E’ ghéfal di Sante Pedrelli

Una nota critica di Gian Piero Stefanoni

 

E’ ghéfal (Il gomitolo), Mobydick, Faenza (Ra), 1997, è nella bibliografia del poeta di Longiano il libro di accesa e piena conferma, il secondo dopo L’udoùr de vent del 1993 ma soprattutto dopo un’officina letteraria coltivata con pazienza e discrezione per decenni fino al suo esordio appunto alla soglia dei settant’anni.

Ed è rispetto al precedente più libero e sciolto nel legame delle sue connessioni perché figlio di nuove interrogazioni e nuove rivelazioni (dunque non costretto da intrecci di versi riuniti a servizio di una militanza in attesa del suo primo, giusto imprimatur) seppure, comunque, nello spirito sempre di uno sguardo d’amore e di partecipata tenerezza al fragile seme del mondo.

Potremmo dire infatti che tutta l’opera di Pedrelli ruota attorno al tema di quell’unica stagione che è la vita, che all’uomo e ad ogni creatura è data, riportata nella meraviglia e nel dolore della sua condizione nell’incanto (una parola che non a caso qui ritorna spesso) dei suoi piccoli e grandi cicli, delle sue presenze ma anche delle sue mancanze nel sogno (coscientemente illusorio) di un intatto permanere di figure e di voci. In realtà ciò che rimane è questo gomitolo di incontri, di ricordi, di affetti a misurare della vita il nostro esserci nell’assenso, la nostra condizione di necessaria e intima corrispondenza ad un tempo che un po’ alla volta (a proposito di gomitolo) va a consumare nel filo le sue maglie.

Ed è un tempo allora, come si accennava, sempre ricucito in una piccola sinfonia di immagini e di volti data per lampi nella sua evocata e sofferta carnalità di istanti, e di delicate, a volte surreali metafisiche a dire nell’innocenza quasi infantile del suo scherno dell’esistente al cuore, del cuore, azzardi e paure. Così è una immersione continua tra memorie e abbracci della terra quest’affondo della parola che già nella pronuncia tenta della stessa terra la misura e la natura ed insieme nella svanita incisione la propria dimenticanza. E che qui (a conferma di una formazione sotto la lente di una poesia universale e di un vivere in versi cui si arriva come ebbe a dire provando e riprovando) trova soprattutto nel riuso più che originale dell’haiku il riflesso più vivo all’interno di una creazione che tra memoria e riconosciuto divenire non cessa di formare e informare.

Originale perché alcuni di questi testi (siamo nella seconda sezione) sono composti da tre haiku posti sotto un titolo comune, in una forma quindi (come puntualmente ricordato da Renato Turci nella prefazione) non sperimentata forse nemmeno in Giappone. Ed è tutta una tensione di elementi che nella vitalità ora umbratile ma soprattutto accesa delle stagioni in accordo con quelle della vita si ritrovano e mirano ad una comprensione gioiosa (nel senso latino del comprehendere, dell’abbracciare e del racchiudere) quella che Pedrelli nella semplicità della sua sapienza, che infatti ha un che di orientale anche, ci restituisce.

Come quell’usignolo a cui forse non basterà il canto di tutta una notte, o come il cucco che affannato e innamorato ritorna ogni anno alla sua quercia, in questa favola di fiori, di cielo, di donne che sorridono il caro Sante finisce allora con lo spendere nel canto, nel respiro comune di un mondo nella naturalità del suo compiersi (e di cui non bisogna buttare via nulla) anche la stessa attesa della morte, tema nodale delle sue riflessioni.

Vitalità eppure (testimoniata anche nella affinità del legame con alcuni autori qui riportati nella propria versione romagnola di alcuni testi- da Aleixandre e Sinisgalli a Oe-No-Chisato e Paulhan) a proposito di quercia entro cui va a raccogliere fronde e voci di una memoria sempre attiva,  di un abituale restare tra le sue più intime corrispondenze e gli elementi di un presente e di una natura, soprattutto, riportata a metro di semplicità e bellezza come visto, come la morte- ancora- da cui si tiene quel che ha restando sereno con i cari che ridono dai ricordini e la consapevolezza di non essere che “urdéi d’vent batóu d’bura” (“ordito di vento e ribattuto di brezza”) nell’esserci però comunque. E di esserci tra predatori e rapaci col suo cuore d’agnello, conscio che in ogni passo, anche nell’ultimo, dell’idea”dla véita ch’ la nas” (“della vita che nasce”), pronto a lasciarsi innamorare, a prender fuoco pur a volte non riconoscendosi (vedi “E’ spèc e l’ingàn”- “Lo specchio e l’inganno”), ragazzino sempre in quella lingua che della sua Romagna ha il sapore e l’umore di uno spirito che sa guardare con coraggio al tramonto, dal tramonto splendendo e rinascendo sempre.

Un destino che anche a Roma continua il suo viaggio (la città della reciproca adozione) in quell’abbraccio di cicale (“Villa Borghese”) che ricorda tanto il ventre caldo di Montilgallo e che non lo muta ma semmai rafforza nella semplicità e nella libertà di una saggezza che gli viene da lontano, e qui così sapientemente riportata in un autoritratto che tutto lo descrive:”I pì ma tèra/la testa pr’aria,/a réid a cór/ mo da disdòi.// A n’ho nècmand/nè nom nè raza,/ che po’ ch’a i ho/l’è guasi a sà.// Guard’è la nóvla:/Lè tot s’e’ pióv,/l’è gnent sl’a s’sfa.// Tra e’ vòird e e’ séc/ un féil d’tlaragna,/a m’gód la sòira”. (“I piedi per terra/la testa per aria,/rido e corro/ ma da seduto,// Non ho potere/né nome né stirpe,/quel poco che ho/quasi mi basta.// Guarda la nuvola:/è tutto se piove,/ è niente se si disfa.// Tra il vivere e il morire/un filo di ragnatela,/io mi godo la sera”).