Elleboro di Guglielmo Aprile

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi

 

Ho già avuto modo di conoscere la Poesia di questo Autore nella raccolta “Il talento dell’equilibrista” di appena un anno fa ed ora, con piacere commento la nuova silloge di tal fecondo scrittore che, nello stesso mese di quest’anno, ha pubblicato anche “La strage degli aquiloni”(Robin ed. Torino).

L’Elleboro è una pianta molto velenosa, nota agli antichi per le proprietà neuro-stimolanti, allucinogene (Crisippo, Plinio, Luciano…) colagoghe, per alcuni rimedio contro la pazzia (Orazio Flacco); dunque debbo ritenere “venefica” anche questa raccolta, o almeno “neuro-stimolante” a tal punto da non permettere al lettore requie né appagamenti di alcun genere.

“Ci hanno spiegato male/il senso della nota barzelletta,/…qualunque teodicea, a un occhio attento,/rivela falle/ e punti poco chiari”(Equivoco di fondo):persino la giustizia degli dei, per Aprile, presenta lati oscuri, come già teorizzava il filosofo Leibniz;  la voce stessa sembra essere uno strumento di inganno e dunque diviene impossibile la comunicazione tra gli umani ”Parliamo per occultare una crepa,/ la voce ci serve forse per questo:/ depistare e rimuovere/ seppellire lo scandalo/ sotto ipocriti pavoni/ “(Costumi civili). Forse la via di fuga è nella farfalla che “Infrange la sentenza/ delle finestre semichiuse” e fa intravedere, almeno come ipotesi, un “varco secondario/ di uscita da questo garage,/ ragnatela di Cnosso.” La farfalla è metafora della Poesia? Parrebbe di sì, se dobbiamo ritenere “onesta” – almeno nell’abbondanza – la scrittura di Aprile: dunque,  la poesia è il “filo di Arianna” per uscire dal labirinto-garage. Certamente quella che si offre come rottura di un equilibrio per ritrovarne uno nuovo, proprio come un equilibrista talentuoso che nel movimento continuamente rompe una simmetria e ne costruisce un’altra: “aspettiamo/ il fortunoso passaggio di un merlo/ sul davanzale, un bottone che ceda,/…un’improvvisa zaffata di zenzero/ che appanni per un attimo la vista” (Scuola di Diogene). Un attimo, uno straniamento, atteso in un’attesa incerta o disperata.

Oppure la poesia nata dall’abbandono ad attimi di pace, “in uno stordimento estatico” in una forma di conoscenza libera dai viluppi mentali, pur così presenti altrove.

E intanto, “Corda tesa su uno strapiombo di millenni” è la vita e “basta inciampare nei propri lacci”– una sciocchezza, un niente, nei gesti quotidiani- o “un errore di battitura”– lo scritto o il detto nel compiere il proprio “mestiere”-  per precipitare nella fogna, un abisso dei nostri stessi rifiuti; o perché i venti della barbarie “i venti unni di pianura” di facciano a pezzi e perdiamo la nostra unità e l’identità.

“So di non sapere”, per Socrate metodo di conoscenza, umiltà del saggio; per l’Autore, prima ancora che filosofia, condizione di vita e unica sua certezza:”…ma nemmeno sappiamo se la cambiale/ ci sia stata fatta slittare/ di ventiquattro ore,/…tra poco il semaforo farà verde,/ prolunghiamo i convenevoli/ per respingere il freddo delle albe,/ (Countdown); è un “carpe diem” al passivo, un istante che ci coglie mentre ci abbandoniamo all’unica certezza, quella della fine. Né i nostri sensi ci aiutano a conoscere il reale: la vista è miope “la luna è una crosta di pane vecchio,/ ma la distanza inganna:/ la scambiamo per una dea al bagno,/ dalle natiche di porcellana./…chi ha come hobby il modellismo/ manca, in genere di obiettività;/( Errori di miopia).

