Nel leggere la raccolta di sonetti romaneschi di Anna Ubaldi Dovesse capità (Roma, Bagatto Libri, 2010, euro 10,00,)si finisce per rimanere piacevolmente spiazzati. L’ironia e la sagacia del romanesco, con tutte le sue espressioni forti, connotato tipicamente maschile, ritenute volgari dalla lingua italiana, ma colorite dalla lingua romana, bene si adattano a queste poesie al femminile.
E il merito è di Anna Ubaldi. La sua sensibilità di donna riesce ad ingentilire il linguaggio, ad arrotondare e ammorbidire i passaggi più espliciti del gergo romano. Le “parolacce” perdono il loro effetto triviale, grazie all’eleganza e al candore della poetessa di origine emiliana (ma ormai romanissima), che io paragono a Giulietta Masina, un’attrice mai volgare anche quando usa termini grevi. La precisione ed incisività di Anna, e l’eloquenza nel dipingere in rima la quotidianità popolare e la filosofia della gente di Roma, offrono immagini di spaccati di vita quotidiana. La delicatezza e la discrezione dei suoi versi, anche quelli più briosi, le consentono di affrontare temi importanti come l’emancipazione femminile o la prostituzione, e allo stesso tempo di parlare con naturalezza di sesso, Santi, Chiesa e Santo Padre, mettendo in luce, di quest’ultimo, il lato più umano.
Ma al di là delle aggettivazioni la cifra poetica di Anna si evidenzia nella lettura di questi novanta sonetti. Trentasei sono in forma di dialogo e fanno emergere il forte carattere sociale del popolo romano.
Ed Anna è una romana a tutti gli effetti: comunicativa, di quelle che non si tengono le cose dentro, determinata nel farsi rispettare, e cosciente del fatto che ce s’arimette sempre, Sor Isacco / a esse troppo boni e comprenzivi e per non soccombere me tocca de cambiamme in un cosacco / e menà tortorate a morti e vivi (Ce s’arimette).
Ma nonostante tutto non conviene prendersela più di tanto, specie ad una certa età, quando si ha voglia solamente da sta’ in pace / Tensioni, scazzi, liti, pussa via! (So’ stufa).
Il segreto è usare la giusta filosofia di vita. Innanzitutto È mejo accontentasse, cara Ivana / […] Presempio si er lettone nun ce sta / co’ Mario fo l’amore sur sommiè / va bene uguale, nun ce sto a guardà (È mejo accontentasse). Poi non farsi rodere il fegato dal rancore: Er bello che hai vissuto / tiello da parte come un tesoretto/e scorda er male dato e ricevuto (Ce fusse mai). Anche un tradimento non è la fine del mondo. Al limite er giorno che me viè da sospettà / che me mette le corna quer puzzone / cerco un omo e me faccio conzolà (La gelosia). Le corna che m’ha fatto mi’ marito / so’ tali e quali a quelle che j’ho messo / partita para, senza arcun attrito (Ho fatto mille sbaj).
Con questo carattere si sopportano anche le corna. Certo, quando la si fa grossa la reazione è diversa: Je tiro le valigie giù ‘n cortile / eppoi a la porta cambio seratura / e si riciccia, sparo cor fucile. (Sbaja de grosso). Il perdono sicuramente non ci sarà quando l’uomo abbandona il tetto coniugale: Te ne sei ito un giorno, era d’estate / accusì, senza dì nè a nè ba / […] E mo t’aripresenti quatto quatto / m’allisci tutta e poi me offri fiori / pe’ rientrà drento casa come un gatto (Sei ricicciato). E se rimane sola, la donna romana non si butta giù, anzi: Oggi me sento ‘na miracolata / la matina m’arzo, zompo come un grillo / e la vita me pare inzuccherata / È come avecce avuto sì, er morbillo / le croste andranno via co’ ‘na lavata / e de ‘sto male ‘n ci avrò più l’assillo (J’ho detto).
Notate la bellissima metafora di Anna in questi ultimi versi. Un amore sbagliato è come una malattia, ma non una malattia qualunque. Non a caso la poetessa lo paragona al morbillo, una fastidiosa malattia infantile che ci procura delle croste. Basta lavarsi e le croste vanno via. Alla stessa maniera, una donna ingannata, fragile come un bambino, se posseduta da un uomo, co’ ‘na lavata elimina ogni traccia del suo passaggio. Se provate adesso a rileggere J’ho detto, apparirà più evidente la forza dei suoi versi.
Potenza della poesia. Anna Ubaldi la sa utilizzare al massimo. Basta leggere, ad esempio, Er Pappone, dove Anna affronta il tema della prostituzione nel quale rende evidente lo sfruttamento di questa particolare categoria femminile. Uno sfruttamento che diventa indifferenza da parte del suo protettore, poiché convinto che Co’ me ‘sta donna ha fatto la fortuna / la so difenne, io nun so’ un conijo / er caffè callo je lo porto a l’una / ’na vorta ar mese po’ vedè su’ fijo / come sta bene lei, nun sta nissuna.
Anche in questi versi si manifesta la sua squisita sensibilità: Anna parla della condizione di vita della schiava del sesso in maniera così lieve e garbata che il suo scritto arriva nella profondità dell’animo del lettore. E la cosa più incredibile è che questo effetto lei l’ottiene senza dar voce alla “lucciola”, ma solo attraverso le parole piene di indifferenza e stupore del suo “pappone”.
