dies in tundu di Maria Grazia Cabras: in ascolto di voci bambine

Nella raccolta dies in tundu (girogiorni), pubblicata in ottobre da Edizioni Cofine, Maria Grazia Cabras, come in altre sue opere, al sardo nuorese affianca e alterna la lingua italiana, in una diglossia vissuta come «condizione dell’anima che si ri-vela attraverso suoni parole gesti inerenti al complesso attuarsi di un’ardua identità»[1], senza che l’un codice sia piegato a raccontare particolari temi e l’altro a narrarne diversi. L’Autrice, in una nota introduttiva, scrive che Limba e Lingua «assecondano la forza psichica del sentire / dire in maniera autonoma […] e pure dialogano tra loro, cigolano, valicano luoghi stati d’animo situazioni incantamenti».

L’autoversione dei testi non appare, come in molte raccolte dialettali, di puro servizio, sebbene «dovuta per offrire la possibilità di comprensione ai lettori non sardi». L’ordine diverso delle parole e, in alcuni casi, il diverso scorrere dei versi inducono a credere che il canto si liberi a due voci a rispecchiare sfumature di pensiero sottese a due lingue.

Priva di indice e senza titoli, quasi a non fissare in una rigida scansione il «fluire di immagini, di voci», la raccolta dies in tundu appare come un poemetto in due movimenti in cui è l’infanzia a tessere le trame dei tempi della narrazione. Il lettore ne è avvertito sin dalle tre dediche che evocano un mondo bambino in una dimensione figurativa, affettiva e mitologica al tempo stesso: A Bonaria Manca, pastora e pittrice / alla sua eterna infanziaalle Bambine ai Bambini a Marchino; a Dioniso fanciullo come appare nella bellissima scultura di Prassitele che lo ritrae in braccio al dio Hermes. Anche i versi della poetessa Anite di Tegea (IV-III sec. A. C.) posti in esergo, con gli inconsolabili pianti della bimba Mirò per la morte di un grillo e una cicala – i suoi amati trastulli –, avvertono il lettore che il canto si nutrirà dell’ascolto di voci che ri-portano frammenti di un tempo lontano a rivivere nel presente un mondo bambino e i giochi che ne hanno colorato attimi senza tempo, ma anche, come avverte l’Autrice, a testimoniare l’«esistente», con i suoi drammi, che a volte possono essere «baratri cupissimi, al limite dell’indicibilità».

Dies in tundu è una raccolta che propone un intenso percorso di ricerca sull’infanzia, ricordandoci l’importanza che ha nella vita di ognuno. Frammenti del nostro mondo bambino, nello scorrere dei giorni, rivivono in noi anche come memoria involontaria, nella ricerca del germe di ciò che noi siamo o nel godimento del ricordo di attimi di incantamento o nella turbata memoria di ingiuste sofferenze patite. Di ciò, in vario modo, si hanno molte testimonianze, dirette o indirette, nella letteratura e nella poesia. Qui, senza allontanarci troppo dal nostro tracciato, basti solo un cenno al fanciullino pascoliano oppure all’infanzia tormentata, povera e beata, di Saba.

Nella prima parte della raccolta di Cabras, a volte più nitide, altre volte sfumate, tornano boches de pitzinnos (voci di bambini), colte nella magica bellezza del gioco quando, ad esempio, nel saltare la corda, bambine rampicanti profondono ogni loro energia a imbastire risa o balzanti raganelle si perdono nel ritmo magico dei loro giochiEd è pura luce quella che si sprigiona dal lanciare sassi stirare cerchi nell’acqua ed è volo d’uccelli il canto dei bambini ed è gioia viva quella di piccoli guerrieri che giocano con cerbottane accanto ai lavatoi. Ma insieme al volo di pattini e altalene ci sono anche bardóffulas lestras (trottole inquiete) che inafferrabili fuggono dalle piccole mani e, in una dimensione in cui si intrecciano piani temporali e spaziali, ci sono anche voci che evocano miseria (pededdos nudos in mesu ’e s’arga > piedini scalzi tra i rifiuti) o drammi che spezzano girotondi (malàdia sa luna noba / truncat arrólios > egro novilunio / spezza girotondi) oppure onde che franano sulla riva del mare, portando morte (S’unda istrumpada / in s’arenile bucca aperta / de pitzinnu > Frana l’onda / sulla riva bocca spalancata / di bambino) o la nuda immagine di una piccola stanza / sotto le bombe o, infine, anche la triste realtà di un’infanzia costretta al duro lavoro o quella violenta delle spose bambine.