Anche l’esperienza, memoria di conoscenza, è vissuta come retrogusto spiacevole, che segue al morso della melagrana- frutto simbolico; come i piatti sporchi dopo il pranzo; o come l’odore di catrame secco e gomma bruciata, dopo le bancarelle di colori e giochi, dismesse.

Resta il sonno, foriero di sogni, ma anch’esso diviene condanna ad un rituale, senza il quale non si entra nell’oblìo “Accertati, prima di coricarti, / che la chiave del gas/ sia parallela al pavimento/ e che l’otre dei venti/ sia ben stretto, riposto/ in fondo al cassetto/ insieme a tutti i documenti.” (Rituali per prendere sonno). Ma si pone labile il confine tra entrare nel sonno o nell’oblìo, e  la chiave del gas, che sta parallela al pavimento,  non dissolve il dubbio, ma rimanda alle singole case e alle differenti cucine; Aprile è questo: sferzante, ma delicato con il lettore; disilluso, ma fiducioso nella Poesia; con l’occhio miope, pure se guarda oltre.

Ci saranno ancora voli di carta, dopo la “Strage degli aquiloni”?

 

 

In bilico

 

Tenere la giusta distanza

sulla carreggiata

rispetto ai carichi pericolosi,

non lasciarsi coinvolgere

più del dovuto

dalla trama e dai suoi risvolti melodrammatici,

fissare ad occhio fermo

tanto le fiamme

quanto l’enorme lago silenzioso;

 

prendere ad esempio i piccioni,

ieratici sul traffico

in bilico su un cavo

a migliaia di volt

senza bruciarsi.

 

 

 

Scadenza

 

Rientrare a casa, prima che i lampioni

si accendano all’unisono,

 

il contabile si graffia le tempie

intere notti, tutto preso

a copiare in bella gli appunti,

si aspetta forse che qualcuno

alla fine gli faccia i complimenti

per la sua elegante calligrafia

 

ma le strade obbediscono

ad un altro alfabeto rispetto al suo,

cibo per le tarme le sue scartoffie

che a nessuno interesserà mai leggere.

 

 

 

Il Lete

 

Ignori tutto di me,

a volte mi nascono dentro

sequenze di note senza parole,

motivi che non avevo mai udito:

aspettando un autobus

o tra le spine del cuscino

nei vagoni dell’insonnia,

sul granito della mezzanotte; poi

fanno come il vento.

 

Potessero restarmi

bisacce perse nella marcia

dai mercanti di noce moscata,

mentre assidero

non visto dagli uomini e dalle stelle,

mentre mi addormento in una pineta

e la barca delle cicale

ondeggiando monotona mi culla.

 

 

 

Sardegna 1

 

Sull’amaca delle colline

un cielo dorme, depone i millenni

su cuscini di ginepro;

ogni cespuglio, ogni ciglio o sasso

 

socchiude gli occhi, arreso

al bacio della luce,

in uno stordimento estatico,

fino a perdere consapevolezza.

 

Nel paesaggio smaltato, narcotizzato

dalla propria stessa trasparenza,

io solo mi ricordo ancora chi sono.

 

 

 

Esperimenti

 

Un tempo avevo tutt’altra sfrontatezza

nel premere gli interruttori,

nel barare sul resto

ai distributori di acqua tonica,

 

nell’assaggiare l’albume dei laghi,

nel dichiarare il falso

a ingenui custodi alle prime armi

nei magazzini di accessori in lattice;

 

ma gli esperimenti conducono

un po’ tutti a un solo esito,

l’incenso per deodorare gli ambienti

s’impregna alla lunga perfino nei muri:

 

qualche giorno, e neanche più lo senti.

 

 

 

Guglielmo Aprile, Elleboro, Ed. Terra d’Ulivi, Lecce, 2019

 

 

 

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È  autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

 

 

 

Maurizio Rossi

 

 

 

Pubblicato il 24 maggio 2019