Si sa, quando la donna resta sola, agli occhi dell’uomo si trasforma in una facile preda. Eppure non c’è al mondo, creatura più forte. Alla fine decide sempre lei: La penzione svejava l’appetito / de quelli che tentaveno er zaccheggio / der tesoretto ar pizzo custodito / le carni toste, voja de parpeggio / […] Ma vòte je restorno le ganasse / che quella, senza manco fa’ ‘na lagna / se fece ‘ngropponà da’ ‘n foriclasse (La vedovella).
La maleducazione e l’arroganza, con la donna, non portano da nessuna parte: Magnevamo ‘na bella fettuccina / a l’osteria de Piazza Campitelli / quanno questo m’abbassa la spallina / p’attastamme zinne e caporelli / J’ho ammollato ‘na pizza de mancina/che ancora rossi ciò li porpastrelli (Chissà perché).
Ci si abitua anche alla solitudine e soprattutto dopo avere “già dato”, non si ha più voglia di avere accanto a sé un “omo fisso”. Certo, dovesse capità qua e là, pe’ sbajo / ’no scampoletto bono, me lo pijo / e quarche oretta gaia me la scajo, ma il giorno dopo l’avverto che è assai mejo dacce un tajo / e lo fo sorte fora dar giacijo (Dovesse capità).
In Noi donne, credo cha Anna abbia trovato la spiegazione dell’incomprensione tra i due sessi e la mancanza di dialogo tra i due generi. In molti campi la donna ha superato l’uomo: Ma la donna nun se n’è manco accorta / che ne la corza p’arivà ar progresso / lassava l’omo fermo su la porta. Se non torna indietro a riprenderselo, il resto della strada la farà da sola.
La Chiesa e il Papa vengono trattati da Anna Ubaldi con lo stesso garbo, tanto da poter dire, senza offendere, a Sora Matirde, in un luogo di culto, che Ve farebbe toccà, ma de sfuggita / de Sant’Agata er piatto co’ la tetta / e de San Nilo la verga rifiorita (Domani).
Le immagini sacre, in Li Santini, sono considerate un arbum de famija. Quando da ragazzini, all’oratorio, si giocava a pallone, San Biagio ce curava er mal de gola / pe’ la vista c’era Santa Lucia / pe’ esse ubbidienti, Ignazio da Loyola / poi San Giuseppe co’ Gesù e Maria / pe’ guarì presto da la boccarola..
Anche il Santo Padre ha i suoi obblighi, come la Processione e il Giovedì Santo nel quale, nonostante la sua età, come un fratacchione / lavò li piedi in chiesa a tanta gente / co’ le fitte a un ginocchio e a pecorone (L’obbrighi der Papa).
Dal valore della Chiesa, al valore dell’amicizia.
In Co’ lui sto bene, quando si è poveri non si hanno amicizie. Poi le cose cambiano e quando si diventa ricchi, arrivano amici e regali a più non posso: L’amichi che ciò adesso so’ mijara / invece prima, solamente uno / Venanzio er carzolaro de via Asmara / […] Co’ lui sto bene come co’ nissuno.
Un atto d’amore i sonetti di Anna Ubaldi. Amore anche per la città eterna. In Pe’ vie traverze, versi dedicati a Roma: Osteriòle ner chiaroscuro immerze / odorose de vino, de vissuto / e de sarcicce fritte co’ le verze; e ancora: Bucati stesi ar filo a sgocciolà/gerani rampicanti ar primo piano.
Che dire poi, della cucina romana, considerata troppo pesante. Ma non per una nuora straniera: Ce prèsimo du’ belle matriciane / pe’ seconno abbacchio a scottadito / e un fritto de zucchine e melanzane / Doppo je fo: Er pranzo l’hai gradito? / Soprattutto m’è piaciuto er pane / – me fa – Ma er resto era un po’ scondito (Vicolo Campana).
Amore per l’arte, dove a Roma è ‘na cosa naturale (L’arte a Roma). Ma anche amore per la natura, spesso non rispettata: Ce sta chi nun s’accorge de li fiori/convinto che nun sèrveno a gran che (So’ nate le panzè).
Proprio cantando la natura, Anna arriva a volare e a far sognare.
Segnalo infine due sue poesie tra le più musicali, L’orto e Vorebb’esse, toccano vette auliche: Co’ ‘na coppia de ceraselle dure / appese su le recchie a dindolò / in mano du’ bricòccole mature / ecco Lisetta in braccio a zi’ Nicò (L’orto); Da le siepi d’assenzio e rosmarino/sale un profumo, come de mistrà/su la capoccia un glicine turchino/dorcemente me vòle accarezzà (Vorebb’esse).
In conclusione Anna Ubaldi conferma e migliora in questa sua raccolta quanto di buono aveva già mostrato nelle precedenti raccolte mostrando una consapevolezza matura dei suoi temi privilegiati, dei suoi ritmi e del suo verso.
Anna Ubaldi
Romana, vive tra Casal Palocco e il Litorale, ha varie passioni ed interessi. Ha cantato tra l’altro nella Corale Polifonica di Ostia, suona il pianoforte, è traduttrice in inglese e in francese, compone sonetti in dialetto romanesco, ha pubblicato due raccolte Magna bello de nonna, te fa bene (1992) e Me corcava de botte (2001). È una poetessa capace di rappresentare la vita di tutti i giorni e lo fa nel modo ribaldo dei romani de Roma. Nel romanesco, considerato rude, esplicito, non alieno da espressioni crude (e quindi maschile), stupisce che una donna possa dilettarsi a scrivere versi spesso anticonvenzionali ed inusitati.
Roma, 12 ottobre 2010