Nel canto si inseriscono filastrocche che accompagnano il gioco (Filatèria de su Caminu de sa Paza > Filastrocca della Via Lattea) da cui balzano mitici personaggi che nella tradizione popolare suscitano fantasie, sogni o paure infantili, come la Jana (strega o fata o tessitrice) che accoglie i bambini in volo, apperinde oro e chelos de rosas (aprendo oro e cieli di rose) o sa Mama ’e su Frittu (la Mamma del Freddo), la sorella invernale della Mamma del Sole, che è ricordata in Bambine meridiane (Gazebo, 2014): personaggi fantastici, diffusi nella cultura popolare della Sardegna, evocati dagli adulti per insegnare o per incutere timore ai bambini.

Nel primo movimento della raccolta limba e lingua si alternano per raccontare in una molteplicità di suoni la magia del gioco, mentre nel secondo, interamente in lingua, come recita l’esergo, a parlare è un Sé dimenticato in fuga da ombre abbacinanti, nel ricordo di una «fanciullezza vissuta, ma anche sognata» che si veste della «sostanza germinante che ha nutrito quegli anni». Qui «parole e (s)legami tra le parole prendono forma sulla pagina, sostano sulla soglia ci conducono altrove “per lampi”». Cabras ri-trova nell’infanzia piccoli segni, a volte quasi epifanie di future sofferenze o di tristi condizioni dell’essere: una macchia vicino all’occhio, una piccola lacrima scura che col tempo è come straripata / in un nero pianto a dirotto. Sono evocati sgomenti, cerchi di ansia nella notte, a volte in una narrazione segnata da una memoria sinestetica. La ricerca nel cielo di un’ala di luna che ci guidi verso casa, in un passato che torna con suoni, colori e immagini dai contorni onirici, si carica di interrogativi: quali stagioni sfoglia il vento? Oppure quale fiamma quali occhi siamo stati? Alla felicità lontana sembra seguire un diverso ‘altrove’ e vette sognate, in un risveglio truccato, si rivelano senza ricovero e, se fummo culla e vele / verso porti d’infanzia sconfinati, possiamo poi trovarci a vivere in mattine di poca luce / e luoghi spogli.

La poesia di Cabras si caratterizza per una particolare distillazione linguistica, come se la scrittura fosse un alambicco in cui recuperare, senza cedimenti o ricercatezze, la “parola” – quella “parola” e non altre – capace di scolpire drammi e incantamenti: mai un di più, mai una pennellata di troppo, e il tutto in un procedere analogico di cui a volte non è facile cogliere nessi e rimandi, in una scrittura fatta di immagini topiche, in cui contano non solo legami tra le parole, ma anche «(s)legami» a significare fratture o discontinuità.

Meritano particolare attenzione le liriche poste in chiusura dei due movimenti della raccolta, in apparente discontinuità stilistica rispetto alla forma scabra e levigata che caratterizza la poesia di dies in tundu. Il primo è una prosa poetica in cui si racconta tutto l’incanto del cielo e dei prati così come può viverlo una fantasia bambina, in una panica armonia in cui tottube / dillos de framicheddas (ovunque dillos – danze – di fiammelle): Bi sunt istellas che frores in chelu e frores che istellas / in sos campos – narat sa pitzinnedda, contande chi a sero los intendet a s’iscúsiu (– Ci sono stelle a forma di fiori nel cielo e fiori come stelle / nei campi – dice la bambina, raccontando che di sera li sente bisbigliare). Anche in Bambine meridiane, a chiudere la seconda parte della raccolta, c’erano bambine catturate dalla magia del gioco e della natura, attestando un lavoro di ascolto e scavo dell’Autrice nell’ “essere” bambino, ben lontano dalle retoriche oleografie della fanciullezza di cui si colora la moderna comunicazione.

A chiudere il secondo movimento di dies in tundu è un testo in apparenza metasemantico il cui titolo è glossolalìa, in cui si legano insieme suoni ed espressioni proprie della lallazione infantile e parole sarde e greche, con frequenti allitterazioni e onomatopee, in un ritmo a tratti percussivo. Ciò, anziché chiudere un percorso narrativo, dà «vita e fuoco a un nuovo inizio», è «scaturigine aurorale che affiora dal grembo della parola, daccapo e ancora risonante di nuovo germogliante».

E così si può credere che torneranno ancora boches de pitzinnos (voci di bambini) a raccontare la gioia dei giochi, la magia dei prati e del cielo, le Janas, le creature del mito, oppure turbate memorie infantili che la parola saprà raccogliere ancora nella continua ricerca del Sé e delle ragioni ultime del nostro essere.

 

Ombretta Ciurnelli

 

[1] Nelle citazioni tra virgolette sono riportate parole di Maria Grazia Cabras; questa prima è tratta da O. Ciurnelli, Dialetto lingua della poesia (Edizioni Cofine, Roma 2015, p. 204), le altre dalla “Nota dell’autrice” che precede la raccolta (p. 3).