La scrittura poetica di Giacomo Vit è da sempre profondamente legata a un impegno sociale ed educativo, con un’attenzione particolare ai risvolti storici dimenticati, se non camuffati, dalla Storia, e con una istintiva empatia verso gli umili su cui più gravano ingiustizie e difficoltà della vita. Una scrittura ‘civile’ che negli anni ha prodotto diverse opere di poesia in dialetto friulano (a partire da Chi ch’i sin… del 1990 fino a A tàchin a trimà lis as del 2021), ma anche di narrativa – per adulti e bambini – e attività di promozione culturale con il gruppo Majakovskij.
In questi Dialics si ritrovano tematiche e scelte stilistiche proprie di Vit, composte in “una straordinaria polifonia, una partitura musicale sostenuta da un friulano di grande suggestione” (Silvio Ornella nella Prefazione). Senza nulla concedere ad elementi autobiografici, lo sguardo del poeta si caratterizza nel prendersi cura dell’umanità insita nella figura presentata nel testo, conosciuta o solo incontrata in fatti di cronaca, narrazioni, testi poetici, favole e villotte. Emerge così una “polifonia” di voci, una moltitudine di personaggi che ben rappresentano i problemi più pressanti della contemporaneità e il loro persistere invariati pur nello scorrere di tanti decenni del Novecento. Questa coralità, implicita nel titolo della silloge, si manifesta già nel testo di apertura, Ciantada par Bulo-Bulo (Cantata per Bulo-Bullo, per voce, cori e trattori), un poemetto suddiviso in sei cori di voci che narrano la storia di questo contadino che cerca di opporsi alla requisizione del proprio terreno per la costruzione di un’autostrada. Si alternano momenti ironici e considerazioni amare per un uomo che si difende coi trattori ma non sa che è un’altra la guerra da combattere, perché il nemico non ha armi ma una giacca di velluto, scarpe lustre e ‘na lenguta di ches ch’a imbarlumìssin (una parlantina di quelle che stordiscono). Cede per denaro ma si ritrova poi disorientato a camminare par sitàs di mins, par trois di rimuars, par / vignis di malstà (per città di menti, per sentieri di rimorsi, per / vigne di malessere). Particolarmente efficace da un punto di vista espositivo è il coro finale che intervalla le voci di bambini, uomini e donne con la trascrizione in caratteri maiuscoli del titolo del giornale che riporta la morte del contadino a causa di un incidente su quella stessa strada.
Il tema della guerra appare in diversi testi, le guerre del passato di cui permangono segni tangibili anche se “i danni sull’ambiente, sul mondo naturale che ci ospita sono spesso nascosti o non considerati affatto”: così Vit introduce la seconda sezione Ciants di ‘na tiara scurtissada (Canti di una terra accoltellata), otto poesie dove i protagonisti sono elementi naturali personificati che lamentano la loro distruzione o le loro ferite, il bosco martoriato da formiche con armature di ferro, il lenzuolo luminoso del cielo ridotto a un rap di sbrèndui, dopu / che i reoplànos a àn daràt i siùns dal vint (un grappolo di brandelli, dopo / che gli aerei hanno arato i sogni del vento), l’Isonzo coi fianchi ancora deformati dalle bombe a distanza di più di un secolo. La smemoratezza verso i conflitti trascorsi è raffigurata – incisa, sarebbe il termine più appropriato – nella Collina di marmo di Redipuglia: delle centomila tombe, sessantamila son prive del nome. Un anonimato che amplifica l’assurda violenza che vediamo moltiplicarsi nei nostri giorni, conflitti ancora più distruttivi per esseri viventi e per territori in cui abitare in pace per alcuni popoli sta diventando un’utopia.
Nella prima delle due sezioni dei Cuntraponts/Contrappunti, riferimenti a villotte tradizionali sono ripresi, scrive Vit “come materia di contrasto con la realtà contemporanea”, ad esempio il ritornello amoroso introduce un testo su un femminicidio dove il pugno fatale al à sbiciàt dutis lis nòs / ch’i vevi passàt a insumiàmi / il vel da la nuvissa (rovesciò tutte le notti / che avevo passato a sognare / il velo da sposa). Nella seconda sezione viene affrontato il tema del vino con riferimenti a versi popolari o di poeti friulani, Pasolini e Giacomini.
La polifonia, quella coralità incontrata all’inizio, si ritrova nella sezione conclusiva. Commuovono i testi che, riprendendo la fiaba di Hansel e Gretel, parlano di un fratello e una sorella che si smarriscono e si perdono di vista nei boschi mentre emigrano lungo la rotta balcanica. Nessuno li ha notati, solo gli alberi con le loro pupille di legno hanno percepito doi vuarfins s’ciavassà / la sgarpìa dal timp (due orfani attraversare / la ragnatela del tempo).
È racchiusa qui la suggestiva necessità di una scrittura poetica che – limpida nel suo svolgersi, talora aspra nelle sonorità così legate alle tematiche affrontate – riesce ad annodare tanti fili spezzati, problemi sociali, conflitti irrisolti attraverso immagini e figure che fondono tratti ancestrali dell’umanità, tradizioni locali, Storia e cronaca con la nostra complessa e mai pacificata attualità. Una poesia non consolatoria che tuttavia non rinuncia al sogno e lascia trasparire l’irrinunciabile aspirazione di ogni essere umano: i pararìn avant parseche doi metros / pi in là al è il nustri distin, ch’al sa di lat dismintiàt, / di barba di fa, di siuns da parecià (continueremo ad andare avanti perché due metri / più in là è il nostro destino, che sa di latte scordato, / di barba incolta, di sogni da apparecchiare).
Giacomo Vit, Dialics-Dialoghi, Prefazione di Silvio Ornella, Il Convivio Editore, Tivoli (RM), 2026
