Dies in tundu-girogiorni di Maria Grazia Cabras

Recensione di Nelvia Di Monte

 

Nella Nota introduttiva l’autrice presenta la genesi di questo libro “nel segno di una piena e, in qualche modo, esclusiva fedeltà all’ascolto”. Seguendo tale indicazione, la lettura della prima sezione si ritrova immersa nel succedersi di brevi testi, ciascuno racchiuso in sé ma legato agli altri come differenti note di un unico canto che si leva da uno spaziotempo mitico, “la fanciullezza nel suo farsi”. Ed è davvero particolare la scrittura di Maria Grazia Cabras, tesa a cogliere il germinare delle parole per offrire loro nuova luce e un diverso senso. Una voce legata al corpo e alla natura, che indica un altro modo di significare, di usare e ricomporre parole note: Un profilo nel coro / voce di grembo // : il sole è femmina – dice // arbitrio dell’infanzia / lemma che passa. Così il testo di apertura, mentre la seconda poesia affida le parole in dialetto sardo-nuorese alle boches de pitzinnos // sìllabas intattas / dentes de latte (voci di bambini // sillabe intatte / denti di latte) che provengono da oltre una finestra murata, metaforica barriera che rende indispensabile acuire l’ascolto.

Ogni poesia invita a sostare affinché appaiano immagini che sono frammenti di un mondo conosciuto, ricordato, sognato, ma ora osservato da un insolito punto di vista. La compresenza di testi in lingua e in limba dialettale fa emergere quel substrato profondo del creare con le parole che appartiene alla memoria individuale e collettiva, come avviene con il mito. O con gli indimenticabili personaggi di una narrazione remota e sempre attuale che nutre la fantasia in ogni stagione della vita: Pagine leggono voci // di bianco vestono il tempo / dispiegando vele levigano mari / soccorrono il ciclope e il burattino. O con le filastrocche che accompagnano i giochi, alcune tramandate, altre rinnovate ad ogni generazione. O con la limba, che reca figure del folklore popolare sardo, presenze che suscitano paure ancestrali, quali le janas (fate, streghe) e i mamuthones, uomini con maschere di legno che danzano e suonano campanacci spaventando i bambini.

Più spesso le poesie danno voce ad un mondo magico e gioioso, come dovrebbe essere sempre l’infanzia e come è presentato nel penultimo testo dialettale della sezione, Bi sunt istellas, dove una bimba racconta che ci sono “stelle a forma di fiori nel cielo e fiori come stelle / nei campi (…) / li sente bisbigliare, stelle e fiori un solo splendore; / da lontano giungono ninnananne fremiti   pigolii   fru fru”.

Talvolta, invece, appaiono situazioni di drammatica attualità, rese più atroci dalla brevità che accenna al male lasciando intuire l’indicibile, né potrebbe essere altrimenti: non spetta ai bambini – nel loro essere in-fans – dare conto di guerre, ingiustizie e povertà di cui sono vittime, la spaurita sposa-bambina, gli Orfani in transito / con febbre da guerra, chi gira con piedini scalzi tra i rifiuti. Di qualcuno resta un grido affogato dal mare: Frana l’onda / sulla riva bocca spalancata / di bambino // nudo avanzo scaglia di sale. Di fronte al lato oscuro della vita, si dilata un dolore cosmico per  Bambini soli / nell’ora che trapassa // l’angelo balbetta / ha il batticuore la luna. Ma nel testo dialettale la sonorità e la rima di trapassa e balbetta (iscumparit e grarit) rendono ben più aspra l’afasia dell’angelica figura.

Non è un’infanzia idealizzata, dunque, è una generale condizione umana, che conserva lo stupore e l’immediatezza nel rapporto con il mondo, e invita l’adulto ad un più intimo contatto con le cose, a ritrovare di nuovo le parole-voci di un abbecedario di paleografie.

I due versi posti in esergo (adesso parla un Sé dimenticato / in fuga da ombre abbacinanti…) racchiudono l’essenza della seconda sezione: ancora di infanzia si tratta, della propria, di una poeta che attraverso “l’esperienza del rammemorare” capta momenti vissuti, un altrove sommerso, l’invisibile che fa ritorno, le disarmonie alla deriva, ascolta naufragi d’un eco / che consuma come il mal di mare. Flash forse reali, forse sognati, tracce di difficoltà che hanno lasciato segni indelebili se la lacrima col tempo è come straripata / in un nero pianto a dirotto. Prevale una tonalità malinconica, e molto iterata è la semantica della fragilità e della incertezza che mostra come, di quel periodo della vita, proprio le paure mai sopite rimangano più incise non solo nella mente.

L’assenza dell’io, la rara presenza del tu, il prevalere del noi (o di altri soggetti o di verbi all’infinito) indicano chiaramente che non si tratta di un personalistico flettersi sui propri ricordi, ma del bisogno umanamente condiviso di dare forma di parola a qualcosa che si sa perduto in un lontano altrove, e tuttavia si sente che quel Sé dimenticato continua ad agire nei recessi dell’anima e del corpo. Un’esperienza comune, spesso inattesa e inspiegabile, intensa nella sua enigmatica gratuità: il gesto della fiamma / lo zucchero dei passi sul viale // quali stagioni sfoglia il vento? // animano il bosco creature assopite / qualcuno bussa al buio della porta / a mani nude, spinge lo sguardo dentro. Il gioco del nascondino (cuba-cuba) rende bene l’improvviso apparire di immagini che sembrano giungere da distanze abissali, di ricordi concretamente percepiti pur nella loro fantasmatica essenza, simili a un sogno di vesti / nel grembo musicale delle foglie.

Nell’ultimo testo della sezione i dies in tundu riportano sui banchi di scuola, all’inconsapevole dono dei bambini di costruire il proprio mondo, con segni minuti di transumanza / colorano sui quaderni un’anima. A questo potere un po’ magico si affida glossolalia, il testo che conclude la raccolta: nell’uso giocoso di una lingua grecoitalosarda – che spezza parole, ricompone sillabe, cita testi colti, stravolge significati e inventa sonorità – trova voce il desiderio di accedere “a un nuovo inizio, scaturigine aurorale che affiora dal grembo della parola”: mariposa posa mari / stradi-vari   vari stami / bruscio e uscio scruto e muto / matto sancio panza ’l laccio / tutto muta tutto lancia / saranta pedià makrià / janas galenas   milà ghiaghià.

 

Nelvia Di Monte

 

 

Maria Grazia Cabras, dies in tundu-girogiorni, Edizioni Cofine, Roma 2020