedda che iapre la vocca / quanne piscia la jaddina… (La vedi ora fa vedere la lingua / quella che parla / quando la gallina fa la pipì…); nella stessa poesia c’è l’invito della madre alla figlia a sposare quel rincitrullito che le fa la corte: Uagliò pìgghijete a quisse ’nsalanute / che cannecrà si’ fatta vecchia / e nun ce manna ’cchiù nisciune / manche nu cecate pe te ’nzurà ; in “La cepodda” Cristiana Chiodo addita al nostro sguardo il personaggio di compare Nicola che parlando della cipolla la descrive in modo equivoco ridendo sotto i baffi: Jè chiatta e tonna / e tè li pila alla pricionna. / Che dé? (E’ larga e tonda ed ha i peli in cima. Cos’è?).
Nelle poesie delle alunne si trovano alcuni sprazzi di freschezza, per es., in “U viddricu” (L’Ombelico) di Rossella Garofalo, in “U purz du miu (Il mio polso) di Antonella Saraco; “I pinnulari” (Le sopracciglia) di Maria Assunta Scalzi, si apre con una bella similitudine: parinu du rondini / chi vulanu ’mberzu u mari; “A vucca” (La bocca) di Marika Manfredi ha una bella rappresentazione delle labbra che si avvicinano e si allontanano cume se prima s’imbriganu (litigassero) e po vonn fare torna pace; ecc.). Interessante l’idea di trattare singole parti del corpo, adottata nei componimenti (preponderanti) delle alunne (oltre a quelle citate: Teresa Maria Cristiana Chiodo nulla tace sul proprio naso che chiama “nashka”. E’ un naso grande che la protagonista ha ereditato dal padre; ad Alessia Vitale invece piacciono “I capiddri”, i suoi capelli, spesso invidiati perché sù lunghe, lisci, fini, anche se con un piccolo difetto: u s’arriccianu (non possono essere arricciati); Michela Galasso tesse l’elogio delle gambe (“I gambi”), dolci se accolgono un bambino, ma capaci di emozionarsi se ricevono una carezza proprio come le persone (propria cum’i genti… tremanu o ci ’ncrizzolunu i carni); Martina Graziani si dedica alle lentiggini che ricoprono il suo naso: nu mari i lenticchji, / cum chicchi i cafè / legati aru casu, / cuverunu a pelle janca / de nasu miu; “U irite da’ menz (il mio dito medio) è quello preferito da Veronica Lucente (autrice anche della poesia “U vase”, Il bacio) perché forse è la parte i mia ca cchiù use / ’ntu linguagge senza parole. Nam capite! (Ci siamo capiti!). Esplicito il desiderio nella poesia di Maria Basta: “Vogghje vivere inta ’i vrazz tuji” (Voglio vivere tra le tue braccia) perché è quann m’abbrazz ca mi si vicin… ca ti sent dinta… ca me sckorde a tristezza.
Appena due gli alunni poeti: Giuseppe Mazzei che fa dell’autoironia sui suoi piedi: ranni… brutti… larghi, gross, chiatti… e fatti a papera; “I ricchij ninni di mi” (Le mie orecchie piccole) sono invece il tema di Roberto Megna che le trova comunque ninni e curiusi (piccole e carine).
14 luglio 2011